L’Europa e il ritorno del politico? Un percorso teorico e qualche dubbio sulla sinistra


31 Gen , 2021|
| 2021 | Terza Pagina

Recensione ad Alfredo D’Attorre, L’Europa e il ritorno del ‘politico’. Diritto e sovranità nel processo di integrazione, Giappichelli, 2020

Alfredo D’Attorre, dismesso il ruolo di politico (è stato eletto deputato nel 2013 nelle liste del PD, poi tra i primissimi ad uscire nel corso renziano e infine fondatore e dirigente di primo piano di Articolo 1), ha ripreso la veste di studioso del pensiero giuridico e politico dando alle stampe un interessante volume su una tematica quanto mai attuale: l’integrazione europea. Per i tipi della Giappichelli editore è uscito infatti a fine 2020 L’Europa e il ritorno del ‘politico’. Diritto e sovranità nel processo di integrazione che, con una non breve Introduzione e sei capitoli ben equilibrati, prova a fornire chiavi di lettura per comprendere quel complesso processo istituzionale che l’opinione pubblica denomina senza troppe sottigliezze “l’Europa”. Dentro l’Europa, per la pubblicistica, c’è quasi di tutto: la moneta unica, i Trattati, le varie istituzioni della Unione europea, i giudici della Corte di giustizia della Ue e quelli della Convenzione Edu (che è un organismo sovranazionale distinto), le raccomandazioni della Commissione sui bilanci, il Mes e il Recovery. E si potrebbe pure proseguire. I più euro-scettici hanno coniato, per indicare il tutto, un nuovo lemma caricaturale molto in uso sui social, “Leuropa”, che più che una originale invenzione pare invero una trasfigurazione della mitologia che si è creata nel mondo della informazione e del dibattito politico. Ma tanto è.

Il libro di D’Attorre ha un taglio prevalentemente accademico, lo si vede dalla copiosa bibliografia e dalle note che ne rendono conto. Questo fatto potrebbe essere un difetto se la scrittura risentisse troppo del riferimento ad una precisa comunità di studiosi: in realtà la lettura è del tutto agevole, in grado di incuriosire e di avvincere anche i non addetti ai lavori. Sembra di cogliere una precisa scelta dell’autore, quella di consentire anche un uso pubblico se non esplicitamente politico dell’opera. Con questo spirito abbiamo provato a leggerlo.

Il processo di integrazione europea può essere osservato da vari punti di vista disciplinari, D’Attorre ne propone uno interdisciplinare che prova a dare conto di un «oggetto, costituito da un inestricabile intreccio di elementi economici, giuridici, politici sociali e storici» (p. 11). L’asse principale è però quello giuridico-politico, con il trattino, nel senso della sintesi tra la dimensione giuridica e quella politica: si possono infatti trovare riferimenti al diritto pubblico, alla teoria generale del diritto e alla riflessione politica ed economica in senso stretto. Nell’indagine scientifica delle varie dottrine e dei temi centrali della integrazione europea non manca però, e questo è forse il principale pregio del libro, il rimando alle ricadute ideologiche della costruzione europea nella opinione pubblica. «Questo lavoro prova ad analizzare proprio il rapporto fra la ricerca teorica su questi temi e un retroterra ideologico e culturale più generale. L’obiettivo è dimostrare come questa prospettiva possa rivelarsi preziosa per capire sia la direzione che il processo di integrazione ha preso a partire dagli anni Ottanta, sia il modo in cui si è formata una chiave prevalente di interpretazione che ha accompagnato questo percorso» (p. 2). Insomma, la narrazione politica dominate sull’Europa ha, come ogni ideologia, basi culturali e scientifiche serie che devono essere in primo luogo comprese.

Il libro pare diviso in due parti ideali che corrispondono rispettivamente, la prima, alla Introduzione e al capitolo finale, e la seconda, al corpo centrale. Volendo semplificare troviamo qui riflessi il D’Attorre più politico e quello invece più studioso di scienze sociali. Infatti, nella prima parte si palesa uno sguardo verso il futuro: muovendo dall’impatto della doppia crisi, quella economica del 2012 e quella attuale della pandemia del 2020, l’Autore registra fattori che segnerebbero una sostanziale discontinuità con l’integrazione europea così come l’abbiamo conosciuta sino ad oggi. Vi sarebbe un vero e proprio «spiazzamento nello scenario post-crisi tanto dell’europeismo liberista, custode dell’ortodossia di Maastricht, tanto dell’antieuropeismo nazionalista, che aveva scommesso sulla disintegrazione» (p. 13) della moneta e dell’Unione europea. Nella seconda parte, che comprende i cinque capitoli centrali, domina lo sforzo di ricostruire criticamente le teorie che hanno guidato l’integrazione europea. Qui a prevalere è invece il D’Attorre studioso, formatosi sui testi della modernità classica e poco incline a civettare con il postmoderno.

Il punto di partenza è costituito dalla appartenenza del progetto europeo al blocco atlantico: esso «muove i suoi primi decisivi passi come tassello fondamentale del blocco occidentale e della sua strategia di contenimento dell’avanzata del socialismo reale» (p. 23). Le prime fasi della integrazione hanno goduto di una certa felice ambiguità tra la visione federalista (Altiero Spinelli) e quella funzionalista (Jean Monnet): è la fase dei Trenta Gloriosi (1945-1975) che segna il compromesso socialdemocratico e il welfare state, lasciando agli Stati ampio margine per definire in autonomia le proprie politiche pubbliche. Dopo il crollo del Muro di Berlino, la visione funzionalista ha preso l’egemonia, trasformando «l’integrazione giuridica da mezzo a fine in sé» (p. 37), saldandosi con i processi della incombente globalizzazione. È sorto così l’ordine di Maastricht, che è un passaggio verso la neutralizzazione della politica e del conflitto sociale in generale. L’integrazione assume le vesti di un processo economico-burocratico del tutto “spoliticitizzato”, condotto da élite che mettono i dogmi neo-liberali in cima alle priorità.  

In alcuni decenni non sono state spazzate via soltanto le conquiste politiche dei Trenta Gloriosi, ma ad essere stravolte sono state anche le categorie tradizionali della politica. Stato, sovranità, democrazia su base nazionale, cittadinanza, conflitto sociale, sono piano piano diventati oggetti giudicati inservibili dalla teoria politica, per essere poi accantonati anche nella pratica politica e istituzionale. Tale crisi della tradizione moderna ha conosciuto esiti nichilistici, testimoniati dalle formule impiegate: moneta senza Stato, Stato senza popolo, popolo senza identità, costituzionalismo senza Costituzione. Una asciugatura progressiva dei fattori sostanziali della vita delle comunità politiche che assomiglia ai prodotti dietetici o salutisti, cioè senza nulla dentro.

D’Attore è molto bravo nel collegare i fili che uniscono questo contesto teorico e culturale alla integrazione europea. Forse il contributo più originale che è stato apportato dall’interno è costituito dalla dottrina di matrice tedesca dell’ordoliberismo, non solo una concezione dell’economia, ma (come dice bene l’Autore, che dedica diverse pagine al tema) una vera e propria filosofia sociale, che si pone l’obiettivo di progettare organicamente l’evoluzione della comunità mediante rigidi rapporti tra società e capitale. L’economia sociale di mercato indica una forma di liberismo bilanciato (bassa inflazione, niente deficit, esportazioni) e non contempla il conflitto politico.

L’ordine di Maastricht, secondo D’Attorre che segue un filone critico per fortuna presente almeno nella teoria forse più che in politica, è pertanto un ordine spoliticizzato. Le dinamiche della democrazia si sono impoverite, ristrette e condizionate dall’incombenza dell’economico che ha preso il sopravvento nella crisi dello spazio tradizionale della politica, quello statuale: lo stesso Euro è l’esempio di una moneta senza governo politico.

Dato questo quadro, si passa alla parte più costruttiva. I movimenti populisti o sovranisti, con tutto il carico di ambiguità da assegnare a questi termini, sono il sintomo che ciò che viene rimosso con la neutralizzazione tecnica ritorna in forma politica sotto altre forme. Una società non può essere a lungo privata del conflitto politico. Questi segni però sono appunto solo sintomi, non risposte efficaci, secondo D’Attorre, della necessità di un ritorno della politica. Per l’Autore, però, dopo la crisi del debito privato (e non pubblico, come si dice, ma questo è parere personale) e soprattutto per via di quella della pandemia (entrambe in corso), si danno le condizioni per «un definitivo cambio di scenario» (p. 190). I toni sono abbastanza decisi e decisivi: «Il mondo in cui l’ordine di Maastricht è stato pensato e costruito cessa definitivamente di esistere, i problemi e gli obiettivi che avevano la fase precedente, a partire dal contenimento dell’inflazione e del debito pubblico, appaiono lunari rispetto alle nuove drammatiche priorità» (p. 191). Non solo Europa però, ad essere in agenda sarebbe ormai il tema della deglobalizzazione: «la pandemia sembra destinata a portare a definitivo compimento quel tramonto della globalizzazione neo-liberale che era già in atto».

D’Attorre compie queste valutazioni appoggiandosi su dati di fatto e non su semplici desiderata, ci mancherebbe altro: la sospensione del Patto di Stabilità, i piani di intervento della BCE a sostegno dei titoli statali, i vari programmi di finanziamento alla emergenza pandemica, non ultimo il Recovery Fund. Resta però più di una perplessità. Forse sarà per pessimismo rispetto all’ottimismo che denota il testo, però, come scriveva Keynes, l’abbandono delle vecchie idee è più faticoso della ricerca di quelle nuove. In verità il governo dell’Unione è affidato a provvedimenti contingenti e provvisori nei quali è difficile intravedere una linea strategica di fondo. Gli interventi della BCE, da quelli voluti da Draghi sino al Recovery, sono frutto di atti che non trovano riscontro nei Trattati, i quali continuano ad essere però in vigore e non si vedono all’orizzonte neppure segni di riforma radicale. Non a caso si ascoltano voci che ricordano a tutti come il Patto di stabilità non sia affatto cancellato. Per non dire poi delle condizionalità connesse al Recovery e alle letterine che invitano a fare “le riforme”. L’Unione europea presenta un assetto che sembra lontanissimo da un basilare Stato di diritto. Le Costituzioni nazionali sono largamente inapplicate, basta pensare a ciò che sostiene la nostra in materia di lavoro e di economia di mercato, ma anche i Trattati non se la passano bene. E questo sarebbe un modello liberale di governo di una comunità? Personalmente, di fronte all’occasionalismo della governance europea non saprei dire se siamo di fronte a qualcosa di nuovo o il vecchio tornerà presto ad agguantarci. D’istinto mi sovviene il motto di uno dei più grandi italiani di sempre, Gino Bartali: “gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare!”.

Certo, qualcosa è cambiato, anche nella opinione pubblica ma restano molti nodi. E permane infine la questione del rapporto tra una visione politica socialista e il processo di integrazione europea. Questo è un capitolo ancora tutto da esplorare. L’euro-entusiasmo della sinistra neo-liberale è del tutto comprensibile: il vincolo esterno è la grande occasione per la rivoluzione liberale che in patria finisce sempre in minoranza. Si fatica di più a comprendere, invece, come nei settori più radicali prevalga una sottovalutazione del fenomeno. Spesso ci si rapporta all’Europa per lo più per contrarietà: siccome non piace ai miei nemici sovranisti allora non va tanto male. In altri casi si gradisce la retorica del politicamente corretto che promana dalle istituzioni europee: un po’ di ambientalismo, le pari opportunità di genere, ignorando completamente la critica dell’economia politica. Talora, invece, specie nell’anticapitalismo più minoritario, si preferisce parlare in senso generico di Occidente capitalista senza fare distinzione alcuna e senza analizzare la situazione: come se a Bruxelles vi fosse un Soviet nemmeno si menziona l’Unione europea. Una domanda: e se a saldare tutte queste visioni vi fosse la diffidenza teorica verso la sovranità statale in favore della ideologia globalista? Il globalismo è diventato una credenza comune e buona per tutti: tanto per i manager, attratti dalla deregulation e dalla espansione della finanza, che per i centri sociali sedotti dalla ideologia no-border. E l’europeismo, ben foraggiato dalle classi dirigenti, è stata la forma continentale di questo processo. Come ha sarcasticamente riconosciuto Luciano Canfora, “l’europeismo è l’internazionalismo dei benestanti”. La sinistra ormai orfana di una cultura politica socialista ed in cerca di nuovi approdi teorici, mediante i suoi ceti intellettuali e il monopolio degli organi di informazione, ha fatto di questa ideologia la sua essenziale ragione identitaria e di esistenza: globalismo, europeismo, astratti valori universali.

D’Attorre politico ha tenuto accesa la fiammella di una possibile critica da sinistra alla integrazione europea così come è, sfidando un senso comune che a sinistra è duro a morire e a trasformarsi. Adesso mostra anche le basi teoriche di quella critica. Speriamo che prosegua.

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