1976: l’inizio della fine del PCI


21 Gen , 2021|
| 2021 | Visioni

La storia della crisi del “compromesso di classe” keynesiano, alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, che avrebbe poi spianato la strada alla violenta restaurazione capitalistica che oggi chiamiamo neoliberismo, è anche la storia della crisi delle sinistre occidentali. E in particolare del PCI.

Sono diverse le ragioni per cui le basi di quel compromesso cominciarono a venire meno in quegli anni: l’aumento del prezzo delle materie prime in seguito alle crisi petrolifere, la crescente concorrenza tra potenze capitalistiche (in seguito alla re-industrializzazione di Europa e Giappone), il rallentamento della produttività ecc., ma soprattutto il diffondersi di richieste sindacali sempre più radicali. Tutto ciò minava alle fondamenta il processo di accumulazione capitalistica. In tal senso, la reazione dei capitalisti fu comprensibile: la loro partecipazione al compromesso di classe keynesiano si basava una serie di condizioni (in primis, ovviamente, la possibilità dell’accumulazione); nel momento in cui tali condizioni vennero meno, venne meno anche il loro sostegno al compromesso keynesiano.

Una soluzione consensuale al conflitto distributivo capitale-lavoro che si venne a determinare in quegli anni era semplicemente impossibile; per dirla in parole povere, esso non poteva che risolversi a favore dell’una o dell’altra parte: a favore del capitale (per mezzo di una riduzione dei salari e più in generale del potere dei sindacati) o a favore dei lavoratori, per mezzo di quella graduale “socializzazione degli investimenti” – finalizzata a sottrarre una parte cospicua dell’investimento alla logica del profitto, all’interno di una regolamentazione complessiva dell’investimento privato – che lo stesso Keynes indicava come unica soluzione alla naturale tendenza al ristagno del capitalismo sviluppato e come “via lenta” alla società ideale immaginata dall’economista britannico, idea poi ripresa in chiave più radicale da Hyman Minsky proprio negli anni Settanta.

Il problema è che buona parte della sinistra socialdemocratica e socialcomunista o non capì ciò che stava avvenendo – diversi intellettuali della sinistra europea del dopoguerra videro nel keynesismo una forma embrionale di socialismo piuttosto che un particolare regime di accumulazione capitalistica, quale effettivamente era, e si ritrovarono dunque privi degli strumenti teorici necessari per capire la crisi capitalistica che investì il keynesismo, illudendosi di poter risolvere il conflitto distributivo nei limiti angusti del quadro socialdemocratico – o non ebbe il coraggio di mettere seriamente in discussione i “fondamentali” del sistema e in particolare il problema del “vincolo esterno”.

Il fatto che la teoria economica dominante – quella versione “imbastardita” delle teorie di Keynes nota come neokeynesismo – fosse incapace di offrire una spiegazione alla cosiddetta stagflazione di quegli anni (la contemporanea presenza di alti tassi di disoccupazione e alti tassi di inflazione) non aiutò. Ma ad obnubilare la capacità di analisi dei movimenti operai, indebolendone la volontà di opporsi ai primi passi della controrivoluzione neoliberale contribuì anche il diffondersi di teorie nate negli stessi ambienti di sinistra: in primo luogo, l’accettazione della tesi secondo cui una delle cause fondamentali della crisi fosse la spirale incontrollata della spesa pubblica (vedi il successo del famoso saggio di James O’Connor sulla crisi fiscale dello Stato), poi il mito secondo cui il successo delle multinazionali – nella misura in cui sembravano neutralizzare i poteri di regolazione dello Stato-nazione – rendeva di fatto impossibile praticare il “keynesismo in un solo paese”.

In sostanza, buona parte della sinistra europea, tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, giunse a considerare quel processo che oggi noi chiamiamo globalizzazione, e il contestuale svuotamento delle sovranità nazionali in campo economico, come un aspetto ineluttabile della modernità. In realtà, come spiego nel libro Sovranità o barbarie, si trattava di tesi perlopiù prive di fondamento.

Fatto sta, però, che la sinistra europea, avendo accettato l’impossibilità o comunque la non auspicabilità di una svolta nella direzione di un “riformismo radicale” a livello domestico, nell’accezione minskyana del termine, sia l’inevitabilità della globalizzazione (nella sua variante neoliberale) a livello internazionale, finì di fatto per avallare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica soluzione alla crisi del keynesismo. Come notano Albo Barba e Massimo Pivetti, sarebbe un errore pensare che la sinistra abbia semplicemente subìto l’accelerazione del processo di mondializzazione, e il cambiamento delle condizioni di potere e distributive, avvenuti in tutta Europa nel corso dell’ultimo trentennio; al contrario, la sinistra «ha in larga misura consapevolmente deciso e gestito» questa transizione, e il conseguente passaggio a una visione post-statuale e post-sovrana del mondo, spesso anticipando la destra su questi temi.

Non a caso – secondo una paradossale logica autoavverantesi, in cui la sinistra si è prodigata per plasmare la realtà in base alla sua analisi fallace della stessa – in numerosi paesi proprio le forze socialiste e laburiste anticiparono la destra nello smantellamento del modello keynesiano. Basti pensare alla svolta che James Callaghan impose al Labour Party alla metà degli anni Settanta, dopo avere liquidato la sinistra interna di Tony Benn, o alla retromarcia che il presidente francese Mitterrand, “ispirato” dal ministro social-liberale Jacques Delors, compì all’inizio degli anni Ottanta, convertendosi al liberismo dopo essere stato eletto con un programma radicale di trasformazione in senso socialista dell’economia.

La traiettoria appena descritta assunse in Italia caratteristiche peculiari. Nonostante la congiuntura internazionale negativa, la prima metà degli anni Settanta, rappresentò per l’Italia, proprio in virtù della forza del movimento operaio e dell’altissimo livello di conflittualità sociale ed industriale, una stagione di grandi riforme progressive: l’accordo sulla scala mobile (ossia l’indicizzazione dei salari all’inflazione); la riforma del sistema pensionistico; lo Statuto dei diritti dei lavoratori; nuove norme per la tutela delle lavoratrici madri e la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro; l’avvio di un tentativo di riforma del sistema tributario nel senso dell’aumento della sua progressività; e, soprattutto, l’istituzione del Servizio sanitario nazionale (SSN).

Di lì a poco, però, il ciclo riformista sarebbe volto bruscamente (e brutalmente) al termine sotto la spinta di una controffensiva padronale senza precedenti. Determinanti in tal senso si riveleranno le scelte che il PCI compirà nella seconda metà del decennio in questione. La controffensiva ebbe inizio nel 1976-77, con il varo da parte del governo di nuove misure restrittive/deflazionistiche, che determinarono un leggero miglioramento della dinamica dei prezzi e della bilancia commerciale, ma anche un crollo della produzione e degli investimenti. Il calo dell’occupazione e della crescita indebolirono il potere contrattuale dei lavoratori, dando il via a una radicale riorganizzazione dei rapporti di classe che avrebbe trovato il suo coronamento nell’adesione dell’Italia, di lì a poco, al Sistema monetario europeo (SME), prodromico all’introduzione della moneta unica.

Gli eventi drammatici di quegli anni – che avrebbero segnato l’inizio della fine per il movimento operaio italiano e più in generale per le prospettive di democratizzazione dell’economia – non possono essere compresi se non si analizza il ruolo cruciale giocato in quegli anni dal Partito Comunista Italiano. Dopo l’exploit alle amministrative del 1975 si sviluppò in seno al PCI un fervente dibattito sulla posizione che il partito, alla luce della proposta di “compromesso storico” avanzata dal segretario generale Enrico Berlinguer alla DC e al PSI nel 1973, dovesse assumere nei confronti di quelli che nel dibattito pubblico erano presentati come i due “mali” del paese: l’inflazione e gli squilibri con l’estero. Paradigmatico di quel dibattito – e delle drammatiche conclusioni che ne trasse il partito – fu un convegno organizzato nel 1976 dal CESPE, il Centro studi di politica economica del PCI, esplicitamente dedicato al tema della crisi economica, del costo del lavoro e dei condizionamenti internazionali dell’Italia.

È utile riprendere le fila di quel dibattito perché vi si ritrovano molti dei temi centrali di quello odierno. Esso vide confrontarsi il neokeynesiano e futuro premio Nobel per l’economia Franco Modigliani – che proponeva la cancellazione del meccanismo di indicizzazione dei salari all’inflazione e una riduzione generalizzata degli stessi – e diversi economisti eterodossi vicini al PCI, nonché, ovviamente, esponenti del partito stesso. È bene ricordare il contesto nazionale di questo dibattito, in cui la forza organizzata della classe operaia fu «assunta ancora una volta [dal governo e dai media filo-governativi] come la principale responsabile dei problemi di competitività dell’economia nazionale, della mancata estensione dell’occupazione, e dell’abnorme diffusione di forme di lavoro nero», come scrivono Leonardo Paggi e Massimo D’Angelillo.

La tesi di Modigliani, a grandi linee, era la seguente: la scala mobile conduceva, a suo dire, a un aumento del salario reale (a causa dell’impossibilità per gli imprenditori di scaricare tutto l’aumento salariale sui prezzi), determinando così un peggioramento della bilancia commerciale italiana (le importazioni sarebbero aumentate, mentre le esportazioni sarebbero diminuite). Inoltre, la compressione dei profitti disincentivava gli imprenditori a investire, causando una contrazione della produttività e di conseguenza dell’occupazione. Era quindi nell’interesse dei lavoratori stessi, e compito dei sindacati, cancellare la scala mobile e accettare un livello salariale più basso, che fosse compatibile con la piena occupazione. Questo, ammetteva Modigliani, «richiede qualche sacrificio ai lavoratori», ma in cambio la classe operaia avrebbe ottenuto la difesa dell’occupazione, il riassorbimento della disoccupazione e la fine dell’inflazione.

Ai lettori più attenti non sarà sfuggita la somiglianza tra le tesi di Modigliani e la teoria del “tasso naturale di disoccupazione” di friedmaniana memoria: fu proprio Modigliani, infatti, a riprendere e a legittimare quella teoria, negli anni Settanta, da una prospettiva “keynesiana” (quando si parla di Modigliani le virgolette sono d’obbligo). Nel dibattito accademico italiano le tesi di Modigliani non erano certo nuove: l’idea che la stagflazione italiana di quegli anni fosse sostanzialmente riconducibile agli eccessivi aumenti salariali ottenuti dai sindacati in seguito all’“autunno caldo” del 1969-70 era il fulcro dell’analisi di Guido Carli nel periodo in cui fu governatore della Banca d’Italia: il cosiddetto “schema Carli”. Il fatto che Modigliani fosse un rinomato economista “di sinistra”, tuttavia, contribuì a raccogliere l’attenzione tanto del mondo accademico quanto dell’opinione pubblica intorno alla sua proposta; si trattò, infatti, di una delle prime occasioni in cui le idee monetariste furono discusse nell’arena pubblica.

La proposta, come detto, generò un acceso dibattito tra gli economisti vicini al PCI, molti dei quali criticarono aspramente le tesi di Modigliani. Tra questi Augusto Graziani, Domenico Mario Nuti, Federico Caffè, Claudio Napoleoni, Massimo Pivetti e altri. Con sfumature diverse, criticarono tutti l’idea – intrinsecamente neoclassica – che esistesse un solo livello salariale compatibile con la piena occupazione e l’equilibro dei conti con l’estero, controbattendo che tanto il livello salariale quanto la gestione del vincolo della bilancia dei pagamenti non erano questioni tecniche che in quanto tali offrivano soluzioni univoche, ma il risultato del conflitto tra le classi, che a sua volta dipendeva anche da circostanze esterne alla sfera della produzione, in primis le politiche pubbliche: monetarie, fiscali, industriali ecc.

In un’ottica di questo tipo, erano concepibili soluzioni alternative al vincolo esterno rispetto alla riduzione dei salari: nel breve periodo – anche alla luce della natura plausibilmente contingente dell’aumento del prezzo delle materie prime – «controlli severi dei movimenti di capitali e la riduzione del contenuto di importazioni della domanda interna, ossia con restrizioni temporanee delle importazioni di beni non indispensabili al processo produttivo e l’avvio di una politica industriale di sostituzione di importazioni con produzione interna»; nel medio-lungo periodo, politiche tese all’aumento della produttività tramite investimenti pubblici, ristrutturazioni industriali e una migliore pianificazione.

Come avrebbe scritto qualche anno più tardi Federico Caffè, in quel dato contesto internazionale, la piena occupazione richiedeva una riforma fondamentale del contesto istituzionale e verosimilmente «controlli sul commercio con l’estero, controlli sui prezzi, controlli sulla localizzazione delle industrie, estensione dell’azione dello Stato anche ai fini della regolamentazione complessiva dell’investimento privato»: in breve, una vera e propria «economia dei controlli».

Sarebbe a dire che, data la crisi del modello keynesiano, tanto a livello domestico quanto internazionale, la difesa degli interessi dei lavoratori passava necessariamente per una riforma radicale del sistema capitalistico, nell’ottica di una sua regolazione e in prospettiva di un suo superamento. L’alternativa sarebbe consistita inevitabilmente non solo in una drastica contrazione dei livelli di attività e di occupazione, ma nella rinuncia a ogni forma di controllo sulla distribuzione del reddito, implicita nell’accettazione del principio secondo cui tutti i paesi debbano equalizzare il loro costo del lavoro a quello dei paesi concorrenti (non a caso Modigliani proponeva anche la completa liberalizzazione degli scambi internazionali).

Questi argomenti, purtroppo, furono accolti con scetticismo, per non dire aperta ilarità, dai massimi dirigenti del partito e del sindacato. Così si espresse Luciano Lama:

Tutto ciò a me sembra arieggiare il ripristino di un sistema protezionistico che potrebbe davvero riportarci indietro di molti decenni sul piano economico e politico, con la prevedibile conseguenza: di un drastico, rovinoso peggioramento del livello di vita dei lavoratori e del nostro popolo; di una rapida uscita dell’Italia non solo dal serpente monetario, ma dal novero dei paesi industrializzati, sia pure a metà e con tanti ingiusti squilibri. Non credo che possa essere, una sorta di autarchia degli anni Ottanta, la medicina che ci serve per uscire dalla crisi e per combattere validamente la spirale svalutazione-inflazione-svalutazione.

Non molto diversa nella sostanza fu la posizione espressa senza ironia al convegno da Bruno Trentin, segretario generale della Federazione lavoratori metalmeccanici, allora considerato come l’esponente più autorevole della “sinistra” del movimento sindacale:

La contropartita [dei sacrifici che vengono chiesti ai lavoratori] che il sindacato può pretendere in questo caso – e si tratta di una contropartita non monetizzabile – potrà consistere nella possibilità offerta alla classe operaia di partecipare alla gestione dei suoi sacrifici.

In occasione del convegno del CESPE, in breve, qualunque soluzione eterodossa al problema del vincolo esterno venne scartata. Il risultato fu che il PCI finì per sposare in toto le tesi monetariste/neoliberiste di Modigliani, ossia l’idea secondo cui, dato il vincolo esterno, ritenuto inamovibile, «l’Italia non avrebbe potuto affrontare la crisi economica in corso che attraverso il contenimento dei salari e politiche monetarie e di bilancio restrittive». Come dichiarò l’economista ufficiale del PCI nonché segretario del CESPE, Eugenio Peggio:

Appare evidente che i problemi del paese possono essere affrontati e avviati a soluzione soltanto con un grande sforzo di tutta la nazione: uno sforzo che comporta necessariamente sacrifici, anche per la classe operaia e per le grandi masse popolari. […] In linea generale deve ritenersi che la dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto non possa differire sostanzialmente da quello che si verifica negli altri paesi con i quali l’Italia deve più competere. È questa la condizione necessaria per far sì che l’Italia possa continuare ad agire in un’economia aperta, e non debba fare concessioni di carattere protezionistico.

Difficile immaginare una manifestazione più esplicita di come, già a iniziare dagli anni Settanta, parti importanti del partito fossero «andate mutando molecolarmente la propria cultura politica», diventando «parte (subalterna) di un diverso sistema egemonico», come ha scritto Guido Liguori. Accettare l’idea dell’inevitabilità della compressione salariale e dunque della sua natura fondamentalmente aclassista significava, inoltre, rinunciare all’idea stessa di “contropartite” a favore dei lavoratori: un elemento che caratterizzerà l’impostazione politica comunista per tutto il triennio successivo.

Come dichiarò sempre in quell’occasione Giorgio Amendola, esponente della corrente “liberale” del PCI: «I sacrifici sono richiesti dallo stato delle cose», e in questo senso non si configuravano come oggetto di una opzione negoziabile, ma piuttosto come uno stato di necessità che trascendeva l’interesse delle singole parti sociali. Tanto il PCI quanto il sindacato, dunque, offrirono il loro placet a drastiche politiche di compressione del salario e della spesa pubblica e di miglioramento della profittabilità, per di più senza alcuna contropartita sul piano delle riforme e delle politiche economiche. Non sorprende che molti abbiano visto in questa svolta “economica” il primo passo verso la svolta “politica”, che quindici anni dopo avrebbe portato alla morte del partito.

Nel giro di pochi anni, infatti, sull’onda del sostegno offerto dal partito alle misure di austerità approvate a fine anno (1976) dal governo, sostenuto dal PCI nella forma dell’appoggio esterno al governo di solidarietà nazionale, i successi elettorali del 1975-76 si trasformarono in un’emorragia di consensi del PCI presso gli strati sociali dei lavoratori, senza che ciò provocasse alcun ripensamento tra i dirigenti comunisti. A dare il colpo di grazia a qualunque velleità riformista da parte del PCI, nonché alle prospettive di “compromesso storico”, determinando così una drammatica «caduta dei livelli di garantismo conseguiti in tutta la legislazione precedente», ci avrebbe pensato poi il terrorismo, culminato nell’assassinio di Aldo Moro.

Era iniziata la controffensiva, che sarebbe culminata due decenni dopo con l’ingresso dell’Italia nell’euro.

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