Verità e relativismo


20 Gen , 2021|
| 2021 | Visioni

In una società complessa, globalizzata, contemporanea, ultra informata e costantemente sollecitata come la nostra, torna in auge un enorme e complesso problema. Il problema centrale di tutta la storia della filosofia e della filosofia stessa: la nozione di ‘verità’. Cos’è la verità? chi lo stabilisce? la verità è indipendente da chi la afferma? è oggettiva, relativa, è una, sono tante, non ve n’è nessuna? è una convenzione?

Con il processo trasversale di globalizzazione dell’informazione, si è avuto accesso a sempre maggiori notizie, dati e ‘voci’; così possiamo conoscere le opinioni di altri comodamente da casa, di molti, “di tutti”; sistemi di pensiero molto diversi, società diverse, culture, tradizioni, maniere di interpretare la realtà che sono differenti. Ognuno sembra avere la sua verità, il proprio sistema di verificazione, persino la propria scienza! si pensi alla medicina cinese, all’agopuntura, alle teorie più o meno conosciute e lontane, più o meno valide, ma poi – verrebbe da chiedersi – valide per chi?

La confusione aumenta: se di verità ne esistono molte allora tutti possono credere, affermare tutto, si può sostenere ogni tesi, propagandare ogni idea con il rischio che la democrazia assomigli a una struttura formale garantita dal solo “diritto per cui tutti possono dire tutto” persino se coloro che ‘dicono’ non credono a ciò che proferiscono, persino dunque se lo si afferma in ‘malafede’. In effetti le fake news non vengono trattate come ‘notizie false’, ma come “verità alternative”, noi – che apparentemente ne sposiamo semplicemente delle altre – soltanto noi le consideriamo “false notizie”. Questo è un muro contro muro, chi ha il diritto di stabilire da che parte sta la “vera” verità? Se affermiamo che esistono diverse verità, sprofondiamo nel relativismo e dal relativismo della verità vien fuori di necessità il relativismo dei valori, di qui possiamo affermare che democrazia o altri sistemi di governo sono sullo stesso piano e possiedono la stessa legittimità, così – per esempio – tra fascismo e democrazia c’è solo da scegliere, per convenzione, quale modello sposare.

Come se ne esce? Se esistesse una “verità in sé” esistente come tale, il problema sarebbe di facile soluzione: ogni verità sarebbe vera perché ‘parteciperebbe’ del vero assoluto e l’esser vero diventerebbe una proprietà riscontrabile in un ente come lo è la sua lunghezza (un oggetto gode di una certa proprietà o non ne gode). Ma un tale “realismo” è una posizione difficilmente sostenibile, seppure logicamente funzionale[1], è difficile credere che “il bene” esista – come ente tra gli enti- indipendentemente dalle singole azioni buone così come la relazione “essere più a nord di” non sembra poter esistere a prescindere – per esempio – dalle città di Glasgow e Londra. Ciò è immensamente incredibile soprattutto se non si aderisce a una visione “teologica” o a una prospettiva “metafisica”[2]. Abbandoniamo dunque questo ‘espediente’ e ragioniamo sul mondo per come intuitivamente noi contemporanei siamo portati – vien da dire giustamente– a pensarlo.

I filosofi credono che sia possibile cercare, interrogarsi e trovare la verità e che la verità sia oggettiva per definizione. La verità è inoltre solo una (dopo si vedrà perché e in che senso). Oggettivo è per definizione “ciò che è indipendente dall’osservatore”: una mucca non è diversa da un maiale perché io la vedo così, tutti la vedono così, anzi è proprio così!

Se affermassi: “la mucca è diversa dal maiale solo perché io la vedo così” sarei un relativista e direi che ognuno ha la sua verità, di verità ve ne sono molte e tutto è valido. Sarei, insomma, nel mondo di Alice nel Paese delle meraviglie e del linguaggio (che crea tanta confusione!) in particolare sarei Humpty Dumpty:

«Quando io uso una parola», disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante, «essa significa esattamente quello che decido io … né più né meno».

«Bisogna vedere», rispose Alice, «se lei può dare tanti significati diversi alle parole». «Bisogna vedere» replicò Humpty Dumpty, «chi è che comanda…ecco tutto»[3].

Per quanto sciocco e relativista Humpty Dumpty ha colto il punto della questione: bisogna vedere “chi è che comanda” in questo caso direte voi – la ragione! Tutti siamo d’accordo sul fatto che una mucca è diversa da un maiale! ma la realtà umana è complessa, in questi “tempi di virus” i miscredenti potrebbero chiedere: “e voi, lo avete mai visto il virus?” e qui non potremmo appellarci all’evidenza[4] oppure, ancora, ci si potrebbe domandare: “è giusto rubare ai ricchi per dare ai poveri?” il dilemma di Robin Hood (anche se per lui non lo era affatto). Chi lo dice cos’è giusto e cos’è sbagliato? Lo decide una convenzione, il punto è “come”.

Ecco, noi abbiamo molte convenzioni, la nostra misurazione del tempo, il calendario sono convenzioni accettate. Sarebbe un problema se uno non andasse al lavoro di lunedì adducendo la scusa che semplicemente utilizza un altro calendario e -contando i giorni in maniera diversa – per lui è domenica. Qualcuno più folle o più furbo dirà che nel suo calendario maya “è sempre domenica”. Gli esempi, si noti, non si discostano molto dalla realtà; il multiculturalismo ci pone anche di fronte a questi semplici ‘problemi’: come rispettare la giornata ebraica del sabato? Come rispettare gli orari di preghiera dei fedeli musulmani? Anche a questo una società democratica deve dare una risposta. 

Humpty Dumpty dice “decide chi comanda” e guarda caso le cose si fanno difficili perché chi comanda può essere un dittatore oppure un presidente legittimamente eletto ma con una legge poco democratica, una legge elettorale molto ingiusta, oppure una legge elettorale ‘perfetta’ ma che prevede possano votare solo gli uomini (fino a poco tempo fa era profondamente accettato tutto ciò). Allora diremo che non comanda un presidente, un parlamento, ma una legge sopra di noi, al di sopra di tutti gli interessi particolari. Ma chi l’ha fa la legge? La legge può essere ingiusta. Il fascismo era legale ed era ingiusto. La pena di morte in molti luoghi del mondo è legge ma è ingiusta[5].

Bene, veniamo al pettine dopo aver brevemente accennato ai nodi.

Si parta dalla Verità. La verità è una per definizione, è il suo carattere. Se diciamo: “di verità ve ne sono cento” beh, stiamo semplicemente affermando che “la verità (l’unica) è che vi sono cento verità” e questo vale anche se a “cento” sostituissimo “molte” o “infinite”. Anche se dicessimo: “la verità è che vi sono tante verità quante una persona dice che siano” siamo sempre lì! ne consegue logicamente che è una. Fin qui, però, è un piano logico quello che abbiamo trattato. Quando invece parliamo di comportamenti umani, entriamo nell’ambito dell’etica e della morale e non abbiamo più a che fare con “credenze” (opinioni che possono essere vere o false) ma con “intenzioni” (che possono essere realizzate o meno), in questo caso sembra infatti inappropriato dire “la tua voglia di uccidere è falsa” (o vera) semmai diremo “è sbagliata” o “giusta”.

C’è da notare che parole come “sbagliato” o “giusto” sono proprie della dimensione normativa, cioè sorgono solo quando abbiamo a che fare con delle regole! Quando giochiamo a scacchi possiamo fare una mossa giusta o sbagliata perché vi è una regola che prescrive oggettivamente come si gioca, così nel mondo delle azioni umane – nelle società – ci sono delle regole ed è per questo che possiamo sbagliare o meno! non abbiamo amato la persona vera o falsa ma la persona giusta o sbagliata!

Le verità, nella dimensione umana, hanno a che fare con le regole le quali sono convenzioni! C’è da fare pace con questo e con l’idea che la verità – solo perché ‘una’ – non deve perciò stesso essere dittatoriale, autoritaria, prerogativa dell’occidente o del sapiente ma va intesa come un processo rivedibile, modificabile (vedremo come) così come le regole non vanno intese come “gabbie” né come necessariamente espressione di un pensiero autoritario, né liberale, né socialista non è prerogativa di “orientamenti” ma carattere intrinseco dell’azione umana.

Veniamo alle fake news, le “notizie false”. Prendiamo una notizia falsa: “Conte ha detto che inietterà il vaccino lui stesso a tutti i neonati”. La notizia è stata diffusa da un gruppo di estrema destra romano. Il punto non è stabilire se è vero che è stata data la notizia – ormai è fatta la frittata – la notizia esiste ed è vero che esista ma, bisogna chiedersi, è vero il suo contenuto?

I meno accorti dedicheranno il loro tempo a domandarsi “è giusto o sbagliato che il presidente Conte voglia iniettare lui stesso il vaccino ai neonati”? e non “sarà vera la notizia?” quali sono le intenzioni di chi l’ha data? Questa è – ovviamente – la pratica del pensiero critico cui sfuggono i meno accorti poiché, ormai sappiamo, è dal rifiuto del carattere tragico e complesso della realtà che sorgono i sogni, cioè il meccanismo per cui si crede alle fake news è un meccanismo di paura, paura del complesso, timore del tragico da cui si rifugge.

Veniamo alla politica e al tentativo – che ci prefiggiamo – di difendere quello che intendiamo come migliore sistema politico: la democrazia. Lo è? Se sì perché? Dobbiamo giustificarlo!

In questo senso ci viene in aiuto la grande opera summa del giurista e filosofo americano Ronald Dworkin: “Giustizia per i ricci”. Il titolo, come spiega l’autore, non è un invito a vendicarsi contro i danni inflitti ai ricci o un manifesto dell’animalismo, quanto piuttosto un trattato di Filosofia, Politica ed Etica (e non solo) tra i più completi, coerenti e lucidi di cui disponiamo.

Perché i ricci? Dworkin si è ispirato alle parole del poeta greco Archiloco (riprese a loro volta da Isaiah Berlin): “la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”.

Si sa le volpi son furbe, come lo sono alcuni politici sui quali possiamo farci un’idea eppure il riccio sa qualcosa di grande: Conosce l’unità del valore, ne conosce la natura, in altre parole conosce la verità in ambito morale: la verità sulla vita buona, sull’essere buoni. Ciò che mostrerà Dworkin è che tali verità sono coerenti tra di loro, si convalidano reciprocamente e formano un unico corpus.

Dworkin intende mostrare e dimostrare una teoria di cos’è il vivere bene, di cosa dobbiamo e non dobbiamo fare agli altri, lungi dalle tentazioni del relativismo morale e del formalismo autoritario in ambito etico e politico.

Secondo Dworkin per difendere una teoria politica si devono mostrare le sue connessioni e interconnessioni a una teoria etica dell’agire umano, di qui l’autore riflette – da buon filosofo – persino sulle condizioni di possibilità e di legittimità dell’’etica tout court”. Dworkin, cioè, capisce benissimo che lo scetticismo, il relativismo della verità (non è la stessa cosa) e – potremmo dire oggi – il “qualunquismo” (più blando e innocuo rispetto ai primi) mettono a rischio l’“unità del valore”, l’etica stessa, la possibilità di un suo impianto oggettivo, quanto meno di una sua giustificazione!

Dworkin dunque si dedica abilmente a negare le forme di scetticismo della verità, anche di quella verità che rende vere le proposizioni morali, i precetti morali, la legittimazione delle leggi e della politica (si noti: se diciamo che sono legittimate ci si riferisce alle “leggi giuste” alla “giusta politica”) e muovendo i passi da qui propone una giusta teoria della giustizia distributiva e della libertà dove eguaglianza e libertà debbano conciliarsi.

L’impianto basale della dimostrazione di Dworkin per negare lo scetticismo morale è semplice quanto condivisibile: lo scetticismo morale è una posizione morale.

Oggi, a chi gestisce il potere e l’informazione deve arrivare chiaro il monito dei ricci. A quei giornalisti che di fatto detengono un grande potere informativo – a volte loro malgrado – e che sono (o dovrebbero) essere consapevoli dell’enorme portata politica che verità, non verità, democrazia e scienza – condensate in pillole di informazione – hanno, beh, suona ancora più attuale il monito di Dworkin: “La responsabilità morale riguardo al valore è un valore”.

Se la verità è malamente intesa si scivola nel relativismo, la verità si fa opaca, la politica viene corrotta ed è difficile discernere tra giusto e sbagliato, democrazia e altre forme di governo si equivalgono qualitativamente e il sonno della Ragione genera i suoi mostri.


[1] In antichità e non solo il realismo ha permesso di risolvere diverse aporie in ambito logico così come in età moderna e contemporanea. Eppure molte di queste aporie sono altrettanto risolvibili con l’analisi del linguaggio e il progredire delle scoperte scientifiche considerando che la fisica quantistica ha sbaragliato gran parte delle assunzioni generali dentro le quali esse si formavano; più precisamente ha dimostrato che quelle “assunzioni” non sono necessariamente vere”.

[3] Lewis Carroll, Alice Attraverso lo specchio, 1871.

[4] Ovviamente il caso del virus non è lo stesso del “giusto o sbagliato” nel primo, infatti, si tratta di un gap empirico colmabile semplicemente mettendo l’osservatore dietro a un microscopio

[5] Ovviamente asserzioni come “la pena di morte è ingiusta” devono essere anch’esse giustificate, più avanti verrà suggerito ‘come’.

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