Il Cristianesimo NON è un’ideologia


24 Feb , 2021| and
|2021|Visioni

Mi accingo a scrivere questo articolo con non poche resistenze. Per chi è credente, come me, si ha sempre un po’ di timore nell’esporre pubblicamente una critica nei confronti della Chiesa. La paura di risultare presuntuosi, il timore di aizzare altro astio nei confronti del proprio credo, la tendenza a voler risolvere questioni simili in un ambito “privato”, fungono da freni per non parlare pubblicamente dei problemi della Chiesa.

Mi sono convinto, tuttavia, ad affrontare questo tema, ossia il nesso tra annuncio cristiano e ideologia, proprio perché mi si è palesata la forte valenza ecclesiastica di questo gesto. La Chiesa, infatti, da almeno sessant’anni, ha più volte evidenziato la necessità di costruire una reale opinione pubblica all’interno della comunità dei credenti. Dal Concilio Vaticano II fino al documento post-conciliare, “Communio et progressio”, per non parlare dell’insistenza di Papa Francesco sul bisogno di coltivare la parresia, la franchezza e il dialogo, la Chiesa da anni lavora affinché i laici non siano solo spettatori di un qualcosa di già deciso ma partecipanti di un’autentica vita comunitaria. Come sappiamo, c’è ancora molto da fare in questa direzione, oltrepassando quel clerico-centrismo che relega nel silenzio, o nell’organizzazione del plebiscito, la comunità dei laici.

Il punto che vorrei qui affrontare origina da un’esperienza che ho vissuto personalmente in una parrocchia romana durante le celebrazioni del 21 febbraio 2021 per la I domenica di Quaresima. La cosa è molto semplice: al posto del Crocifisso che sempre presenzia quell’assemblea, era stato posizionato un Crocifisso con legno chiaro, senza Cristo. Al centro dell’asse verticale della Croce, era stato incollato un foglio blu con scritto in grande “I MIGRANTI”.

Debbo dire che la visione di questo ha suscitato in me non poche perplessità, fin dall’inizio. Perplessità che sono aumentate dopo che all’uscita ho preso un foglio in cui si spiegava questo gesto e si davano diverse indicazioni all’assemblea, tra cui linee guida molto specifiche su come rendere sempre più “accogliente” e “pro-immigrazione” la legislazione italiana e un ammonimento per chi, seppur credente, votava partiti che non sposavano questo approccio (ovviamente Lega, FdI, etc.).

Mi sono allora chiesto con molta franchezza: cosa dà fastidio a te, e probabilmente ad altre centinaia di persone che subiranno in silenzio questo atto, nell’avere un crocifisso con al posto di Cristo la scritta “I MIGRANTI”? In fondo, lo sappiamo, si vuole solo dire che i migranti sono i sofferenti, e quindi immagine di Cristo, che gli ultimi sono il volto di Dio, che va aiutato, sostenuto, amato, difeso. Si vuole solo porre un valore concreto, si vuole solo sostenere un’implicazione. Cosa ti dà fastidio?

L’idea, dietro questo gesto, è quella di ritenere di poter semplificare la morte e la resurrezione di Cristo, ossia il centro della vita spirituale del cristiano, ad un valore. Si ha cioè la presunzione, cioè letteralmente una conoscenza anticipante, di aver capito così tanto bene quell’evento da poterlo spiegare, usare, facendolo sostituire da una parola. Quella parola dovrebbe, così, rappresentare un “valore” equivalente, riducendo l’intera essenza della crocifissione a qualcosa inerente all’accoglienza dei migranti.

Heidegger sosteneva, nel saggio fondamentale “La sentenza di Nietzsche: Dio è morto”, che “il colpo più duro contro Dio non consiste nel ritenerlo inconoscibile, nel provare l’indimostrabilità della sua esistenza, ma nell’innalzarlo a supremo valore.” Elevare Dio a valore significa cioè tradirlo, appropriarsene, riducendolo a opinione, appunto, ad ideologia. Questo valore si può così ribaltare nel suo esatto opposto, in un esercizio di superbia, e, con essa, in un atto di violenza, che, in questo caso, diventa teologica ed ecclesiale. Teologica perché sostituisce Dio con un concetto, ecclesiale perché si condanna, in quello stesso momento, chiunque non sostenga quelle linee guida lasciate all’ingresso della Chiesa come estraneo alla comunità dei credenti. Quello spirito accogliente diviene, così, rifiuto, divisione, condanna. Si ribalta nel suo opposto. Tutto per ritenere giusta, e anzi sostituibile al volto di Cristo, una propria idea.

Ora, è ovvio che la Chiesa debba portare avanti principi, implicazioni, per non risultare ipocrita – come purtroppo varie volte è accaduto negli ultimi secoli. Ma questo non può essere il centro, neanche del dialogo con la cultura laica. In ambito economico, ad esempio, la Chiesa ha più volte ricordato come a Lei non spetti una declinazione concreta e politica delle sue idee di uguaglianza e fratellanza universale. Non sta insomma alla Chiesa decidere se sposare le idee economiche di Federico Caffè o di Mario Draghi (giusto?).  

Sarebbe cioè assurdo se al posto del Crocifisso ci mettessero, non so, i poveri che recepiscono il reddito di cittadinanza e che sono criticati dai media ufficiali, o i bambini greci morti a causa dell’austerità europea, o le popolazioni del terzo mondo sfruttate dagli accordi di “libero commercio”, etc. O no? Possiamo scendere così nel concreto, fino a sostituire il volto sofferente, definitivo, salvifico del Cristo crocifisso con una di queste categorie? Possiamo farlo? Ci possiamo arrogare il diritto di fare di Dio un insieme di concetti, un sostegno di cause, magari anche giustissime?

La domanda, a mio avviso, è questa: la Chiesa, incapace di annunciare ciò che le è proprio, si getta in una mondanità dalle “buoni maniere”, in una ideologia, che, come ha detto varie volte Papa Francesco, non la differenzia tanto da una ONG, dalle Nazioni Unite, o da qualunque discorso del progressismo globale? “Il tedio di essere cristiani”, come diceva Ratzinger, ci ha portato a ideologizzare la nostra fede, a degradarla a valore, proprio perché non sappiamo più viverla, “in spirito e Verità”, nella sua essenza terribile e liberatoria?

Per ironia della sorte, e a suffragio di questa intuizione, il Vangelo della domenica era proprio quello dell’inizio della predicazione di Gesù. «Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea proclamando il vangelo di Dio, e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo”» (Mc 1, 14-15). Bene. Il celebrante, nella sua predica, non ha speso neanche una parola su questo passo, così semplice e quindi forse così complicato per la nostra mente ordinaria.

Mi chiedo allora se ridurre l’annuncio a ideologia – che sia giusta o meno non è questo il punto – sia ciò che Cristo chiede alla Chiesa quando la istituisce, ad esempio quando invia i dodici apostoli “ad annunciare a tutti l’arrivo del Regno di Dio ed a guarire i malati “(Lc 9, 2)? La Chiesa è oggi in grado di farci percepire, anche un minimo, questa gioia liberatoria che ci annuncia l’avvento del Cristo? Le comunità concrete, parrocchiali, delle nostre città ospitano percorsi di fede in cui gli uomini e le donne del XXI secolo corrono per farsi guarire? Le Chiese sono oggi luoghi di un’esperienza spirituale concreta? Oppure, piuttosto che andare in Chiesa, dove al più puoi godere di un bel corso di esegesi biblica, le persone si rifugiano nel primo garage dove seguire un corso di Yoga?

Ridurre il Vangelo a messaggi vaghi circa l’accoglienza o l’amore dell’altro non è forse il sintomo più evidente dell’incapacità che ha la Chiesa di vivere la radicalità del Vangelo, nella sua urgenza ultimativa di conversione e guarigione? Parlare di amore, in un modo così ideologico, ossia scisso dalla fatica delle nostre esperienze, delle nostre immani resistenze e ferite, ma nell’astrattezza di un messaggio politico, che nessuno fa fatica ad applaudire, non è forse il segno di una crisi spirituale che colpisce drammaticamente la Chiesa e, con essa, l’intero Occidente?

L’amore, di cui dovrebbe vivere la Chiesa, è lo stesso amore di cui parlano le istituzioni internazionali, e oramai la cultura dominante che fa di tutto una melassa pubblicitaria stile Mulino Bianco? Come scriveva nel 1938 Romano Guardini, uno dei più importanti teologi del ‘900, “quel che Cristo predica come “amore”, quello che Paolo e Giovanni intendono quando essi parlano di amore alla luce della loro coscienza cristiana, non è quel fenomeno universale umano che si suole designare con questa parola e non è neppure la sua purificazione ovvero la sua sublimazione, ma qualcosa d’altro. […] Esso significa piuttosto la rinascita del credente nel Dio vivo, che si compie mediante lo Spirito di Cristo.”

Solo in questa prospettiva, quindi estremamente concreta, non ideologica, è possibile per un cristiano pensare, con molta cautela e prudenza, di poter aiutare l’altro, di poterlo amare, di essere canale di guarigione, sapendo, sempre e in ogni caso, che è meglio che la tua sinistra non sappia cosa faccia la tua destra. Senza trionfalismi, cioè, o giudizi perentori, e senza quelle scenografie un po’ eccessive che, invece di rendere più democratico l’annuncio, lo rendono semplicemente più astratto e confuso. 

Vivere il Cristianesimo come ideologia è quindi il sintomo di un’astrattezza della fede, ossia di una sua carenza. La forza della fede dovrebbe partire invece dall’essenziale, dalla concretezza, dall’accoglienza di persone in ricerca, dal dolore, dal grido, dalla paura della morte, dalla sofferenza della malattia. Questo è l’essenziale: ricordare all’uomo e alla donna del XXI secolo, scombussolati dal chiasso della chiacchiera globale, che si apre oggi una possibilità inedita di vita, più felice, più sana, più relazionale, proprio dove noi rinunciamo all’autonomia del nostro ego, sempre disposto a mostrare le sue belle opinioni e idee, e ci apriamo alla forza di un annuncio che ci libera.

Questo essenziale è l’inaggirabile. Che nessun concetto può semplificare, che nessuna ideologia può sostituire, pena la decadenza della stessa vitalità della Chiesa. Solo da una rinnovata esperienza di quella “rinascita del credente nel Dio vivo” sarà possibile per la Chiesa donare al mondo quella forza e potenza per ri-creare anche un nuovo pensiero politico.

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