La democrazia e i padroni del vapore 2.0


15 Gen , 2021|
|2021|Visioni

Dopo la sommossa del 6 gennaio, il tema caldo del giorno – dentro e fuori gli Stati Uniti – è quello dell’oligopolio di potere rappresentato dai giganti del web. Quello che era iniziato come un “semplice” deplatforming di Donald Trump e del suo ideologo, Steve Bannon, si è trasformato nella sostanziale cancellazione di app social non conformi come Parler da parte dei padroni dei server. In una economia capitalistica io scelgo a chi vendere, e a chi no, sembra questa in buona sostanza il ragionamento che si fa in questi giorni: i social come Facebook e come Twitter sono piattaforme private, con regole di comportamento che – se infrante – comportano il ban temporaneo o perenne.

Se questo ban fosse stato applicato 6 anni fa, all’inizio della carriera pubblica di Donald Trump, da candidato alle primarie repubblicane, avrebbe forse avuto senso: le cose orribili che TheDonald diceva allora non sono una novità, non c’è stata una vera e propria escalation, la comunicazione trumpiana è sempre stata quella, con quei contenuti e con quelle modalità da spaccone, insofferente al politicamente corretto. Cosa è cambiato allora? E’ girata la ruota del potere: Trump non è più un candidato che muove traffico e soldi in sponsorizzazioni mirate (ricordate il caso Cambridge Analytica?), non è nemmeno più il Presidente degli Stati Uniti, con ampie capacità di ritorsione economica e regolativa sul Big Tech. Donald altro non è che un cavallo che ha perso la corsa, da cui il Capitale in cerca di riposizionamento, tenta di prendere le distanze dopo che un improbabile candidato democratico come Joe Biden ha preso (o è in procinto di) in mano le redini del paese con una inedita situazione di controllo, ancorché risicato, di Camera e Senato. Volendo nei prossimi due anni i Dem potrebbero fare molte cose in molti ambiti. Ma non è questo il quadro su cui vogliamo ragionare. Questa è la cornice. Una cornice che è evidentemente economico-politica, ma che ha dei risvolti legali o meglio ancora è la cornice legale (i ban) di un quadro che in realtà riguarda la qualità della democrazia in America e nel mondo: in un regime liberale è corretto togliere la voce al rappresentate eletto dal popolo? Un capo di Stato può subire la censura senza che questo corrisponda ad un impedimento dei suoi doveri?

Se è certamente vero che non esiste un diritto del politico di essere audito, esiste tuttavia un diritto del cittadino ad essere informato e farsi da solo la propria idea circa i contenuti di quanto asserito da questo o quel politico. Non sta al veicolo dell’informazione definire cosa debbo ascoltare, sta alla mia coscienza e al mio intelletto. Qui evidentemente non stiamo parlando di Trump o delle ridicole (e inquietanti) teorie di QAnon, parliamo invece di un precedente che non è regolatorio, perché sei anni di ritardo su un provvedimento liquidato come “incitatorio alla violenza”, specie quando c’erano già state ampie manifestazioni del suprematismo bianco in strada, scontri e qualche morto, è risibile. No il contesto in cui ci muoviamo è quello del regolamento dei conti: ora che non puoi più colpirmi, e che il nuovo Sovrano ha idee e agende diverse, io devo portare uno scalpo a palazzo, porterò il tuo. E’ uno stile prettamente mafioso in cui l’obbedienza è al potere e non alla legge. Il ragionamento che dobbiamo portare avanti è dunque di tipo politico, non giuridico, partendo da un fatto acclarato: su Facebook ci sono due miliardi di utenti. Questo è un fatto politico, nel senso che la polis ha trovato una nuova agorà e in essa si riversa giornalmente per parlare gli amici, scambiarsi informazioni e sapere cosa pensano i politici del proprio o dell’altrui paese. Nessuno sostiene che non debbano esistere forme di censura, esse ci sono e sono lecite, bisogna però capire chi decide cosa è lecito e cosa no, e vista la funzione sociale paragonabile ormai ad un servizio essenziale, capire (o meglio ancora decidere democraticamente) se il padrone dell’infrastruttura ha il potere assoluto su di essa oppure se – nel rispetto del suo diritto di fare soldi con quell’infrastruttura – non debba essere regolata in maniera diversa, non più privatistica, ma con tutele pubbliche, possibilità di appellarsi, con definizione assai più chiara di cosa sia lecito e cosa no.

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