Forse a Janet Yellen piace scherzare con le bolle?


17 Feb , 2021|
| 2021 | Visioni

Come è noto, George Bernard Shaw affermava di conoscere tre tipi di economisti: quelli che ci azzeccavano brillantemente, quelli che sbagliavano brillantemente e quelli che insegnavano. Secondo alcuni osservatori, Janet Yellen rientrerebbe nella seconda categoria. Questo, almeno secondo loro, giudicando da come ha svolto il suo mandato alla Federal Reserve e da come ha intrapreso il nuovo incarico di Segretario del Tesoro – oggi assai favorevole ad un pacchetto di stimoli di bilancio di grandi dimensioni – e, per questo, gli Stati Uniti rischierebbero di pagare un prezzo assai elevato.

Ma andiamo con ordine. Quali sarebbero le motivazioni? Secondo i “detrattori”, il mandato della Signora Yellen alla FED sarà ricordato a lungo come il periodo in cui i tassi di interesse sono stati mantenuti su livelli troppo bassi e l’attivo di bilancio della FED è stato fatto crescere in misura eccessiva, oltre che per un lasso di tempo troppo lungo. I medesimi osservatori ritengono che il tentativo della Yellen sarebbe stato, tra l’altro, quello di guadagnarsi i favori del presidente Donald Trump per ottenere, senza successo, un secondo mandato come presidente della Fed.

Certamente, nelle more, la ex-Chairman ha contribuito in misura assai rilevante alla creazione – anche a livello globale – di una bolla dei prezzi degli asset finanziari, specie azionari, e del credito. Solo una volta lasciato lo scranno della Fed, ormai “al riparo” presso la Brookings Institution, la Yellen si è sentita in dovere di lanciare un allarme sui rischi, per l’economia degli Stati Uniti e quindi per quella globale, legati alla formazione “in fieri” di una bolla sul mercato dei prestiti ad alta leva: un’evoluzione sciagurata che, paradossalmente, è stata favorita proprio dalla sua politica di incontrollata espansione monetaria e creditizia.

Oggi, al Dipartimento del Tesoro, la Sig.ra Yellen sostiene che con lo stimolo di bilancio è meglio abbondare piuttosto che lesinare: “tifa”, quindi, per il pacchetto di sostegni economici da $ 1,9 trilioni di USD proposto dall’Amministrazione Biden. Non le sembra rilevante che questo pacchetto andrebbe ad aggiungersi al precedente da 900 miliardi di dollari, varato solo a dicembre, per un ammontare complessivo che supererebbe di più del doppio lo stimolo fiscale messo in campo dall’Amministrazione Obama dopo la crisi del 2008. Non le importa, neppure, che una simile proposta giunga mentre la Federal Reserve di Jerome Powell sta fornendo, all’economia statunitense, un sostegno di politica monetaria assai più consistente di quello messo in campo da Ben Bernanke dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime.

Ora si dirà: ma chi siamo noi per fare un simile appunto alla sig.ra Yellen, investita dal Congresso di cotanta carica? Ebbene peccato che sia proprio un esponente del Partito Democratico, l’ex Segretario del Tesoro Larry Summers, con grande costernazione di molti dei suoi colleghi di Partito, ad avere alzato la mano per primo. Egli sta giustamente ammonendo, non senza un certo tono allarmista, che un simile massiccio intervento di spesa pubblica rischia di provocare un’indesiderata e pericolosa ripresa dell’inflazione.

Il rischio è, infatti, che si manifesti un picco improvviso della domanda aggregata, circostanza tutt’altro che remota una volta terminato il lock-down, di dimensione assai superiore all’offerta aggregata attualmente disponibile. Quest’ultima è stata resa, peraltro, ancora più anelastica dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento, che hanno colpito il sistema produttivo USA, sia – prima – con la guerra commerciale con la Cina, sia – dopo – con l’epidemia di Covid-19. Alternativamente – sul lato del funding della maggiore spesa pubblica – si potrebbe invece assistere ad un consistente indebolimento del dollaro USA, di fronte alla difficoltà della FED a gestire un irrigidimento dei i tassi a breve nel timore di accrescere gli interessi pagati dal Tesoro sulla “montagna” di debito pubblico. Un indebolimento del dollaro giungerebbe proprio nel momento in cui i corsi delle materie prime sono più “caldi” (+25% Bloomberg Spot Commodity Spot Index ad inizio febbraio, si veda la figura più oltre) e quindi il rischio di un intenso impulso inflazionistico importato risulterebbe più elevato. In entrambi gli scenari il risultato sarebbe comunque, in buona approssimazione, il medesimo: un robusto impulso al tasso d’inflazione, di origine interna nel primo caso ed esterna nel secondo.

Forse a Janet Yellen piace scherzare con le bolle?

Ora, una ripartenza dell’inflazione, almeno negli USA, è ad oggi un evento particolarmente rischioso e preoccupante: giungerebbe infatti proprio mentre, sia gli Stati Uniti sia l’intera economia mondiale, navigano nel bel mezzo della succitata bolla dei mercati azionari e del credito. Ma non è tutto: non solo oggi negli USA le valutazioni del mercato azionario sono su livelli elevati e comparabili solo con quelli prevalenti alla vigilia della crisi del 1929, non solo i sottoscrittori di mutui con profilo di rischio assai elevato – sia in patria che all’estero – possono indebitarsi a tassi di interesse di poco superiori rispetto a quelli applicati al debito sovrano degli Stati Uniti. La politica monetaria ultra-espansiva della Fed ha reso disponibili grandi quantità di liquidità che affluiscono copiosamente verso le economie emergenti, in un momento in cui i loro fondamentali economici non sono mai sembrati più compromessi di quanto non lo siano oggi. Questo aspetto rischia di complicare assai il quadro generale perché apre la strada ad un importante canale di contagio …. ed in questo caso pare che nessuno sia provvisto di mascherina.

La signora Yellen, quando sostiene un pacchetto di stimolo di bilancio così dirompente, sembra assolutamente incurante – o, cosa ben più grave, quasi inconsapevole – che il destino delle bolle formatesi sui mercati (finanziari e del credito) USA ed internazionali, in particolare sui mercati azionari, si fondano sull’assunto che gli attuali livelli minimi dei tassi d’interesse dureranno, sostanzialmente, in eterno.

Tuttavia, mentre il Signor Summers ha certamente le sue ragioni – e probabilmente ha ragione tout court – a sostenere che l’eccessiva spesa di bilancio porterà ad un surriscaldamento dell’economia USA, sono proprio quelle condizioni monetarie che potrebbero favorire un esito prematuro e nefasto degli eventuali eccessi finanziari.  Quando ciò dovesse accadere, e questo ha una certa probabilità, ci si potrebbe verosimilmente trovare in una crisi economica e finanziaria, non solo negli Stati Uniti ma – per contagio – a livello globale, della stessa scala di quella vissuta dopo il fallimento della Lehman nel 2008.

In una simile eventualità, potrebbe sembrare giusto che una tale crisi esploda proprio nel momento in cui Janet Yellen regge il Dipartimento del Tesoro, avendo ella svolto un ruolo di rilievo nell’anzidetta formazione delle bolle finanziaria e del credito. Tuttavia, per il resto degli americani (e di riflesso anche per il resto del mondo), il prezzo da pagare per i suoi errori di politica economica – sempre in tale eventualità – sarebbe senza dubbio eccessivamente gravoso ed ingiusto.

Posto che è condivisibile la necessità di portare un aiuto alla popolazione statunitense che versa in condizioni economiche precarie, il punto è: vale la pena dare una medicina che uccide il paziente non ancora freddato dalla malattia (specie quando si ha dato un contributo, ante Covid-19, all’insorgere di quest’ultima)? Si sarebbe invece dovuto pensarci prima, seguendo i consigli del vecchio e saggio governatore dalla FED, Paul Volcker, che negli anni ’80 domò l’inflazione negli USA. Questi, dopo aver intravisto la recessione già nel 2005-2006, aveva infatti ammonito sui i rischi derivanti, sia dagli eccessi della finanza, sia dall’ostinazione nel cercare di evitare – con fiumi di liquidità – i normali, e fisiologici, cicli economici che caratterizzano l’economia moderna, alla ricerca del Santo Graal della crescita continua ed ininterrotta. Forse, però, la Signora Yellen era distratta.

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