Riders: la sentenza contro Deliveroo spiegata bene


7 Gen , 2021|
|2021|Visioni

Il Tribunale di Bologna ha dato ragione ai rider e ha colpito il fulcro del food delivery

Il 31 dicembre scorso, il Tribunale di Bologna ha emesso un’ordinanza nei confronti di Deliveroo Italia, condannandola a pagare 50.000 euro come risarcimento danni, “per l’accertamento della natura discriminatoria delle condizioni di accesso alle sessioni di lavoro tramite la piattaforma digitale”. Questa sentenza arriva dopo circa un anno dal ricorso presentato da Nidil Cgil, Filcams Cgil e Filt Cgil, che sostenevano come Frank, il nome dato all’algoritmo del sistema delle prenotazioni (chiamato SSB), fosse pensato per disincentivare gli scioperi. Il Tribunale ha dato ragione ai rider, affermando che qualsiasi cancellazione della prenotazione della sessione di consegna con un preavviso minore di 24 ore determina un peggioramento del punteggio del lavoratore. Deliveroo ha introdotto questo sistema “in coincidenza con le prime iniziative di astensione dal lavoro attuate dai rider autorganizzati negli anni 2017/2018”. Costringendo il rider al rispetto della sessione di lavoro prenotata e alla connessione entro quindici minuti dall’inizio, viene penalizzata l’adesione del rider a forme di sciopero. “La penalizzazione deriva dal fatto che il sistema di prenotazione settimanale consente ai rider con maggior punteggio di prenotare con priorità le sessioni di lavoro (i turni o slots) che man mano si saturano divenendo non disponibili per i ridere con minore priorità”.

La sentenza è importante per due motivi: in primis, accerta che, discriminando coloro che non si connettevano per il turno prenotato, ci fosse un controllo da parte dell’azienda dell’operato dei lavoratori, che non erano quindi liberi di lavorare come e quando volevano. Per anni, i collettivi hanno denunciato come gli algoritmi e il loro sistema di bonus-malus fossero in antitesi con la retorica del “lavoretto”, la quale avrebbe dovuto giustificare le scarse o assenti tutele contrattuali e le paghe non in linea con i contratti collettivi nazionali. Secondo, proprio Deliveroo è stato il primo ad applicare un nuovo contratto dall’inizio del novembre 2020, il quale prometteva di applicare maggiori tutele, maggiori diritti, trasparenza nel ranking e un salario migliore. Il contratto ha scatenato non poche critiche, specialmente perché a firmarlo è stato Ugl, che non era presente ai tavoli di trattative con il Governo, ma anche perché il nuovo pagamento di 10 euro all’ora si basa su un calcolo dei tempi di consegna stabilito dall’app e che non tiene conto del tragitto fino al ristoratore.

Il 10 novembre 2020, Deliveroo Italia ha consegnato al Tribunale un documento nel quale afferma che con l’introduzione del nuovo contratto collettivo, le statistiche non hanno più alcun impatto sull’accesso alle prenotazioni che “sono sempre accessibili a qualsiasi rider nel medesimo modo a prescindere da qualunque parametro”. Nei giorni scorsi, Matteo Sarzana, manager di Deliveroo e presidente di Assodelivery, l’associazione che riunisce le big del food delivery in Italia, ha però difeso il vecchio sistema: come riportato da Repubblica, per Sarzana l’ordinanza si baserebbe su una valutazione ipotetica priva di riscontri concreti e i rider erano in grado di cancellarsi dagli slot prenotati anche a ridosso del loro inizio, senza conseguenze. Le due dichiarazioni sono evidentemente in contrasto.

La sentenza è un momento importante perché per la prima volta si prende di mira l’algoritmo che, dietro ai calcoli e ai codici di programmazione, nasconde le intenzioni delle multinazionali. Al microfono del Fatto Quotidiano, Tommaso Falchi, portavoce di Riders Union Bologna, l’ha definita una sentenza storica e ha annunciato che, come collettivo, chiederanno di essere riconosciuti come lavoratori “sommando le sentenze che dicono chiaramente che i rider devono avere tutele, diritti e garanzie, tutti i diritti della subordinazione. Se le aziende non faranno nessun passo verso di noi, riprenderemo con la lotta”.

Il fatto che tutto questo sia avvenuto a Bologna non è un caso: la mobilitazione degli ultimi anni ha avuto un impatto positivo sotto le Due Torri, portando alla ratifica della prima forma di regolamentazione cittadina del settore, la Carta dei Diritti dei Lavoratori Digitali nel Contesto Urbano (2018). Il suo fautore, l’assessore al lavoro del Comune di Bologna, Marco Lombardo, ha commentato sulla sua pagina Facebook la sentenza, ricordando che gli algoritmi non sono neutrali: “A discriminare non è l’intelligenza artificiale dell’algoritmo, sono i fondatori delle piattaforme che hanno chiesto ad abili programmatori di costruire l’algoritmo sulla base di determinati parametri che rispondono a precisi criteri economici. Nulla di realmente innovativo; dietro il velo della (finta) innovazione si celano pratiche vecchie del Novecento”.

Di: