Mario Draghi: breve biografia di un incappucciato della finanza


5 Feb , 2021|
| 2021 | Visioni

E alla fine, come da copione, l’“operazione Draghi”, a cui il sistema, nonché Draghi stesso, lavorano alacremente da anni – i servizi fotografici su Draghi che fa la spesa al supermercato, accarezza i cagnolini e vola in economica, ma anche lo stesso, ormai celebre, articolo sul Financial Times in cui Draghi, novello keynesiano, ha riabilitato il debito pubblico (quello “buono”, ça va sans dire) – è stata portata in porto. Ed è subito gara tra i politici e commentatori nostrani ad annunciare la seconda venuta di Cristo.

In questa sede non mi soffermerò sulle manovre di palazzo che ci hanno portato a questo punto. Mi limiterò a evidenziare come le principali responsabilità, a mio avviso, siano da imputarsi non a Renzi, come vuole la vulgata, ma allo stesso Conte, agli occhi di tutti la principale vittima di questa operazione. Se oggi, infatti, Draghi – letteralmente l’incarnazione vivente del vincolo esterno – può presentarsi come il salvatore della patria che può garantire l’arrivo e il “buon uso” dei fantastiliardi dell’Europa, è precisamente perché Conte in primis ha avallato fin dall’inizio la logica del vincolo esterno, presentando il Recovery Fund come un generoso regalo di mamma Europa che lo scolaretto Italia avrebbe dovuto fare di tutto per meritarsi e “spendere bene”, e anzi senza i quali saremmo stati perduti. Insomma, Conte – sospinto da MoVimento Cinque Stelle e PD – non ha fatto che alimentare l’idea dell’Italia come nazione minus habens incapace di gestire se stessa e perennemente bisognosa dell’aiuto (e a volte della “rieducazione”) di qualche “provvidenziale” attore esterno, per definizione più civilizzato e capace di noi.

Questa è precisamente la narrazione che ha prodotto una classe dirigente completamente subalterna all’Europa e strutturalmente incapace di difendere gli interessi del paese, e che ci ha ridotti in quello “stato di minorità” che è proprio di chi sente la necessità di affidare ad altri le decisioni circa le proprie priorità e il proprio destino. Non sorprende che a farne le vittime, oltre ai comuni cittadini, siano spesso proprio i politici italiani, dediti da anni ad un’operazione di autodenigrazione di se stessi e del loro paese. Se per mesi hai ripetuto la fandonia secondo cui il Recovery Fund – nei fatti due spicci concessi a debito in cambio di condizionalità peggiori del MES, come spiego nel dettaglio qui – rappresenta «la più grande occasione nella storia del paese», c’è poco da sorprendersi che oggi il popolo acclami l’arrivo dei “competenti” per gestire questa «opportunità storica». Che dire? Chi di vincolo esterno ferisce di vincolo esterno perisce.

Ma veniamo ora alla persona di Mario Draghi. Per capire veramente chi è l’uomo che oggi viene acclamato da tutti come unico possibile salvatore della patria, e cosa è lecito aspettarsi da lui, può essere utile fare una ripassata sul passato dell’uomo.

Draghi ha assunto la carica di nuovo presidente della BCE alla fine del 2011, dopo una “brillante” carriera come amministratore delegato di Goldman Sachs (2002-2005), governatore della Banca d’Italia (2005-2011) e direttore generale del Tesoro italiano (1991-2001). È proprio nella veste di DG del Tesoro che Draghi negli anni ‘90 Draghi si rese protagonista della stagione delle privatizzazioni selvagge e della liquidazione a prezzi di saldo di buona parte dell’apparato industriale e bancario pubblico italiano, pur essendo perfettamente consapevole – come dichiarò nel suo intervento sul panfilo della regina Elisabetta, il “Britannia”, in cui la crème de la crème della grande finanza internazionale si incontrò per pianificare a tavolino il saccheggio dell’economia italiana – che questo avrebbe «indeboli[to] la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale». Tuttavia – come disse sempre Draghi – quel processo era da considerarsi «inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea».

Fu ancora Draghi, poi, sempre nella veste di DG del Tesoro, a sovrintendere all’emissione, da parte dello Stato italiano, di una montagna di titoli di debito tra i più “tossici” e speculativi al mondo, i famigerati derivati di Stato, finalizzati a mascherare la realtà entità del deficit pubblico italiano per ottemperare ai criteri di Maastricht, che negli anni sono costati all’Italia decine di miliardi (per chi voglia approfondire questa incredibile vicenda, su cui proprio in questi giorni la magistratura ha riaperto le indagini, ne ho scritto qui). Lo stesso pacco che poi Draghi avrebbe rifilato alla Grecia negli anni ‘90 mentre stava alla Goldman Sachs.

Ora, volete che dopo essersi prodigato in maniera così infaticabile per vent’anni a favore degli interessi del grande capitale internazionale Draghi non fosse ripagato come minimo con un bel ruolo da banchiere centrale? E infatti così è stato. Con l’arrivo di Draghi alla BCE molti speravano che la banca centrale avrebbe finalmente adottato un approccio più interventista. E così è stato, purtroppo per tutti noi. Nell’agosto del 2011, pochi mesi prima che Draghi assumesse ufficialmente la carica alla BCE e nel pieno della furia speculativa nei confronti dei titoli italiani, lui e il suo predecessore Trichet inviarono al governo italiano quella famosa “letterina” che poi sarebbe entrata nella storia, in cui si intimavano al governo italiano «una profonda revisione della pubblica amministrazione», compresa «la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali», «privatizzazioni su larga scala», «la riduzione del costo dei dipendenti pubblici, se necessario attraverso la riduzione dei salari», «la riforma del sistema di contrattazione collettiva nazionale», «criteri più rigorosi per le pensioni di anzianità» e persino «riforme costituzionali che inaspriscano le regole fiscali». Tutto ciò, si sosteneva, era necessario per «ripristinare la fiducia degli investitori».

Evidentemente, però, Draghi deve aver ritenuto insufficienti gli sforzi del governo italiano, e pochi mesi dopo – come ammesso persino da Mario Monti qualche tempo fa – «decise di cessare gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della BCE» per far schizzare in alto lo spread e costringere Berlusconi alle dimissioni, spianando così la strada all’ascesa del governo “tecnico” di Monti. È difficile immaginare uno scenario più inquietante di quello di una banca centrale apparentemente “indipendente” e “apolitica” che ricorre al ricatto monetario per estromettere dalla carica un governo eletto e imporre la propria agenda politica. Tuttavia, questo è quanto ha fatto Draghi nel 2011 nei confronti dell’Italia (per una ricostruzione approfondita di quell’episodio rimando a questo mio articolo).

Non contento, appena un mese dopo il suo colpo di Stato silenzioso in Italia, Draghi lanciò l’idea di un “patto fiscale” (“fiscal compact”): «una revisione fondamentale delle regole a cui le politiche di bilancio nazionali dovrebbero essere soggette in modo da risultare credibili». Ciò comportò, nel marzo del 2012, la firma da parte di tutti gli Stati membri dell’UE (con le uniche eccezioni di Regno Unito e Repubblica Ceca) di una versione ancora più rigorosa del Patto di stabilità e crescita istituito dal trattato di Maastricht: il cosiddetto Fiscal Compact. Esatto, quest’ultimo è un’invenzione di Draghi. Cosa la firma di questa trattato significasse per l’Europa lo spiegò lo stesso Draghi in un’intervista al Wall Street Journal pochi mesi dopo: «Non c’è alternativa al consolidamento fiscale, il modello sociale europeo appartiene già al passato».

Fu sempre Draghi a coniare il concetto di “pilota automatico” in riferimento alle politiche economiche dell’eurozona. In seguito alle elezioni italiane del 2013, in cui il MoVimento 5 Stelle emerse come il primo partito del paese, Draghi rassicurò tutti circa i timori che questo potesse portare l’Italia fuori dai binari dell’austerità: «Gran parte dell’adeguamento fiscale che l’Italia ha intrapreso continuerà con il pilota automatico». E infatti così è stato. Il messaggio di Draghi era chiaro: grazie al nuovo regime di governance economica che egli stesso aveva contribuito a costruire, i risultati delle elezioni non avrebbero contato più nulla. Come avrebbe detto qualche anno più tardi il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: «Le elezioni non cambiano nulla. Ci sono delle regole». Parole che oggi suonano inquietantemente profetiche.

È precisamente questo processo di spoliticizzazione delle politiche economiche che ha permesso a Draghi di pronunciare il suo famoso discorso che “ha salvato l’euro” nell’estate del 2012. In quell’occasione, Draghi annunciò l’istituzione del programma OMT (Outright Monetary Transactions), con il quale la BCE si impegnava, se necessario, ad effettuare acquisti illimitati di titoli di Stato sui mercati obbligazionari secondari «per preservare l’euro». L’implicazione era che se i mercati avessero richiesto tassi di interesse eccessivamente alti, la BCE sarebbe intervenuta, acquistando i titoli essa stessa. L’annuncio di Draghi fu sufficiente a far scendere immediatamente i tassi di interesse nei paesi interessati dalla crisi, a conferma del fatto che gli interessi sui titoli di Stato sono determinati dalla politica monetaria della banca centrale, non dalla “fiducia dei mercati”, come Draghi aveva ripetutamente affermato fino a quel momento (e avrebbe continuato a ripetere negli anni successivi).

Tuttavia, se da un lato questo ha aiutato i paesi in crisi (come l’Italia) ad evitare l’insolvenza, ha fatto ben poco per sostenerli in termini di rilancio delle loro economie: questo avrebbe richiesto politiche di stimolo fiscale (cioè deficit più elevati), che era esattamente ciò che il nuovo quadro di governance fiscale inaugurato da Draghi proibiva. L’accesso a un programma OMT, infatti, comporta l’adesione da parte del paese in questione a un rigido programma di austerità fiscale e alle famigerate “condizionalità” della troika (liberalizzazione del mercato del lavoro, privatizzazione degli asset statali, compressione dei salari ecc.), all’interno della cornice del Meccanismo europeo di stabilità (MES). In breve, le varie innovazioni istituzionali introdotte da Mario Draghi nel corso degli anni, che gli sono valsi così tanti elogi, non hanno trasformato la BCE in un prestatore di ultima istanza, su cui i governi nazionali possano fare affidamento sempre e comunque, ma l’hanno resa piuttosto uno “spacciatore di ultima istanza”, con il potere di sfruttare le difficoltà economiche dei paesi per ricattarli e costringerli a implementare politiche di matrice neoliberista.

Questo è diventato evidente nell’estate del 2015, quando, nel bel mezzo del negoziato tra le autorità greche e la troika, la BCE ha deliberatamente destabilizzato l’economia greca, interrompendo il supporto di liquidità alle banche greche, per costringere il governo di SYRIZA ad accettare le dure misure di austerità contenute nel nuovo memorandum, un episodio pressoché senza precedenti nella storia. Tutti questi episodi dimostrano che è soprattutto merito di Draghi se oggi possiamo dire che l’eurozona è l’unica area economica al mondo in cui non è la banca centrale ad essere indipendente dai governi, ma sono i governi ad essere dipendenti dalla banca centrale.  

Veniamo ora alla già celebra lettera di Draghi inviata al Financial Times. Mi dispiace deludervi ma Draghi non è improvvisamente diventato un novello Keynes da un giorno all’altro. Più banalmente sta invocando quella che è la strategia da manuale del buon liberista: privatizzare i profitti in tempo di “pace” (attraverso politiche di austerità a vantaggio del grande capitale ecc.) e socializzare le perdite in tempo di “guerra”, attraverso un’espansione della spesa pubblica – ovviamente a debito – per tenere a galla il grande capitale (istituti finanziari in primis), esattamente come è accaduto nel 2007-2009. Passata la bufera si potrà poi tornare allegramente a privatizzare i profitti con ancora più veemenza di prima, adducendo proprio l’aumento del debito come scusa per implementare politiche di austerità ancora più severe, esattamente come è accaduto del decennio post-2007.

Il senso dell’intervento di Draghi sta tutto qui: qualche carota oggi per poi tornare a bastonare più forte domani. Ecco cosa possiamo aspettarci dal governo Draghi. Tra l’altro il suo invito a «fare tutto il debito di cui c’è bisogno» è ancora più inquietante nella misura in cui l’Italia, come gli altri paesi dell’eurozona, si indebita in quella che di fatto è una valuta estera, il che significa che un domani i cittadini italiani saranno chiamati a compiere sacrifici immani per ripagare ogni singolo centesimo, non potendo contare su una banca centrale pronta a monetizzare una parte del debito all’occorrenza.

Per concludere, alla luce del “curriculum” del nostro, c’è solo da tremare alla prospettiva di un eventuale governo guidato da Draghi. Il fatto che oggi non solo l’establishment ma anche milioni di cittadini comuni ne acclamino la venuta è l’ennesima dimostrazione di come ormai l’Italia sia vittima di una sindrome di Stoccolma di massa. Che forse, a questo punto, potremmo semplicemente ribattezzare sindrome d’Italia.

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