Istruzione e pacificazione


20 Gen , 2021|
|2021|Visioni

Il 28 Ottobre è stato trasmesso in streaming sul canale Youtube di “Idee sottosopra” un interessante dibattito tra Elsa Fornero e l’economista Marta Fana. Un dibattito “vecchio stile”, tra una liberale (liberista) e una marxista, nel quale, se non altro, si è potuta avere una panoramica di queste due correnti di pensiero che andasse al di là dell’attitudine monologica che i social media favoriscono, per cui ognuno “se la canta e se la suona” nel proprio spazio riservato, nella propria “echo chamber”[i]. Tra i vari spunti di riflessione che quel dibattito può fornire, uno è rappresentato dal discorso d’esordio della Fornero, dedicato alla questione dell’istruzione e dei suoi effetti sulla carriera lavorativa dell’individuo. La ministra insisteva sulla necessità di garantire a tutti pari opportunità di formazione e conferiva alla carenza d’istruzione un ruolo fondamentale nel determinare la qualità del percorso lavorativo di ciascuno. Fin qui, tutto abbastanza condivisibile, e d’altronde non è nostro interesse parlare nello specifico del discorso della Fornero o del dibattito in cui rientrava; questo discorso risulta tuttavia utilissimo come punto di partenza per riflettere sul ruolo che l’istruzione, o meglio l’ideologia dell’istruzione, ricopre nel pensiero liberale.

La sinistra moderata, che qui in Italia è monopolista, almeno mediaticamente, della sinistra in generale, ha assorbito da tempo l’ideologia dell’istruzione, declinazione dell’ideologia del merito. La già rarissima difesa delle classi subalterne e della “sottoclasse”, termine provocatorio con cui Bauman designava gli emarginati, gli ultimissimi della società[ii], viene condotta muovendosi su una dicotomia particolarmente semplice, come d’altronde quasi ogni categoria politico-culturale in uso oggi. Da una parte, un’accusa, vera o ricostruita, per cui “chi è povero se lo merita”, dall’altra una difesa, per cui spesso chi è povero “non ha potuto studiare”. È chiaramente, come detto, una dicotomia semplicistica, puerile, ma purtroppo riassume abbastanza bene una formula di dibattito piuttosto comune e dunque meritevole di analisi. Sovraccaricata di valore, innalzata ad architrave dell’organizzazione sociale, l’istruzione diventa la garanzia della pacificazione sociale, dal momento in cui, una volta garantita, tutte le contraddizioni sono risolte e il prodotto della macchina-società è esternalizzato alle biografie degli individui. Come risultato politico, l’equa distribuzione delle opportunità è l’unica battaglia, in quanto ogni altra questione, come detto, è esternalizzata alle abilità degli individui. Prima di addentrarci nell’analisi della struttura e delle aporie di queste forme culturali, premettiamo che non c’è alcuna intenzione di sminuire l’importanza delle “pari opportunità”, non solo nell’ambito dell’accesso all’istruzione. Resta tuttavia necessario criticare il pericoloso riduzionismo di chi è in malafede e la pericolosa dimenticanza di chi è in buona fede.

Per comprendere a pieno l’ideologia dell’istruzione è opportuno comprendere la nozione di “Uomo” che ne è condizione di possibilità. Si tratta di indagare le forme culturali implicite al pensiero liberale (e non solo), al di là della loro esplicitazione, per comprenderne la struttura e denunciarne, se non il contenuto, i punti ciechi. Comprendere una concezione di “Uomo” significa comprendere cosa tale concezione pone come essenza dell’Uomo, come ciò che davvero gli pertiene al di là della contingenza, indagarne quali attributi vengono considerati “per sé”, come da lezione aristotelica[iii]. Nel nostro caso specifico, si potrà trovare utile la nozione di “individuo-proprietario”. Non ci si riferisce qui alla nozione giuridica di cittadino capace di proprietà, e neppure si vuole fare alcun collegamento con la nozione comunemente intesa di proprietà privata. Si vuol dire piuttosto, che nella modernità, prima ancora che nel pensiero liberale, si è sviluppata una concezione per cui l’essenza dell’Uomo è costituita da ciò di cui l’Uomo ha controllo. L’essenza dell’Uomo corrisponde dunque alla sua attività, mentre tutto ciò che pertiene alla gettatezza è da considerarsi come contingenza. Conseguenza immediata di questa precisa semantica dell’essenza è il concetto di titolarità esclusiva del sé, appunto “proprietà”, per cui l’attività stessa è posta in diretta dipendenza con un soggetto filtrato da ogni residuo di oggettività. In altre parole, l’unica oggettività, l’unico dato, l’unico fatto, è il prodotto di un’attività autopoietica del soggetto stesso, che dunque si ritrova proprietario esclusivo di sé. La nozione di “proprietà” non è una tra le tante: il soggetto non è più fittavolo di un essere oggettivo che “riceve” ma, essendo tutt’uno con la propria attività, è esclusivo proprietario dei prodotti della stessa, sé in primis. La condizione originaria del soggetto è quella di “atto” e non di “fatto”. Le conseguenze di questa scissione primigenia del soggetto da se stesso, che poi è tutt’uno con la re-interpretazione di cosa è oggetto e cosa è soggetto, cosa Io e cosa Non-Io, sono enormi. Tanto per fare un esempio, l’uguaglianza degli uomini è difficilmente pensabile se l’essenza di ogni individuo è determinata dalla sua posizione originaria, gettata, nel mondo. In ogni caso, è opportuno riflettere su come si può immaginare che sia cambiato il rapporto tra i soggetti. Si può ben concepire come l’intersoggettività antecedente alla scissione di cui abbiamo parlato fosse un’intersoggettività mediata dal mondo, dal momento in cui soggetto e oggetto si compenetravano nell’essenza del primo. Il senso dei rapporti intersoggettivi risiedeva nel mondo, nell’oggettività. Prendiamo come esempio la celeberrima nozione di “società tripartita” di Adalberone di Laon, vescovo nell’omonima città francese. In uno schema che, per quanto storicamente impreciso e di certo non privo di una certa fluidità interna, troviamo sopravvivere fino alla Rivoluzione francese, Adalberone immaginava la società come divisa in tre ordini: oratores (clero), bellatores (in linee generali l’aristocrazia, monopolista della violenza) e laboratores[iv]. Si tratta di un ordine dotato di sostanza autonoma, una sostanza identica alla volontà di Dio. La posizione sociale fa parte dell’essenza dell’individuo, la cui attività ne è semmai scolio, nota a margine. Il soggetto è spossessato dalla propria attività, in una questione che è tutt’una con la definizione essenziale del soggetto stesso. Non si vuole però fornire un preciso, classico senso storico del mondo, con la cesura medievale/moderno come sorgente unica da cui sgorga ogni riflessione: si tratta di due modi a-cronici di concepire il mondo. La schiavitù nella Grecia classica può essere collocata in questo schema, ma anche il razzismo può, e il razzismo non ha mai abbandonato la modernità, come il presente non cessa mai di ricordarci. Esemplificativa in questo senso è la riflessione di Levinas sul nazismo: in contrapposizione ad un primato del pensiero, la cui fluidità, la cui capacità di appartenere in egual misura ad ogni individuo decreta l’uguaglianza sostanziale tra gli uomini e la possibilità strutturale del dialogo, con il nazismo si afferma un primato del corpo, invalicabile prigione nella quale è confinato ogni individuo, che non può interagire con il diverso se non con la violenza (con immancabile vittoria definitiva della razza superiore)[v].

Perché trattare questi temi? Perché è necessario enucleare il senso implicito di uno sviluppo culturale che può dare l’illusione di aver distrutto il dominio, raggiungendo l’approdo ultimo dell’emancipazione. A sua volta, questa illusione sorregge quell’ideologia dell’esternalizzazione in senso biografico-individuale delle responsabilità sociali, che abbiamo visto essere nucleo dell’ideologia del merito, e dunque dell’istruzione. L’illusione risiede nell’abbinamento, a dir la verità abbastanza intuitivo, tra centralità dell’attività nella definizione essenziale del soggetto per come esposta prima e titolarità esclusiva, proprietà, dell’individuo sulla propria attività. L’attività dipende solo dall’individuo, ed ora che, per dirla in termini hegeliani, lo spirito è giunto a tal grado di coscienza di sé, e che tale coscienza si è già realizzata, magari proprio nell’impianto egualitario della giurisprudenza napoleonica[vi], il dominio sembra essere un ricordo del passato. In verità, esso semplicemente non è più fondato culturalmente su basi sostanziali, oggettive, ma intersoggettive, e ciò è possibile perché la titolarità dell’individuo sulla propria attività è un mito. Si potrebbe, ovviamente, richiamare la lunga tradizione della riflessione sull’alienazione, sullo spossessamento del soggetto da se stesso, da Hegel a Marx fino a giungere francofortesi, ma non è fondamentale e si rischierebbe di divagare. Non che non sia interessante ed importante, ma non è strettamente necessario, in quanto l’unica nozione assolutamente cruciale per il nostro discorso è che l’attività del soggetto si sviluppa entro un contesto intersoggettivo, e che tale contesto è un contesto non piatto, composto da contraenti, ma è caratterizzato da rapporti di dominio; seppure si possa declinare in una qualche forma di superiorità ontologica sull’Altro (e dunque un diritto sostanziale e oggettivo a determinarlo, fino ad un “diritto di proprietà”), il dominio ha la sua essenza e si realizza sul condizionamento dell’attività dell’Altro[vii], ed in quanto tale sopravvive identico a se stesso. Il dominio, che storicamente si è gettato nel mondo, non appartiene all’oggettività bensì ai rapporti intersoggettivi nei quali si sviluppa l’attività del soggetto. Questa nozione, e magari anche il percorso che la giustifica, è necessaria a liberarci dal pregiudizio posturale che ci rende dimentichi dell’essenza alienabile dell’attività, della sua non-identità immediata col soggetto. Si tratta di una duplice liberazione. In primo luogo dal pregiudizio storico per cui il dominio dell’uomo sull’uomo consiste essenzialmente sul disconoscimento giuridico dell’uguaglianza, per cui, se identifichiamo la storia con il cammino dell’emancipazione, saremmo da tempo giunti ad una “fine della storia”. Chi accetta, in tutto o in parte, questo pregiudizio, rischia di ripiegare su posizioni meramente conservatrici, dedicandosi quasi esclusivamente a battaglie di retroguardia contro ogni possibile rischio di un “ritorno” di un mondo pre-egualitario, rischio non impossibile ma spesso sovrastimato, o contro le rimanenze del suddetto, rimanenze che possono riguardare qualsiasi ambito dell’umano, non necessariamente di carattere esplicitamente politico. L’attenzione spasmodica ed esclusiva all’effettiva realizzazione, tramite l’istruzione, di quella uguaglianza “in partenza”, è un’ulteriore declinazione del medesimo nocciolo teorico. In secondo luogo, rifiutando consciamente il pregiudizio della titolarità dell’attività, la società attuale appare, come in un negativo, nuovamente percorsa da conflitti e contraddizioni, non più sciolte in un tutto volontaristico ma presenti e vive, e laddove sembrava esservi l’identità spunta la frattura.

L’ideologia dell’istruzione rappresenta, per il pensiero liberale e in particolare per la sua variante liberista, una sorta di avamposto “popolare” all’interno di un’ideologia che, per il resto, va sempre più ad incancrenirsi nell’apologia di un mondo che attrae e convince ogni giorno di meno. Come un’esca o un contentino, l’ideologia dell’istruzione è sovente usata come velo di pacificazione, cavallo di troia che, bisogna dire, le sinistre hanno accolto a braccia aperte[viii]. Pur non dimenticando le ovvie ragioni per cui un’istruzione di qualità rappresenta una pretesa inevitabile per chi auspica un mondo più giusto, è tuttavia opportuno mantenere un approccio critico, individuando ciò che nel noto e chiaro c’è di ignoto e oscuro.


[i] Per un’introduzione a questa importante nozione nata nel dibattito anglosassone, consultare “Fake news and a 400-year-old: we need to resolve the ‘post-truth’ crisis”, Luciano Floridi, Guardian, 2016. Sul Guardian sono disponibili molti altri articoli in merito

[ii] Z. Bauman, “Consumo dunque sono”

[iii] Per una maggiore consapevolezza della nozione aristotelica di “essenza”, di grande utilità oltre che di indubbio interesse, E. Berti, “Profilo di Aristotele”

[iv] Adalberone di laon “Carmen ad Rodbertum regem Francorum”

[v] Emmanuel Levinas, “Tra noi”

[vi] Ci riferiamo, ovviamente, ad A. Kojève, che indicò in Napoleone l’uomo che ha inaugurato la “fine della storia” e la nascita di uno “Stato universale omogeneo”

[vii] È, d’altronde, il concetto sotteso al famoso capitolo 6, parte 2, del libro 1 del “Capitale”: “Compera e vendita della forza lavoro”

[viii] Si veda “La meritocrazia non è un meccanismo di liberazione, ma un’ideologia pericolosa”, Kritica Economica

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