Scienze e medicina tra democrazia, mercato e potere


2 Feb , 2021|
|2021|Scienze e potere

Il legame tra scienze e potere costituisce da sempre una delle questioni centrali della storia dei popoli e degli stati, operando quasi da contraltare a quello tra religione e potere. In quanto fondate sulla libera ricerca e sul dubbio metodico e sperimentale, le scienze hanno sempre svolto nella dimensione pubblica il ruolo di agente critico, capace di mettere in discussione rappresentazioni collettive del nostro mondo, scardinando sia le conoscenze che sembravano consolidate, sia le opinioni comuni e le credenze religiose usate strumentalmente dalle diverse forme del potere per fondarvi la propria legittimazione e capacità d’azione.

Nonostante i progressi scientifici del XX e del XXI secolo, specie in ambito medico e farmacologico, e i loro indubitabili benefici per la collettività, assistiamo oggi, nel dibattito pubblico e mediatico, all’ascesa di nuove forme di scientismo. Lo scientismo agisce nel dibattito pubblico come strumento politico di controllo e di disciplinamento sociale, svuotando le scienze della loro forza critica e razionale, trasformandole in una nuova tipologia di credenza e di opinione comune di cui il potere, nelle sue diverse espressioni, può disporre per legittimare la sua azione. Alle scienze, comprese nella loro pluralità e nelle contrapposizioni interne ai diversi dibattiti scientifici, fondate su un metodo d’indagine sperimentale e razionale, e per ciò stesso democratiche, si è oggi sostituita, nel dibattito pubblico e mediatico, l’idea di una scienza unica e totalizzante, non democratica, in quanto sapere tecnico, iper-specializzato e non comunicabile alle masse, a cui credere e prestare fede.

Questa trasformazione delle scienze in scientismo, che chiude gli spazi di riflessione analitica e impedisce di porre interrogativi e sollevare questioni, diviene particolarmente problematica nell’attuale contesto della crisi e dell’emergenza sanitaria legata alla diffusione dell’agente patogeno Sars-Cov2. Appare oggi assai difficile affrontare in pubblico il tema delle politiche sanitarie e delle scelte emergenziali assunte dai governi nazionali nel fronteggiare l’epidemia senza rendersi consapevolmente o inconsapevolmente portavoci di una posizione ideologica e propagandistica, senza incorrere in una forma di censura esterna o di un’autocensura interna rispetto ad argomenti assai sensibili, che si prestano spesso e volentieri a operazioni di delegittimazione e stigmatizzazione pubblica. Siamo di fronte a un dibattito fortemente polarizzato, diviso tra sostenitori di pratiche di limitazione dei diritti e delle libertà personali, di chiusure e coprifuoco, da un lato, e sostenitori di aperture generalizzate, per i quali non andrebbe adottata alcuna chiusura o restrizione. La stessa polarizzazione è ugualmente rintracciabile nel dibattito pubblico tra i sostenitori dell’uso delle mascherine e dei dispositivi di sicurezza individuale in ogni luogo e in ogni situazione, e quanti si oppongono alla generalizzazione di questa misura; o, ancora, nell’opposizione tra i sostenitori della necessità di una vaccinazione di massa, magari obbligatoria, o di patenti vaccinali, e i detrattori di queste stesse misure.      

Questo tipo di dibattito non sembra produttivo sul piano dell’analisi e comprensione del fenomeno, ma è solo funzionale alla creazione di un falso dibattito tra opposte tifoserie che, se da un lato garantisce un alto livello di audience, dall’altro esclude ogni possibilità di reale approfondimento e lucida riflessione. Questa polarizzazione del dibattito segna una divisione mediaticamente orientata tra buoni e cattivi, tra quanti pensano e si muovono nel campo del politicamente corretto e dell’accettabilità pubblica, e quanti, invece, rientrano nella dimensione del politicamente e mediaticamente censurabile o del cosiddetto complottismo.

Riteniamo, tuttavia, che tra la totale ingenuità e il complottismo vi sia spazio per l’elaborazione di una riflessione razionale che non si autocensuri nell’osservare le incongruenze e le contraddizioni di una rappresentazione mediatica spesso dogmatica, acritica e scientista della realtà, senza per questo dover cadere in una visione altrettanto semplificata e riduzionista. Entrambi i poli di questa contrapposizione, quello scientista e quello complottista, finiscono col ridurre al minimo, fino a cancellare, la razionalità del dibattito pubblico.

Scopo di questa rubrica di approfondimento vuol essere, allora, quello di approfondire, in maniera laica e fuori dalle polarizzazioni mediatiche, alcune delle questioni maggiormente problematiche nel contesto di cura e di contenimento dell’epidemia di Sars-Cov2: dall’applicazione delle politiche sanitarie e delle misure di sicurezza che limitano  le libertà personali e i diritti costituzionali, all’analisi della loro effettiva efficacia; dai conflitti d’interesse tra le aziende farmaceutiche, le autorità politico-sanitarie nazionali e i comitati tecnico-scientifici, alla scelta dei protocolli terapeutici; dall’interdizione di alcuni farmaci alla mercantilizzazione di altri; dalle politiche di vaccinazione agli effetti della riduzione dei finanziamenti dei sistemi sanitari nazionali, dei posti di terapia intensiva, della sanità territoriale e delle terapie domiciliari, del numero del personale medico ospedaliero e di base.

Quest’analisi non vuol essere, tuttavia, limitata al solo contesto della crisi sanitaria in atto, ma prendere in considerazione le dinamiche strutturali osservabili nel rapporto tra scienze, medicina, democrazia, mercato e potere, consolidatesi nel quadro del contesto neo e ordo-liberista degli ultimi quarant’anni, che pregiudica l’accesso alle cure e sta trasformando radicalmente i sistemi sanitari nazionali, espressione delle costituzioni e delle legislazioni dei paesi europei.      

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