Il ’68 di Remo Costa. Riflessioni di un marxista


17 Gen , 2021|
| 2021 | Recensioni

Berti M. e Menegoni G. (a cura di), “Il ’68 di Remo Costa. Riflessioni di un marxista”, 2020.

Remo Costa: nasce in Vallagarina – Trentino – dove vivrà per la gran parte della vita, anche lavorando per l’impresa di famiglia, dedita al commercio cerealicolo. È legionario in gioventù, poi partigiano nella Resistenza, infine dirigente nazionale del Partito Comunista Italiano e metodico osservatore della sua attualità.

L’opera di Berti e Menegoni pone sotto i riflettori un preciso periodo della vita di quest’uomo. Infatti, il loro Remo Costa è autore del Diario che, “inedito, si compone di brevi appunti che, commentando la cronaca, coprono gli eventi del triennio 1968-1970” (Berti e Menegoni, p. 39).

Il lavoro che mi accingo a presentare si apre con le note dei curatori, dove si leggono le ragioni che hanno portato i due a dialogare con Costa trattandolo come “nostro «contemporaneo»”, nel tentativo di non ridurne la levatura “alla sola memorialistica d’archivio” (p. 13). Obiettivo pienamente raggiunto – a parer di chi scrive – in due modi:

  • l’organizzazione del volume. Sebbene incentrata sul Diario di Costa, la pubblicazione di Berti e Menegoni è arricchita in apertura dalla prefazione di Rinaldo Maffei, il quale di Costa fu giovane allievo, e dal contributo introduttivo sul ’68 di Gianpasquale Santomassimo, storico e docente universitario; in conclusione, invece, dalle parole del Karl Marx di “Per la Critica dell’Economia Politica” richiamata da Costa nei suoi appunti e da una lezione sul filosofo di Treviri dell’economista e politico Augusto Graziani. Questi interventi, in aggiunta ad alcune incursioni didascaliche chiarificatrici dei riferimenti di Costa e al ricco glossario conclusivo fanno dell’opera di Berti e Menegoni un manuale sui generis. Un manuale utile per chi voglia approfondire la figura di un comunista trentino capace di servirsi nei suoi appunti di un metodo d’analisi, il materialismo dialettico, e di un vocabolario, quello marxiano, che forse con troppa furia sono stati accantonati, tanto nell’attività politica quanto nella ricerca accademica.
  • le introduzioni dei curatori alle pagine manoscritte di Remo Costa. I suoi appunti sono presentati in capitoli tematici, ognuno anticipato dalle parole di Berti e Menegoni impegnati a contestualizzare le parole di Costa nel passato che fu, quando non in un discorso di più ampio respiro, ove si fa anche cenno ad alcuni recenti riferimenti bibliografici. La scelta di predisporre una suddivisione fondata su criteri di contenuto e non cronologici ordina (e certamente facilita) il percorso tra gli avvenimenti di cinquant’anni fa a chi s’accinge ad affrontarli. Il lettore si troverà immerso nei grandi dibattiti del tempo all’interno del PCIil ’68, la primavera di Praga, il ruolo dell’URSS, il senso dell’internazionalismo…  – ed anche nelle riflessioni di Remo Costa su grandi temi, come la questione cattolica, l’importanza dello studio, il valore del compromesso in politica, la democrazia, il socialismo e la libertà, lo Stato…

Il Remo Costa che emerge dal manuale è un uomo politico serio e riflessivo. Serietà e riflessività: due qualità che non risaltano sufficientemente nella società odierna e che sembrerebbero andate perse specialmente in un mondo politico ormai appiattito su dibattiti polemici e propaganda urlata (ops, cinguettata!) a colpi di tweet. Lo sappiamo bene: la politica poche volte va oltre la “denuncia continua, il no per il no” (Costa, p. 136). Ma la “rigida contrapposizione non è politica, poiché bisogna pure trovare la soluzione fra opposte impostazioni” (p. 109). Costa insiste sull’orrore di questa politica di sola “denuncia, cioè posizione passiva [per cui] si continua a battere i piedi sul posto” (p. 163) senza fornire “valide elaborate alternative” (p. 109) né tantomeno “prospettive chiare e positive” (p. 50).

L’antidoto ad una politica immiserita, ci dice Costa, è quello di avere una visione. Per coltivarla servono metodo e molto studio. L’alternativa è la chiacchiera, l’opinionismo da salotto (e quanto spesso cadiamo in tentazione!). La lezione di Costa è quella di imparare a volere di più, ad alzare l’asticella del discorso politico, a dare valore alle cose che contano, ad impegnare il nostro tempo su ciò che non lo inghiotte, ma lo valorizzi. Costa è un maestro che reclama il nostro impegno, la nostra concentrazione. Ci invita a non fare sconti nella lotta delle idee. Ma, anzitutto, ci obbliga a non fare sconti a noi stessi, incentivando un continuo scambio tra il mondo che ci circonda ed il mondo delle nostre idee.

Alfine, ci viene chiesto di metterci in gioco, di vivere la politica: nelle amministrazioni, nei sindacati, nei partiti, nei collettivi. I luoghi della politica sono molti, ma, in ogni caso, permane la necessità di attivarsi “in cerca di quell’equilibrio instabile tra teoria e politica” (Berti, p. 9), ovvero di costringersi “a coniugare la finezza dell’analisi con lo sconcerto dell’azione politica” (Menegoni, p. 12). Sconcerto, turbamento, profondo disorientamento: parole così vere…così capaci di descrivere le difficoltà di chi – per lavoro o per passione – è nella condizione di dover trovare soluzioni che, oltre a dovere essere adeguate alle più disparate situazioni che si presentano, siano anche all’altezza del proprio impegno ed il più possibile coerenti alle proprie idee.

I rischi insiti al non saper coniugare in giusta misura l’elaborazione teorica con l’agire politico sono due e sono pure assai insidiosi. Se sul piatto della bilancia abbiamo troppe elucubrazioni e poca esperienza sul campo potremmo essere molto bravi a produrre i più bei ricami speculativi e scrivere i papers più accattivanti, ma è probabile che i nostri concetti si riveleranno presto poco spendibili e i nostri interventi saranno presto dimenticati in quanto, direbbe Costa, contributi astratti che non tengono conto di ciò che è possibile nella contingenza. Diversamente, se sul piatto della bilancia abbiamo una carenza di strumenti teorici, avremmo come risultato una riduzione della politica a “semplice” amministrazione se non gretto tecnicismo, possibilmente molto apprezzato per le abilità nella risoluzione di eventuali problemi, ma certamente carente di quello slancio – che mai come oggi va ricercato – per permettere alle nostre comunità di vivere bene nel lungo periodo.

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