Fede e fiducia al tempo di Draghi


20 Feb , 2021|
|2021|Visioni

Con il compimento dell’atto di fede/fiducia del Senato della Repubblica al nuovo Governo – nato sotto l’insegna del Dovere d’Unità di Fronte contro il Nemico comune –, oggi comincia un secondo tempo decisivo della favola brutta che stiamo vivendo, popolata da Grilli trampolieri, meschini Caimani, diabolici Draghi e Virus sovrani e ubiqui, perché invisibili & varianti.

L’opinione pubblica ha dovuto registrare già la notizia dell’incarico istituzionale affidato da Mattarella a Draghi, come motivato dall’urgenza di formare un governo di salute pubblica capace di attraversare il mare in tempesta di questa feroce crisi sanitaria e quindi anche economico-finanziaria (oppure viceversa, per gli interpreti più smaliziati dell’attuale fase storica). Subito Prodi si è espresso, sibillino e compiacente, affermando che «ex malo, bonum»: cioè in pratica, paragonando la somministrazione pubblica dei due flaconi tossici di Renzi e di Draghi, alla sequenza di dosi di un taumaturgico vaccino tecnico-politico (in tal caso consegnato perfettamente in tempo, purtroppo) necessario alla profilassi di tutto il Paese! Da parte sua, invece, Galli della Loggia ha commentato la circostanza certificando che «in Mario Draghi riconosciamo tutti con sollievo almeno un medico all’altezza della gravità del morbo» che la classe politica italiana da sé non è in grado di curare. Ciò perché è essa stessa affetta da, e agente diffusore de, la profonda malattia ante-covid a cui l’editorialista – forse parlando a nome dell’intero establishment che sta dietro al teatro delle marionette riunite nei partiti e non-partiti che affollano il proscenio – allude. Infine, nei giorni scorsi, i titoli dedicati all’evento nostrano dalle maggiori testate giornalistiche internazionali hanno giocato, praticamente all’unisono, sull’impiego ricorsivo di tre parole magiche per qualificare Draghi e la missione messianica ch’egli è chiamato a compiere: Super (Mario), Rescue e Save.

Allora mi persuado ancor di più di quanto vengo osservando già da qualche tempo: e cioè che i saperi, le logiche e le pratiche formatesi attorno all’osso della medicina, sono diventati il paradigma centrale e assolutamente decisivo della fase politica corrente. Inoltre, ciò reca con sé tutto il corollario ormai familiare di immaginari e scenari catastrofisti o di salvazione, all’occorrenza strumentalizzati ad arte da governanti e altri interessati attori. Eppure la vicenda legata al passaggio di consegne tra Conte e Draghi richiede, e consente, di portare ancora oltre questa riflessione, nella misura in cui solleva due domande strettamente interconnesse e, a questo punto, cruciali. In definitiva, cos’è la salute pubblica in un siffatto contesto di crisi sanitaria? E la sanità – ovvero l’integrità – di chi o di cosa ricercano le politiche animate dal concetto di salute oggi operativo e in voga, che in quelle è implicito? Insomma, per capire il senso e gli sviluppi dell’italica crisi politica in atto – mi dico – bisogna innanzitutto interrogare la differenza sottintesa tra i termini sanità e salute, giacché essi sono diventati improvvisamente centrali per la vita quotidiana di ciascuno, e adesso persino fonte di un’apparentemente sconfinata fede/fiducia politico-istituzionale; e poi bisogna provare a riconoscere nella dialettica che lo scarto semantico tra i due vocaboli anima, un qualche indizio d’aiuto alla comprensione del nostro tempo.

Partiamo allora dalla constatazione del fatto che le due parole qui in questione vengono spesso usate come perfetti sinonimi, o comunque impiegate in maniera intercambiabile all’interno di determinati campi semantici. Per esempio, la World Health Organization – istituita nel secondo dopoguerra sulla base dell’idea che la promozione mondiale della salute (health in inglese, appunto) fosse un pilastro importante per la fondazione di una durevole condizione di pace internazionale – nella nostra lingua prende ufficialmente il nome di Organizzazione Mondiale della Sanità (termine che, a rigore, invece, sarebbe il corrispettivo dell’inglese healthcare). O ancora, coerentemente, il dicastero istituito in Italia nel 1958 per ottemperare alle funzioni che l’articolo 32 della Costituzione postbellica attribuisce alla Repubblica in materia di «tutela della salute», ha assunto e mantenuto per decenni la denominazione di Ministero della Sanità.

Ma, a proposito: ecco che argomentando sui casi di quasi perfetta commutabilità dei lemmi salute e sanità, mi imbatto già nella prima traccia di una loro sostanziale differenza. Infatti, se il secondo governo Berlusconi, al suo esordio, nell’estate del 2001, volle cambiare il nome di questa importante struttura, sostituendo la parola Sanità con Salute, ciò significa che dietro la loro apparente sinonimia, i due vocaboli, in vero, celano implicazioni strategiche di un certo rilievo, o quantomeno degne della briga politica consistente nella sostituzione formale dell’una con l’altra. D’altronde, a conferma di ciò – passando a tutt’altro campo esemplificativo, traghettato dall’immagine del lombardo “unto del Signore” – rammento che l’apostolo Matteo riferisce che le prime parole del Gesù Cristo risorto dopo il terzo giorno, siano state: «Salutem tibi / Salute a voi»; mentre non sarebbero certo potute essere «Sanità a tutti» senza stravolgere troppo profondamente il senso di quell’espressione e di quell’evento.

Dunque, questi due termini sono spesso intercambiabili, ma a volte essi possono anche significare cose molto diverse. Ricorrere al dizionario etimologico conferma e arricchisce i motivi di questo mio provvisorio convincimento: difatti leggo che sanità e salute derivano rispettivamente dalle voci latine sanus e salus che, effettivamente, oltre a essere molto simili, indicano entrambe una condizione di integrità, di incolumità. Ciò significa che la radice delle loro connotazioni dirimenti va cercata ancora più a fondo. E la trovo qui: mentre ‘sanus’ è ricavato dal greco saòô che vuol dire l’atto preservativo o restaurativo volto a mantenere o far tornare sano qualcuno o qualcosa; invece, ‘salus’ condivide la stessa radice di salv-us che implica piuttosto il diventare sano perché riscattato da qualcosa o qualcuno, e cioè redimersi attraverso una proiezione trasformativa. Da qui, dunque, che il sostantivo sanitas indichi la “semplice” incolumità data o a cui si ritorna dopo una guarigione; laddove il sostantivo salutem (voce accusativa di ‘salus’) designa una condizione a cui non basta registrare l’assenza o la sparizione di una malattia, ma che corrisponde propriamente a un ideale: il dizionario riferisce di «stato perfetto di benessere, di felicità» – che in quanto tale forse rappresenta una condizione mai davvero raggiungibile una volta per tutte, ma per cui vale comunque la pena di compiere una teoria praticamente infinita di sacrifici; di incamminarsi lungo un percorso di affrancamento e di abilitazione di durata indeterminata. Da qui, quindi, anche il rapporto che l’idea di salute intrattiene con la pro-messa di salvezza, che invece per il termine sanità non si dà affatto. Significativo, ancora, è il caso del Cristo che, agli occhi dei fedeli, si rivela come il redentore di sé stesso (salvus) e dell’umanità (salvator), solo dopo essersi sottoposto al massimo sacrificio trasfigurante – la morte – e dopo avere addirittura superato e vinto questa. Egli difatti, come già detto, appena risorto saluta gli astanti nel senso più pieno del verbo: ovvero insegna loro, mostrandosi redivivo e in salute, la strada attraverso cui realizzare la promessa di riuscire faticosamente a farsi (non già tornare) sani e salvi. «Ex malo, bellum» si diceva sopra, per l’appunto.

Ora, per procedere su questo terreno già ricco dei reperti archeologici offerti dall’etimologia, bisogna sforzarsi di riconoscere anche quegli innesti semantici che, più di recente, ai due vocaboli in questione sono stati apportati dal gioco delle forze politiche e dall’esercizio sporco dell’ideologia: di quella neoliberalista qui in particolare. Dunque, per metterli in luce, dobbiamo richiamare l’attenzione sulla cruciale definizione di salute assunta dall’OMS sin dall’atto della propria fondazione: nella sua “Costituzione” è scritto che «Health is a state of complete physical, mental and social well-being and not merely the absence of disease or infirmity». Innanzitutto penso: se lucidamente giudicassimo – come seriamente saremmo tenuti a fare – sulla base di questa definizione l’operato mono-ossessivo del governo giallo-rosso (che ha sacrificato tutte le dimensioni ampie e piene della salute concepita a partire da una visione “integrale” del soggetto, e in questo senso veramente sana, in ara di una tanto spettacolare quanto fallimentare politica profilattica rispetto alla dinamica del contagio; politica motivata innanzitutto dalla necessità di mascherare almeno in parte il disastro risultante dai tagli che nel corso degli ultimi due decenni questa stessa (o quasi) classe dirigente ha operato sulle strutture sanitarie), beh coglieremmo la triste e micidiale linea di coerenza genealogica che, partendo da Berlusconi e Prodi, e passando per Monti, arriva appunto a Conte e quindi al Salvator Draghi! (Altro che accecata nostalgia diffusa del “meno peggio” che ha condotto al “pessimo” dei nostri giorni). Ma la riflessione che è cruciale portare avanti, a tal proposito, qui è un’altra: e cioè che, a ben vedere, quella concezione progressista della salute – adottata a livello internazionale in una fase storica orientata politicamente da convenzioni riformatrici saldamente garantite dalla forte capacità conflittuale delle classi popolari, tra le altre cose – conteneva un elemento di debolezza e ambiguità che sarebbe stato presto sfruttato ideologicamente da quegli agenti interessati a piegarne il senso in direzione marcatamente reazionaria. Infatti, nella misura in cui l’OMS giustamente proiettava l’idea del benessere psico-fisico e relazionale verso prospettive di sviluppo multidimensionali e praticamente indefinite, socialmente connotate e inclusive, incrementali e suscettibili di interpretazione politica estensiva; essa al contempo fissava e apriva uno scarto operativo strutturale tra i concetti di sanità e salute entro cui l’epistemologia neoliberale si sarebbe poco a poco sottilmente insinuata, per camuffarvisi prima, e per proliferare in maniera devastante poi. Infatti, proprio lì dove tale idea di salute esigeva uno sforzo intenso e concertato di continua applicazione adattativa, orientato a realizzare un’aspettativa di liberazione soggettiva sempre più ampia e ricca, allora la logica neoliberale ha avuto l’agio d’innestarvi il proprio marchio di fabbrica: il cuneo catalizzatore delle contraddizioni tra le forme individuali del desiderio e le istituzioni collettive – ch’è foga distruttrice delle seconde, senza tuttavia soddisfare, anzi frustrando sistematicamente, le prime. Ed è per questa via che essa è riuscita a spaccare la realtà in due, e a far giocare, gli uni contro le altre, i servizi effettivi della sanità pubblica versus le promesse di salute soggettiva; la natura burocratica e standardizzante delle strutture di amministrazione e somministrazione delle cure versus la singolarità irriducibile dei bisogni emergenti e reclamati dai soggetti; il carattere relativamente inefficiente, oppressivo e dispendioso delle istituzioni statali versus la capacità proattiva, flessibile e innovativa rivendicata dogmaticamente da tutta un’epoca per la chimerica individualità neoliberale. Questo passaggio è diventato evidente soprattutto all’interno di quell’importante documento per la storia dell’OMS ch’è conosciuto come “Ottawa Charter”, scritto nel cuore dei fatidici anni ’80: qui la salute comincia a essere concepita non già come un fine in sé, ma come la risorsa utile a condurre una vita pienamente produttiva, da promuovere mettendo gli individui in condizione di assumere direttamente il controllo delle loro proprie e “uniche” aspirazioni, bisogni e strumenti. Inoltre, in quel documento esplicitamente si afferma che la salute e la sua cura non devono più essere considerate materia di responsabilità esclusiva e prioritaria del settore sanitario e delle istituzioni pubbliche, bensì affare innanzitutto individuale e privato, giacché riguardante in primo luogo lo stile di vita e le scelte comportamentali che ciascuno di noi, deliberatamente, assumerebbe in proprio. Ecco che il capolavoro del neoliberalismo è compiuto! Quello che ha trasformato il rapporto di reciproca funzionalità e coerenza tra sanità pubblica e salute individuale e collettiva, in una fallace contraddizione in termini; che ha ritorto contro sé stessa la concezione progressista della salute ch’era servita per qualche tempo da vincolo e impegno per l’azione istituzionale e politica nei confronti del dovere di promozione del benessere soggettivo e generale; che ha avvelenato le acque degli strumenti di redistribuzione sociale delle risorse e di emancipazione personale, insinuandovi la logica operativa della privatizzazione, del definanziamento e della dismissione dei servizi pubblici. L’esito di tale capolavoro è stato il deserto in cui oggi l’individuo è costretto ad arrabattarsi, per costruirsi con le unghie e con i denti, ciascuno gelosamente in proprio, un bagaglio di “capitale” sociale, culturale e umano a cui aggrapparsi, da amministrare e da valorizzare; tanto da diventare così, ognuno per sé stesso, il responsabile unico, nel bene o nel male, di ciò che nella vita si riesce a realizzare o a distruggere, a fare o a disfare!

E allora torniamo, in conclusione, al “nostro” governo di salute pubblica solennemente intestato a Draghi, e destinato a muoversi tra le macerie di una società ormai dilaniata, polverizzata, meticolosamente deprivata e scientificamente distanziata, e per ciò stesso, a tutti gli effetti, resa insana. Super-Mario – figura che viene fatta, appunto, aleggiare al di sopra di chiunque altro – rappresenta il personaggio ideale a ricoprire il ruolo che gli è stato assegnato: colui che, essendosi mantenuto salvus dalle cattive manifestazioni della volgare politica, può adesso indossare credibilmente il costume del potente Salvator, e usare le prodigiose doti e i talenti maturati nel corso di una carriera decennale trascorsa svolgendo funzioni sistemiche sempre cruciali, per irrompere tra noi dabbasso in maniera luciferina (nota acutamente un mio ottimo amico) a esigere quei sacrifici pubblici salutari che, nell’ora decisiva in cui entrano seriamente in gioco le sorti del sistema, solo lui è in grado, alle dinamiche di riproduzione e risanamento del sistema, costi quel che costi di assicurare: uotteveriteix, over and over again!

Al “nostro” Salvator, d’altronde, non è chiesto di curare i soggetti che soffrono questo male, e tanto meno di estirpare alla radice il male epocale che li affligge. Anzi: tutto indica che la Shock (sciocca?) Therapy che verrà intrapresa continuerà l’opera di distruzione creatrice, il cui primo tempo è stato quel trauma collettivo, pilotato dallo Stato, che hanno voluto chiamare lockdown; che si seguiterà ancora con interventi o non-interventi di eliminazione più mirati, con qualche forma di ricatto e di riscatto da “o la borsa o la vita”, con la sistematica eutanasia di ciò ch’è giudicato dal sistema senza più valore e quindi esausto.

Insomma, per tanti, e certamente un po’ per tutti, il trattamento consisterà di dosi massicce di quello stesso male per scampare al quale ricorriamo al trattamento contro il male! Perché il folle meccanismo del “nostro” sistema è diventato già da tempo il paradosso: solo rinunciando all’interezza del nostro essere, ci si sana e ci si salva; solo morendo prima almeno un poco, si risorge alla vera vita; solo abbattendo la sanità, si guadagna in salute. Solo «ex malo, bonum».

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