Lezioni socialiste. Un contributo di Nancy Fraser


27 Feb , 2021|
|2021|Recensioni

Negli ultimi anni si è assistito ad una ripresa sorprendente del dibattito intorno al socialismo come alternativa possibile all’attuale ordine neoliberista dominante.  Indubbiamente a fornire impulso alla discussione ha contribuito Axel Honneth, erede di Jürgen Habermas alla direzione del prestigioso Istituto per la ricerca sociale di Francoforte, col suo libro L’idea di socialismo (Castelvecchi, 2016). Da quel momento è stato un susseguirsi di iniziative e tavole rotonde che hanno riguardato anche l’altra sponda dell’Oceano col Manifesto socialista per il XXI secolo (Laterza, 2019) scritto da Bhaskar Sunkara, un trentenne figlio di immigrati caraibici che rilancia in questo libro i sogni e le speranze della sua generazione. E non è solo un fenomeno editoriale, sempre negli Stati Uniti organizzazioni come i Democratic Socialists of America vedono accrescere oltre ogni aspettativa il proprio seguito. Politici navigati come Bernie Sanders ed anche emergenti come Alexandria Ocasio-Cortez si proclamano fieramente socialisti. Probabile che alla base di questa sorprendente riscoperta vi sia un distacco crescente, specie da parte delle nuove generazioni, tanto dal progressismo neoliberista quanto dal populismo, avvertito l’uno e l’altro come il diritto e il rovescio della stessa moneta capitalistica.

Il breve testo della prestigiosa filosofa Nancy Fraser, dal titolo esplicito Cosa vuol dire Socialismo nel XXI secolo? (Castelvecchi,2020) – che riproduce una sua conferenza tenuta a Roma nell’ottobre del 2019 – rientra in questo particolare filone di studi, con una originalità specifica che si ricava sin dalle prime pagine del suo contributo: “Rivelando le contraddizioni dell’economia capitalista e le relazioni dannose con i suoi presupposti non-economici, intendo affermare che il socialismo deve fare di più che trasformare la dimensione della produzione”.  Servirsi dunque del tema socialismo, da troppi decenni accantonato, per provare a rimuovere quella sorta di tabù culturale che ha contrassegnato la produzione teorica occidentale da più di un trentennio: parlare il meno possibile o non parlare affatto in termini critici del capitalismo. Per rintracciare una teorizzazione degna di questo nome occorre risalire a ritroso sino agli anni Cinquanta e Sessanta, alla teoria critica francofortese degli Horkheimer e degli Adorno che accompagnò e contribuì a sostenere, specie nella figura del Marcuse di Eros e civiltà l’ultima grande fiammata rivoluzionaria conosciuta dall’Occidente, sia pure dagli esiti controversi: il Sessantotto.  

Quando si indaga un testo, secondo il collaudato metodo analitico, siamo indotti a ricercare la tesi centrale e poi eventualmente, se ve ne sono, quelle secondarie e di supporto. Viceversa, per la Fraser è molto più valido un approccio di tipo sintetico, dal momento che una visione di fondo pare attraversare dall’inizio alla fine la sua lectio, che  restituisce l’immagine di un capitalismo non come mero sistema di produzione economico, bensì come di un granitico «ordine sociale istituzionalizzato» e, di conseguenza, quell’immane distesa di merci con cui si presenta è  solo l’immagine  apparente di una sua essenza più profonda costituita dall’accumulazione astratta e illimitata di ricchezza quantitativa, senza alcun riguardo per la sostenibilità ambientale e la tenuta antropologica.

A fondamento di questo meccanismo impersonale e automatico che stritola e svuota le vite concrete di noi tutti, dando luogo ad una specifica forma di vita capitalistica, superficiale e irriflessa, c’è l’unica fondamentale rivoluzione spirituale che probabile abbia conosciuto la modernità: l’utilitarismo, con il suo imperativo categorico di agire in vista del massimo risultato con l’impego minimo di mezzi. Questa svolta epocale i cui prodromi si possono rintracciare sin dal tardo medioevo ha poi dato vita ad una fenomenologia di forme storiche quali la scienza moderna, lo Stato e da ultimo il mercato, tutte nel bene come nel male egualmente intrise di quello spirito calcolante originario. Ma l’utilitarismo è portatore, come del resto le sue macchine storiche, di un difetto di fabbrica che andrebbe messo a tema e che la tempesta perfetta nel presente che intreccia crisi sanitaria, economica ed ecologica sta evidenziando in modi drammatici e ultimativi.

D’altronde, la teoria critica sociale più avvertita, a cui la Fraser è senz’altro ascrivibile, aveva per tempo segnalato le unilateralità e le contraddizioni a cui andava incontro una razionalità solo tecnico-strumentale per giunta assolutizzata, suggerendo forme di pensiero del conoscere e soprattutto del riconoscere meno rozze e più mature. E qui la Fraser compie un passo decisivo perché non presenta il socialismo come un ennesimo dover essere in qualche modo presupposto ed esteriore a cui la realtà dovrà adeguarsi, ma come il portato possibile degli squilibri interni al capitalismo inteso come un sistema totalizzante, con il suo carico di ingiustizie sociali e devastazioni ambientali che il pianeta sta sperimentando a ritmi sempre più intollerabili. Senza troppe perifrasi l’autrice risponde all’interrogativo su Che cosa non va nel capitalismo?, che dà il titolo al capitolo centrale del saggio, segnalandone i limiti strutturali rappresentati dall’essere un singolare vettore di totalizzazione del valore, quello che Marx chiamava “soggetto automatico”, che permea di sé e riconduce alla sua logica di accumulazione astratta ogni altra cosa, siano essi gli ambiti della riproduzione sociale e  della cura o i beni pubblici sottratti agli Stati, per non parlare dell’ecosistema naturale sottoposto ad una depredazione senza precedenti. Ovviamente per scorgere questi laboratori, ancora più segreti di quelli della produzione occorre risalire alle condizioni di possibilità non economiche del sistema, la Fraser ne rintraccia quattro di queste condizioni:

“La prima è una quantificabile sacca di lavoro non remunerato intento alla riproduzione sociale e include il lavoro domestico, mettere al mondo e crescere i figli; la cura degli adulti, inclusi i lavoratori salariati, degli anziani e dei disoccupati, ovvero tutto ciò che è volto a creare e supportare un essere umano. […]

La seconda condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è una grande riserva di ricchezza espropriata alle persone sottomesse, in particolare per motivi razziali, ovvero razzializzate. […]

Una terza condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è una grande quantità di doni e/o contributi a basso costo provenienti dalla natura non-umana, che costituiscono l’indispensabile sostrato materiale della produzione capitalista. […].

Quarta e ultima condizione non economica indispensabile per un’economia capitalista è la grande quantità di beni pubblici forniti dagli Stati o da altri poteri non privati”.

 In questa maniera la filosofa americana si ricollega ai teorici dei limiti del mercato non solo  perché esso non è in grado di autoregolarsi, come sostenuto da Polanyi, ma soprattutto perché non è autosufficiente e come un parassita è costretto ad attingere da ambiti vitali in quanto il suo fondamento risiede altrove, negli ambiti della riproduzione sociale, dei beni pubblici e soprattutto della ricchezza espropriata alla terra, e come un parassita è costretto ad annidarsi  per riprodursi – viene alla mente a tale proposito il frammento profetico di Benjamin Capitalismo come religione (1921). Più in generale, il capitalismo nella sua odierna forma neoliberista sta minando alla radice questi presupposti, anzi la Fraser sul punto è alquanto esplicita perché sostiene che “il capitale ha una tendenza innata a erodere o distruggere o impoverire (ma, in ogni caso, a destabilizzare) i propri presupposti di sopravvivenza, come se si desse la zappa sui piedi”.

Questa è per la filosofa americana «una visione ampliata della società capitalistica», che è poi il vero fondamento del capitalismo, a cui dovrà corrispondere una risposta o, meglio, un’interpretazione necessariamente estesa di socialismo, che avrà a che fare oltreché con la sfera economica con quella soggettività capitalistica pervasiva da disarmare, anche nelle sue ingiustizie storicamente di genere tutt’altro che residuali, che si registrano in particolare sul piano della riproduzione sociale, dove il lavoro di cura  “non è pagato, ma ammantato di sentimentalismo e ricompensato in amore[…]questa divisione rinforza una fondamentale asimmetria di genere nel cuore delle società capitaliste e radica il subordinamento della donna, il binarismo di genere e l’etero-normatività”.

La pars construens è solo abbozzata, vista anche l’occasione colloquiale e non accademica, e riguarda una serie di brevi spunti. Ovviamente quest’ ultima parte dal titolo, Cos’è il socialismo? Una prospettiva ampliata, non può non evocare la domanda quasi identica che si poneva Bobbio a metà degli anni Settanta in uno scritto tra i più militanti pubblicati, Quale socialismo? Ma se quel libro era tutto proiettato sul versante politico per far guadagnare terreno alla democrazia anche nella sfera economica del mondo della produzione, la Fraser nel suo discorso considera questo solo un aspetto di un cambio radicale di prospettiva che deve riguardare tutte le dimensioni del vivere umano e non.

Se il capitalismo ha assunto la configurazione di una compiuta civiltà del denaro, quantitativo e astratto, il pensiero critico che ne prospetta il superamento dovrà necessariamente avere la medesima ambizione di ripensare radicalmente la società. Rivelatore in proposito un passaggio tra i più incisivi del suo intervento in cui si condensa il principio ispiratore della società socialista del futuro: «dove le società capitalistiche subordinano l’imperativo della riproduzione sociale ed ecologica alla produzione di merci, di per sé destinate all’accumulo, i socialisti devono capovolgere l’ordine: trasformare il nutrimento delle persone, la salvaguardia della natura e l’autogoverno democratico in priorità sociali massime, che battono efficienza e crescita». Si tratta di un vero e proprio rovesciamento dell’ordine delle priorità che comporterà anche un abbattimento del mercato capitalistico restituito alla sua natura di mercato e basta, scevro dall’assillo dell’accumulazione, che potrà dare in questo modo buona prova di sé purché ricondotto allo scambio senza ulteriori predicazioni (e qui le suggestioni che conducono a Karl Polanyi e all’ultimo Giovanni Arrighi non mancano).

Peccato che la brevità richiesta dall’occasione non abbia consentito di esplorare la tematica del riconoscimento oggetto privilegiato di altre sue importanti ricerche, condotte col contributo di studiose del calibro di Rahel Jaeggi.  Del resto, la conclusione non lascia margini di dubbio sulla prospettiva di fondo perseguita dalla filosofa femminista americana, che potrebbe dare spunti per percorsi di ricerca altrettanto stimolanti: «il socialismo può proporre un’autentica alternativa al sistema che sta distruggendo il pianeta e vanificando le nostre possibilità di vivere liberamente, democraticamente e bene».

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