La Francia e i diritti umani tra mito e realtà


8 Gen , 2021|
|2021|Sassi nello stagno

Uno sguardo ai rapporti tra Macron e Al Sisi è uno squarcio sul velo ideologico che copre sempre la politica. Simili occasioni sono molto frequenti anche se difficili da cogliere; raramente però arrivano a un tale livello di mediaticità come nel caso in questione.

Ѐ un fatto che la Francia, e in particolare la presidenza in carica, aspiri a essere – e in un certo senso sia – la portabandiera di certi valori considerati ispiratori dell’Unione Europea e della storia dell’Occidente in generale. La lunga intervista di Macron a Le Grand Continent, uscita poche settimane orsono, ne dà un saggio chiaro: diritti umani e democrazia, con una menzione particolare per la libertà individuale e i diritti sociali, da ricercarsi nelle radici giudaico-cristiane e illuministiche dell’Europa. Peccato che dire questo sia dire tutto, o dire niente, perché certe etichette si prestano a interpretazioni diverse e varie quanto lo è la storia umana. Tuttavia, senza dubbio, fanno un certo effetto prese nella sola loro forma esteriore e oggigiorno sono tendenzialmente universali.

La Francia in questo è sempre stata coerente e infatti è una delle maggiori sostenitrici dell’operato della Corte Penale Internazionale, tanto che – tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU – la medesima e il Regno Unito sono gli unici Stati che ne fanno parte. Il Presidente Macron ha bene in testa quale sia la missione del suo Paese per i prossimi decenni: mettersi a capo (insieme alla Germania se lo vorrà) di un’area regionale di influenza che comprenda l’UE e l’Africa, che metta fine definitivamente alla tutela americana sul Vecchio Continente e sul Mediterraneo, che faccia pace con la Russia, ma che si mantenga altrettanto distinta e indipendente dalla potenza cinese. Un tale ambizioso progetto universale ha bisogno di una veste mitica degna della portata dell’obiettivo, e in questo mito la parola diritti umani è al centro.

Ma è solo un mito come tutte le narrazioni umane, tanto che quando prima di Natale Macron ha incontrato il Presidente egiziano Al Sisi gli ha dato addirittura un premio: la Legione d’Onore, massima onorificenza della repubblica transalpina. Pochi giorni prima, al Cairo, erano stati liberati tre attivisti della stessa ONG di cui è parte Patrick Zaki (Egyptian Initiative for Human Rights), lo studente dell’Università di Bologna ormai in carcere da quasi un anno in attesa di processo e persino di una formulazione d’accusa. Colmo è che la Francia sia paladina proprio di quei diritti umani per la cui promozione Zaki lavora. Caso ha voluto poi che l’onorificenza sia stata assegnata nello stesso periodo in cui la Procura di Roma chiudeva le indagini per le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, secondo i magistrati compiuti dalle forze di sicurezza egiziane che avrebbero poi depistato le indagini italiane con mezzucci e false informazioni. Il nostro Governo non è stato in grado di ottenere nemmeno un briciolo di risposta, trattandosi in questa fase solo di avere dal Cairo gli indirizzi dei quattro accusati per l’elezione di domicilio.

A fronte di tutto ciò sembrerebbe che il Capo dell’Eliseo si sia limitato a un generico richiamo sul rispetto dei diritti umani nei confronti dell’omologo egiziano, coronato niente meno che dal conferimento della Legione d’Onore; è noto che, dopo, Corrado Augias e altri esponenti della classe dirigente italiana abbiano riconsegnato la loro in segno di protesta. Intanto Luigi Di Maio séguita a dire che per ottenere giustizia bisogna lavorare in seno all’Europa, ma non è molto chiaro se il Ministro viva nella stessa Europa in cui viviamo noialtri. Come al solito la lezione marxista sulla contraddizione tra la realtà e l’ideologia che la racconta e giustifica, si rivela vera e applicabile anche in questo caso.

L’Egitto fa parte dell’asse mediterraneo di cui sono parte anche Israele, Grecia, Cipro, Marocco, Spagna, Haftar il generale della Cirenaica e tutti gli alleati dell’Occidente che affaccino o no sul bacino. L’Italia ne fa parte a parole ma gioca come sempre a essere amica di tutti, mentre la Turchia rappresenta il polo opposto come dimostrano le recenti schermaglie verbali tra Erdoğan e Macron. La Tripolitania dei Fratelli Musulmani alleata di Istanbul – e per miracolo anche dell’Italia – non va giù a Macron, il quale preferirebbe invece un Governo nazionalista anche se di militari golpisti e sanguinari come quello di Sisi. Gli oggetti di interesse strategico su cui tali prese di posizione si esercitano sono in sostanza le risorse naturali, gas e petrolio, ma anche i flussi migratori: non è un caso che abbiamo assistito negli ultimi anni a una corsa all’espansione delle rispettive Zone Economiche Esclusive, da cui peraltro l’Italia è rimasta sostanzialmente indietro. Recentemente, dopo l’incidente al porto di Beirut, la Francia si sta adoperando per emarginare il più possibile il partito sciita e facilitare i colloqui sul gas naturale con Israele, di modo da far entrare anche il Libano nel club.

Non essendo questo il luogo per poter entrare nel dettaglio di tali dispute, basti dire che i Paesi dell’asse Cairo-Parigi costituirono anni fa un consorzio per il gas naturale (Eastmed) proprio sotto la spinta della scoperta da parte di Eni – di fronte all’Egitto, nel 2016 – del giacimento Leviathan. Ebbene l’Italia ne fa parte, e per non rimanere in piedi esclusa dal grande tavolo non apre bocca. Ecco perché la famiglia Regeni lamenta di non aver più sentito il Governo da un anno a questa parte; stesso motivo per cui le due fregate all’Egitto andavano vendute per forza, come se non potessero esistere altri acquirenti. Certo, trovarne altri avrebbe voluto dire forse scompaginare un po’ il quadro degli equilibri e delle alleanze, cosa che l’Italia non si può permettere non essendo un grande Paese. Torna allora in mente con un po’ di nostalgia, o invidia per chi non c’era, quando nell’ottobre del 1985, nella base di Sigonella, i carabinieri circondarono l’aereo appena atterrato puntando le armi contro gli americani perché non portassero via i quattro dirottatori palestinesi. Allora quel gesto voleva dire mettersi contro una grande potenza, oggi basterebbe molto meno.

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