Politiche attive per il lavoro: il solito mantra sciocco del politicamente corretto


12 Feb , 2021|
| 2021 | Sassi nello stagno

Quando si parla di lavoro e di diritti i peggiori non sono i liberisti e gli alfieri del capitale di stampo europeistico. Quelli li riconosci subito e tutto sommato li dai già per “persi” perché tanto lo sai che parlano e agiscono per partito preso: non li smuoverai mai perché sono sensibili solo al soldo del padrone.

Chi davvero mette a dura prova il sistema nervoso sono i quelli che, pur in buona fede, non fanno altro che ripetere ossessivamente e convintissimamente i loro mantra perbenisti e assolutamente privi di fondatezza: i sindacati purtroppo sono pieni di questa gente.

Non dimenticherò mai le reazioni al “Decreto Dignità” del Governo giallo-verde.

A prescindere dal giudizio che si possa nutrire su quell’esperienza di governo (lo so che per alcuni l’impulso di gridare “fascisti!” è davvero troppo forte), c’è da dire che quel provvedimento sia stato l’unico intervento decente in materia di lavoro degli ultimi anni (parecchi anni): una battuta d’arresto al ricorso ai contratti precari, interventi significativi (molto significativi) e di tutela in materia di somministrazione di lavoro (il vecchio interinale).

Rimasi basito nell’ascoltare le stesse persone, che fino a poco prima criticavano aspramente la flessibilizzazione (leggi precarizzazione) condotta da norme come il “Pacchetto Treu” o la “Legge Biagi”, che commentavano l’intervento con frasi assurde (probabilmente lette su qualche giornalucolo di pseudosinistra) del tipo: «per colpa del decreto le aziende non confermeranno i ragazzi col contratto a tempo determinato e li manderanno tutti a casa: a rimetterci saranno i lavoratori» (nessuno che si domandasse perché ad esempio Confindustria osteggiasse tanto il decreto, dettagli).

Io provavo a difendere la norma, ricordando peraltro a quelle stesse persone come avessero da sempre sostenuto a ragione che la perdita dei diritti non comporta (mai!) aumento dell’occupazione, ma niente: parlavo a dei cartelli stradali.

Ovviamente i dati sull’occupazione non sono affatto peggiorati, anzi: l’incidenza delle stabilizzazioni fu significativa. Una delle poche o forse l’unica occasione in cui non si poteva proprio a criticare Di Maio (in quel momento Ministro del Lavoro): avrebbero dovuto arrendersi, dopotutto anche un orologio fermo segna l’ora giusta due volte al giorno.

E sta succedendo la stessa cosa adesso: «bisogna abbandonare la logica assistenziale dei sussidi in vantaggio delle politiche attive per il lavoro». Quando sento queste parole mi viene il dubbio di essere idrofobo: avrei voglia di mordere qualcuno, di azzannare qualche giugulare.

Davvero questa gente pensa che la risposta alla più grave crisi economica e sociale che la storia del nostro Paese abbia mai registrato possa essere superata da qualche corso di formazione o avviando progetti remunerativi per le solite odiose agenzie per il lavoro interinale?

Davvero vogliamo ancora dar spazio alla chiacchiera secondo cui non si trova lavoro perché domanda e offerta di lavoro non si incrociano? Non vi sentite offesi, da cittadini prima di tutto, nell’ascoltare esternazioni tipo «le aziende cercano i lavoratori ma non li trovano»?

Il collocamento, laddove funziona (in Italia quello pubblico non funziona perché manco a dirlo scarseggiano i fondi da sempre), è utile se il lavoro c’è, se esiste! Se il lavoro manca, le politiche attive per il lavoro te le sbatti in fronte: non servono assolutamente a nulla.

Il sostegno al reddito è oggi irrinunciabile: è fondamentale per garantire a tutti una vita libera e dignitosa e lo si potrà abbandonare solo quando saranno pienamente state adottate politiche di piena occupazione, magari un bel piano di lavoro garantito di matrice MMT.

Il resto sono solo chiacchiere da bar (pariolino), proprio quelle che i perbenisti di sinistra (che non sanno di essere dei liberisti di centro destra) amano tanto stigmatizzare.

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