Recensione di Pretendi il lavoro! di Savino Balzano


14 Mar , 2021|
|2021|Recensioni

Pretendi il lavoro! L’alienazione ai tempi degli algoritmi di Savino Balzano edito da GOG edizioni nel 2019 è un libro che merita di essere letto non solo per la centralità del tema che tratta – il lavoro come diritto costituzionale e come fondamento della vita democratica dell’Italia – ma anche perché, tra i testi divulgativi in tema di lavoro, è uno di quelli che contiene elementi di originalità sia per quanto riguarda il metodo adottato, sia per quanto riguarda il merito della trattazione.

La scelta di affrontare il tema del lavoro in modo agile, fortemente militante e partigiano – nel senso proprio del termine, cioè che prende dalle prime pagine del testo una posizione molto critica nei confronti della consolidata svalutazione del senso costituzionale del diritto al lavoro – è stata una scelta originale e vincente. La formula del pamphlet, come viene ricordato anche nella prefazione da Thomas Fazi, ha una forza divulgativa notevole. L’essenzialità e l’agilità della lettura, la scelta di sollevare subito i punti nodali della questione – cioè il progressivo indebolimento dei diritti civili del lavoro e dei diritti politici del lavoro, come li chiama l’autore, come causa della svalutazione del diritto costituzionale al lavoro – è stata una scelta che ha reso popolare e accessibile un tema non sempre di immediata comprensibilità come quello appunto del fondamento lavoristico della Repubblica italiana.

Un compito non facile perché per fare comprendere il profondo legame che esiste tra le condizioni di lavoro di tutti i giorni e il progetto democratico insito nella Costituzione, dove i lavoratori e le lavoratrici hanno una posizione centrale – obiettivo del libro –  bisogna confrontarsi con le spigolosità degli aspetti tecnici della disciplina del rapporto di lavoro e del diritto sindacale.

Savino Balzano, infatti, dedica ampie parti del suo saggio proprio a decifrare le disposizioni lavoristiche che hanno determinato nel tempo l’attuale situazione di precarietà dei lavoratori italiani, sottolineando come da tempi non sospetti le forze politiche che si sono susseguite al governo del nostro Paese abbiano permesso un uso sempre maggiore di forme atipiche di contratto di lavoro, fino a ribaltare il paradigma tradizionale contenuto nello Statuto dei lavoratori, basato sul contratto di lavoro a tempo indeterminato. Un processo iniziato negli anni ’60, anche se in termini molto marginali, e terminato (per adesso) nella scorsa legislatura, prima con il decreto legge 20 marzo 2014, n. 34 (noto come “decreto Poletti”) poi con la legge 10 dicembre 2014, n. 183, il c.d. Jobs Act del governo Renzi.

Gli strumenti di analisi utilizzati dall’autore, dunque, sono chiaramente di tipo giuridico. Un elemento questo che differenzia Pretendi il lavoro! dagli altri saggi che recentemente si sono cimentati su questo tema, di solito con un’analisi di tipo economica. L’autore, però, non si limita alla ricostruzione della vicenda normativa che ha riguardato il rapporto di lavoro subordinato in Italia, ma dalla sua analisi fa emergere la natura profondamente politica delle scelte giuridiche, che sono sempre scelte che rispecchiano le ideologie, la visione di società dei partiti al governo, gli equilibri di potere tra gli interessi, pubblici e privati, che sono presenti nella società. D’altronde il diritto non è altro che uno strumento di composizione degli interessi, di regolazione del conflitto sociale e il diritto del lavoro – in particolare negli ultimi tempi, come sottolinea anche l’autore – sembra avere perso la sua forza redistributiva di potere contrattuale tra i datori di lavoro e i lavoratori subordinati, che rappresentava la ragione profonda della sua esistenza.

Nella trattazione giuridica di Savino Balzano emergono chiaramente le idee, la visione di società e l’equilibrio tra interessi che si è voluto perseguire con le riforme del lavoro degli ultimi 30 anni. Dal Pacchetto Treu in poi la disciplina del lavoro ha rispecchiato una certa idea neoliberale dell’economia e del conflitto sociale, molto lontana dall’impianto costituzionale del 1948, mentre il diritto al lavoro in sé è stato visto solo come una delle leve da muovere, rigorosamente verso il basso, per svalutare i diritti e le garanzie dei lavoratori e delle lavoratrici italiane, principalmente per garantire la competitività del nostro sistema produttivo nella competizione economica europea e internazionale.

L’autore fa emergere in modo molto chiaro come attraverso la precarizzazione del lavoro (o meglio attraverso la precarietà nel e del lavoro, un altro binomio centrale nella trattazione) non si sia voluto solo colpire i diritti civili del lavoro, quelli più strettamente individuali nel rapporto di subordinazione per intenderci, ma si sia voluto colpire anche i diritti politici del lavoro, cioè quei diritti che permettevano di organizzarsi per rivendicare i propri diritti all’interno del posto di lavoro. Un tema, questo, non sempre presente nei libri che trattano di questo argomento, ma centrale per comprendere il riassetto degli equilibri di potere nei luoghi di lavoro che si è voluto perseguire. Un riassetto che non solo si inserisce in una tendenza più generale di ridimensionamento e disarticolazione degli organismi intermedi della società, ma che ha coinvolto direttamente la qualità della dialettica democratica in Italia.

Il libro di Savino Balzano, infatti, certamente dedica tanto spazio alla ricostruzione puntuale del processo di precarizzazione del lavoro e delle condizioni di lavoro nel nostro Paese, ma lo fa con un obiettivo preciso e più sistemico, cioè mettere in risalto l’indubbia funzione politica del diritto al lavoro nel nostro ordinamento, non solo all’interno dei posti di lavoro, ma soprattutto fuori da esso.

Lavorare non significa solo ricevere uno stipendio per una prestazione, ma è un’attività che caratterizza il lavoratore e la lavoratrice sia individualmente, sia collettivamente. Il lavoro forma la personalità, le competenze, le capacità, attraverso le quali i lavoratori e le lavoratrici contribuiscono al progresso della società e – dice la Costituzione – contribuiscono anche alla sua democraticità, perché garantire a tutti i lavoratori e le lavoratrici (e alle loro famiglie) una vita libera e dignitosa, attraverso il lavoro (come prescrive l’art. 36 Cost.), si garantisce anche l’effettiva partecipazione democratica dei cittadini allo spazio pubblico, alla vita democratica dell’Italia, proprio perché liberi da ricatti di qualsiasi tipo e da bisogni impellenti che imprigionano i cittadini alla cruda sopravvivenza quotidiana e al disinteresse per le vicende collettive.

Per questi motivi Savino Balzano, illustrando la situazione diametralmente opposta che caratterizza la nostra società, ci invita con il suo pamphlet a pretendere il diritto al lavoro e a segnalare come il dibattito pubblico dovrebbe ruotare attorno a questo tema e, in particolare, a come la Repubblica debba rendere effettivo questo diritto, proprio per la sua importanza universalistica e democratica.

La domanda, dunque, che l’autore lascia indirettamente al dibattito è questa: come fare per garantire il diritto al lavoro così come delineato nella Costituzione italiana? Un quesito a cui l’autore non risponde direttamente, ma su cui lascia ampie tracce nel suo lavoro, che vanno tutte in una direzione: un maggiore e più attivo intervento dello Stato nella garanzia del diritto al lavoro, così come peraltro indicato dalla Costituzione del 1948.

Il che dovrebbe significa due cose, Costituzione alla mano: da un lato, lo Stato dovrebbe utilizzare tutti gli strumenti macroeconomici disponibili al fine di tendere alla piena occupazione, proprio per rendere effettivo e garantire a tutti il diritto al lavoro[1]; dall’altro, costruire un apparato di norme che tuteli il lavoro, che lo renda certo e dignitoso, che lo circondi di garanzie. Due aspetti oggi fortemente debilitati. Il primo dal convitato di pietra del libro di Savino Balzano: l’Unione europea e la sua azione macroeconomica. Il dominio del paradigma della scarsità delle risorse pubbliche incarnato dai parametri di Maastricht (peraltro senza alcun riscontro scientifico) e una visione monetarista della macroeconomia e dell’intervento pubblico nell’economia hanno colpito fortemente le istituzioni dello Stato sociale negli Stati membri e conseguentemente indebolito la garanzia dei diritti sociali in tutta l’Unione europea[2]. Il secondo a causa della progressiva precarizzazione del lavoro e nel lavoro, come il libro di Savino Balzano fa emergere molto bene.

Pretendi il lavoro!, dunque, è un libro che merita di essere letto, merita di far parte della biblioteca di chi crede nella sovranità democratica, perché nel disegno costituzionale di società non c’è sovranità e non c’è democrazia senza un lavoro dignitoso e questo profondo legame tra lavoro popolo e democrazia è il cuore del libro di Savino Balzano.


[1] Per una interpretazione di questo tipo si v. B. Ponti, Il “posto” del diritto al lavoro nella Costituzione repubblicana ed il conflitto con il modello economico eurounitario, in Massimario di giurisprudenza del lavoro, n. 2, 2019, pp. 309.

[2] Per approfondire il tema di come le condizionalità europee abbiano influito sui diritti sociali si v. S. Giubboni, Diritto del lavoro europeo. Una introduzione critica, Milano, Wolters Kluwer-Cedam, 2017 e L. Taschini, I diritti sociali al tempo delle condizionalità, Torino, Giappichelli, 2019.

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