Assalto a Capitol Hill e nuovo “momento Polanyi”


19 Gen , 2021|
| 2021 | Visioni

Ormai l’occhio spettacolare che ci caratterizza e con cui filtriamo ogni cosa, quasi ci impedisce di scorgere, ad un primo sguardo, la miscela esplosiva che si addensa sotto le fogge variopinte degli assalitori di Capitol Hill. E non che fossero mancate le avvisaglie, come quando in piena pandemia una schiera di cittadini in armi aveva assaltato il parlamento del Wisconsin per protestare contro il lockdown proclamato in quello Stato.

In tutto il mondo a commento dei fatti drammatici del Campidoglio si è assistito ad un vero e proprio cortocircuito informativo. E’ prevalso il sentimento dello scampato pericolo o che comunque si è trattato dell’ultimo bagliore dell’incendio finale destinato a spegnersi tra qualche giorno, con la presidenza Trump. Si è ripetuto come in un dettato ipnotico che con la nuova amministrazione democratica tutto sarà diverso, ma poi da quegli stessi racconti abbozzati, che si vorrebbero rassicuranti, affiorano qua e là parole e argomentazioni che tradiscono preoccupazioni e timori profondi. Viene allora da pensare che sia nella sola ostinazione del mainstream la cieca speranza di voler credere ad ogni costo che Biden riuscirà nell’impresa di riconciliare quello che appare inconciliabile. Del resto non c’è da stupirsi: gli sconvolgimenti traumatici in prima approssimazione si prestano a descrizioni consolatorie, ritratti di famiglia rassicuranti.

Ma ad una disamina appena più attenta, la faglia che quella triste vicenda scopre è la rottura stessa del patto sociale da tempo in sofferenza, in quella come del resto in tante altre società del mondo occidentale. Ovvio che occorre evitare la tentazione di facili ricostruzioni di comodo o dell’invettiva moralistica, se non apertamente razzistica. Ad esempio si potrebbe disinvoltamente argomentare che si è trattato comunque di un assalto che ha coinvolto solo poche migliaia di esaltati per giunta fomentati, ma in questo modo si tace o si rimuove la circostanza che si tratta di un’avanguardia che può contare su un vasto seguito di consensi. E quando una enorme massa di persone plaude a chi bivacca disinvoltamente nei luoghi deputati all’esercizio della democrazia, per giunta in un momento altamente simbolico quale la proclamazione del nuovo presidente democraticamente eletto, ciò vuol dire che si è passato il segno. Anche perché quei luoghi rappresentano, come in ogni democrazia rappresentativa, il sigillo istituzionale della tenuta di un ordine sociale e la loro devastazione, per converso, ne certifica il tracollo.

Può tornare comodo in questa fenomenologia di ricostruzioni semplificate anche rispolverare il mito del popolo della frontiera irrimediabilmente selvaggio o, se si preferisce, eternamente infante, che però non serve a dare conto dell’assenza di precedenti analoghi nella storia recente e non di quel Paese. Certo si obietterà che nella sua controversa storia ha conosciuto più volte il delitto politico, ma si tratta pur sempre di una patologia ancora interna alla sfera politica che almeno da quelle parti non aveva mai messo in discussione il reciproco riconoscersi nella casa comune delle istituzioni democratiche.

Può invece tornare utile, come precedente, riandare indietro al laboratorio italiano agli albori del nuovo secolo che all’apogeo del potere berlusconiano ha conosciuto l’analoga aspra retorica dei brogli elettorali e più in generale la contestazione delle regole del gioco democratico. Non può essere considerato un caso che le peggiori picconate ai rispettivi sistemi parlamentari siano venute da due campioni di quegli animal spirits che promettevano, alla luce dei loro vantati successi imprenditoriali, di conferire efficienza e competitività ai sistemi democrati, ma che hanno finito per travolgerli con la loro logica economica acquisitiva ed il loro spirito antidemocratico.

Ma questo non è ancora sufficiente a spiegare la diffusione, come un coltello nel burro, di quel messaggio oggettivamente eversivo nel corpo vivo del tessuto sociale. Per questo occorre munirsi di planisfero e convocare l’ultimo stadio involutivo dell’ordine capitalistico che nella configurazione globalizzata neoliberista ha finito per incentrare l’accumulazione, specie nella parte occidentale, più sul denaro che sulla produzione, finendo senza più solide basi lavorative per impoverire le società, producendo una pletora senza precedenti di disoccupati e sottoccupati. La precarietà generalizzata e l’impoverimento patito dalla società statunitense non è dunque un incidente di percorso ma il portato del modo sempre più concentrato di produrre denaro dalla sua circolazione, svincolato per giunta da ogni controllo politico per la stravagante idea che il mercato finanziarizzato sia in grado di autoregolarsi. Il malessere ed il disagio crescente in quella parte del mondo si esprime come può in forme sempre più esasperate, nutrendosi delle ulteriori fratture che incrocia lungo il suo percorso (di cui quella razziale è la più vistosa), perché non ricondotta ad una indispensabile cornice di un progetto culturale e politico realmente alternativo che aspiri all’egemonia. Rabbia, disconoscimento, frustrazioni non trovano una adeguata rappresentazione sociale tranne nella forma deteriore e regressiva della cassa di risonanza che sposta l’attenzione sul capro espiatorio di turno, alimentando una guerra orizzontale tra ultimi e penultimi. Trump docet.

Senza forze politiche, programmi e visioni che inquadrano e organizzano questo disagio sociale, l’esito non potrà che essere, e magari non solo negli USA, il materializzarsi catastrofico di un nuovo momento Polanyi, la cui descrizione è resa al passato dal grande studioso ungherese, come una legge di tendenza già comprovata dalla storia che evidentemente richiede antidoti più che ulteriori conferme. Nel suo saggio La grande trasformazione così si esprime: “La nostra tesi è che l’idea di un mercato autoregolato implicasse una grossa utopia. Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza della società […]. Era inevitabile che la società prendesse delle misure per difendersi, ma qualunque misura avesse preso essa ostacolava l’autoregolazione del mercato”.

Il suo prezioso lascito è costituito da un teorema di disarmante attualità, fatto di un impasto storico e antropologico assieme, che suona come un monito per i tempi difficili che stiamo attraversando. In un sistema sociale in cui il capitale si muove come libera volpe in libero pollaio e che in tal modo produce indisturbato ingiustizie quotidiane inaudite, la reazione alla lunga di una società comunque informata alla competizione e all’individualismo, connotata dalle disuguaglianze ed esposta all’invidia sociale, non potrà che essere altrettanto rabbiosa e intollerante.

Ora, che il mercato contenga un equilibrio interno, tale da assicurare pace e prosperità tra gli esseri uomini, è all’opposto la favola raccontata al varo della globalizzazione, all’indomani della caduta del muro di Berlino. Come già capitato in una prima occasione fallimentare, a cavallo delle due guerre mondiali, il mercato ancora una volta, lasciato a se stesso e anzi implementato dalle nuove mirabolanti tecnologie digitali, sta fagocitando la società e tutti i suoi luoghi riproduttivi, ecosistema compreso. Ha mancato clamorosamente alle promesse fatte su scala planetaria, dimostrandosi insostenibile riguardo ai beni collettivi che distrugge, al benessere delle persone che non garantisce e, da ultimo, rispetto all’ambiente che senza ritegno ha dissipato, provocando reazioni di vario tipo e sempre più devastanti. La scommessa è di riuscire, ridestando per tempo la dimensione collettiva della politica, là dove nel secolo scorso non si è riusciti e proteggere così le nostre società da una nuova sciagura che i fatti di Washington sinistramente annunciano. Occorre cambiare radicalmente strada e le prime nomine di finanzieri del colosso Blackrock nelle posizioni chiave della nuova Casa Bianca non lascia ben sperare. I rischi sono altissimi, perché come ricorda Gramsci, la crisi consiste nel fatto che il vecchio muore, ma il nuovo non si afferma e in questo interregno si verificano i più svariati fenomeni morbosi.

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