L’altro volto del peronismo: Ernesto Sábato e lo storico divorzio fra élites e popolo


28 Feb , 2021|
|2021|Visioni

[Ndr: Esce oggi, per Rogas Edizioni, L’altro volto del peronismo di Ernesto Sábato, tradotto e curato dal nostro redattore Alessandro Volpi. Su gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto che mostra ampiamente il senso dell’opera e il perché di questa nuova edizione, a quasi settanta anni dalla prima edizione. La scoperta da parte dello scrittore della grande scissione che viveva la nazione argentina, fra un’élite liberale e le masse che seguivano un leader populista è – con tutte le differenze del caso –, anche la storia della nostra democrazia. Questo documento può essere utile ad una riflessione sul nostro presente.]

Quella notte del settembre 1955, mentre noi dottori, possidenti, e scrittori festeggiavamo rumorosamente nella sala la caduta del tiranno, in un angolo dell’anticucina vidi che le due indigene che lavoravano lì, avevano gli occhi inzuppati di lacrime. E nonostante in tutti quegli anni avessi già meditato sulla tragica dualità che scindeva il popolo argentino, in quel momento mi apparve nella sua forma più commovente. Quale più nitida rappresentazione del dramma della nostra patria di quella doppia scena quasi esemplare? Milioni di diseredati e di lavoratori stavano versando lacrime in quegli istanti, per loro duri e tetri.  Immense moltitudini di umili compatrioti venivano rappresentati da quelle due ragazze indigene che piangevano in una cucina di Salta.

La maggior parte dei partiti e della intellighenzia, invece di cercare di comprendere il problema nazionale e di svelare ciò che in quel movimento confuso c’era di genuino, di inevitabile e di giusto, si erano abbandonati allo scherno, alla beffa, al bon mot mondano. Sottovalutazione che per nulla corrispondeva alla realtà, giacché se nel peronismo c’erano forti ragioni di disprezzo o di derisione, c’erano anche molte ragioni storiche e di giustizia.

Mi si dirà che non dobbiamo ora cadere nel sentimentalismo di considerare la situazione delle masse diseredate, dimenticando le persecuzioni che il peronismo perpetrò contro i suoi avversari: le torture a studenti, gli esili, l’assedio per fame alla maggior parte dei funzionari e professori, l’insulto quotidiano, le ruberie, i crimini, le angherie.

Nessuno vuole ora una simile ingiustizia al contrario. Quello che qui si vuole dimostrare è che se Perón raccolse intorno a sé criminali mercenari croati o polacchi, ladri come Duarte, avventurieri come Jorge Antonio,[i] persone amorali come Méndez San Martín,[ii] insieme a migliaia di risentiti e canaglie, è anche vero che non possiamo identificare l’immenso movimento con crimini, ruberie e avventurismo. E se è certo che Perón risvegliò nel popolo un rancore che già esisteva in maniera latente, è anche vero che noi antiperonisti facemmo tutto il possibile per giustificarlo e moltiplicarlo, con il nostro scherno e i nostri insulti. Non siamo eccessivamente parziali, non arriviamo ad affermare che il risentimento – in questo paese che gli è tanto propenso– sia stato un attributo esclusivo della moltitudine: è stato e continua ad essere anche un attributo dei suoi detrattori. Con certi leader della sinistra è successo qualcosa di così grottesco come quei medici che si arrabbiano con i loro pazienti se questi non migliorano con le cure che gli hanno prescritto. Questi leader hanno raggiunto un risentimento quasi comico – se non fosse tragico per l’avvenire del paese – verso le masse che non sono progredite dopo tanti decenni di trattamento marxista. E quindi le hanno insultate, le hanno definite feccia, cabecitas negras,[iii] descamisados:[iv] questi epiteti furono inventati dalla sinistra prima che machiavellicamente il demagogo li usasse con simulato affetto. Per questi teorici della lotta di classe a quanto pare ci sono due proletariati molto diversi, che si differenziano fra sé come la Virtù per come la difendeva Socrate nei dialoghi, e la imperfetta e impura virtù dello stesso maestro della gioventù ateniese: un proletariato platonico, che si trova nei libri di Marx, e un proletariato rozzo, impuro e maleducato che sfilava in alpargadas[v] suonando il tamburo.

Ovviamente questa doppia visione della storia non è esclusiva dei dirigenti di sinistra, nemmeno le dame che trovano romantica la moltitudine che nel 1793 cantava la Marsigliese comprendono che questa moltitudine somigliava curiosamente a quella che nelle nostre strade acclamava Perón; ma la differenza risiede nel fatto che queste signore – che conoscono la Rivoluzione Francese attraverso il quadro di Delacroix e i bei manifesti che l’ambasciata distribuisce per il 14 di luglio – non hanno il dovere di comprendere il problema della moltitudine, mentre i capi di partiti popolari sì. 

Ma in nessuna maniera lo hanno capito. Sdegnati e ciechi hanno sostenuto e continuano a sostenere che i lavoratori seguirono Perón per croste di pane, per un peso in più, per una bottiglia di sidra, e un pan dulce. Certamente l’espressione panem et circenses, che dispregiativamente Giovenale attribuisce al popolo romano della decadenza è stata sempre efficace quando un demagogo ha voluto guadagnarsi l’affetto delle masse. Ma non dimentichiamo che anche i grandi movimenti spirituali fecero affidamento al popolo, finanche al popolo più basso: erano schiavi e descamisados in buona misura quelli che seguirono prima Cristo e poi gli Apostoli, molto prima che i dottori della sinagoga e gli altri del patriziato romano lo facessero. Stiamo attenti quindi con il paralogismo per cui le moltitudini possono seguire solo i demagoghi, e unicamente per appetiti materiali: anche con grandi principi e con nobili parole d’ordine si può svegliare il fervore del popolo. E poi, nel movimento peronista non si ebbero solo basse passioni e appetiti puramente materiali: ci sono stati anche un genuino fervore spirituale, una fede parareligiosa in una guida che gli parlava come ad essere umani e non come a paria. C’era in questo complesso movimento – e continua ad esserci – qualcosa di molto più potente e profondo che un mero desiderio di beni materiali: c’era una giustificata ansia di giustizia e di riconoscimento, di fronte a una società egoista e fredda, che sempre li aveva dimenticati.

Questo è stato ciò che fondamentalmente ha saputo vedere e mobilitare Perón. Gli altri sono dettagli.

Ed è anche ciò che i nostri partiti, con l’eccezione del partito radicale e qualche altro gruppo isolato, continua a non vedere e, il che è peggio, non vuole vedere.


[i] Jorge Antonio (1917-2007): Imprenditore argentino e consigliere di Perón.

[ii] Armando Méndez de San Martín (1902-1958): Politico argentino e ministro dell’Educazione peronista.

[iii] Letteralmente “testoline nere”, un termine razzista, che faceva riferimento al colore scuro dei capielli e della pelle, con cui venivano chiamate persone appartenenti alle classi lavoratrici.

[iv] Letteralmente “scamiciati”, privi di camicia. Pur avendo origine nella Spagna del XIX secolo per definire i liberali, qui si fa riferimento all’uso dispregiativo con il quale gli antiperonisti definirono i sostenitori di Perón durante la manifestazioni del 17 ottobre 1945. Il riferimento è all’appartenenza sociale alle classi popolari delle masse peroniste. Il termine venne impiegato perché durante questa manifestazione per il forte calore molti uomini erano senza camicia. Il movimento peronista usò poi orgogliosamente questa espressione per autodefinirsi in opposizione all’oligarchia antiperonista, per rivendicare la propria natura popolare.

[v] Scarpe di tela usate dai contadini e in generale dai più poveri, conosciute anche come espadrillas.

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