Il dovere di essere liberi


23 Mar , 2021|
|2021|Visioni

È probabile che il titolo di questo articolo abbia fatto sorgere qualche perplessità: come può essere un dovere la libertà? Non si tratta piuttosto di un diritto?

Effettivamente siamo abituati a sentirne parlare e a discuterne in questi termini: nel dibattito pubblico la libertà è un diritto, una pretesa comune, ormai, in uno stato democratico. Inoltre, in seguito alla diffusione delle politiche di welfare state, il principio di solidarietà ha permeato molti e differenti ambiti della società, dall’istruzione alla sanità, allo scopo di ridurre le diseguaglianze. Una maggiore eguaglianza sociale dovrebbe rendere i cittadini più liberi perché, se tutti godono dei medesimi diritti, nessuno prevale sugli altri e, di conseguenza, ciascuno dovrebbe sentirsi libero di agire secondo la sua volontà, entro i limiti del generale dovere di rispetto. D’altra parte il principio fondante di una repubblica è la libertà: detto altrimenti, la libertà è l’anima di una repubblica democratica. Alla semplice domanda: “Ti senti libero?” probabilmente molti di noi risponderebbero in maniera affermativa. Questo perchè spesso si ha l’impressione di avere diverse scelte a disposizione ed effettivamente, rispetto a qualche secolo fa, molto ci è concesso, appunto perché sono venute meno numerose diseguaglianze sociali. Ma è davvero così? Possiamo dire di essere veramente liberi? E ancora: la libertà di cui ci serviamo e che tanto fermamente difendiamo è una libertà funzionale alla repubblica?

Per rispondere a questo quesito, apparentemente semplice e banale, occorre chiarire bene che cosa si intenda esattamente per “libertà”. Le parole latine “liber”e “libertas” hanno la stessa radice del verbo “libet”o “lubet”, che significa “piace, è gradito” e in questo senso l’avverbio “libenter”o “lubenter” significa “volentieri, con piacere”. La parola greca “eleutheria” (libertà) e l’aggettivo corrispondente “eleutheros” (libero) hanno la stessa origine indoeuropea (*leud-ero) delle parole latine sopracitate. In epoca arcaica l’aggettivo “eleutheros” era riferito innanzitutto a chi agiva secondo la propria volontà, iniziativa, interesse e desiderio. In questo senso eleutheria era l’opposto della schiavitù, intesa come il dover agire secondo le indicazioni, i comandi e gli interessi di altri. Nel mondo antico la libertà era fonte di gioia e motivazione: nell’Iliade la collettività brindava alla libertà quando tutte le persone del gruppo potevano riprendere in mano la propria vita, in armonia con gli dei. Un altro aspetto interessante dell’eleutheria antica è che essa era strettamente connessa all’idea di uguaglianza: gli uomini liberi erano tutti uguali fra loro perché nessuno di loro agiva alle dipendenze di altri. “Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo”: la libertà non consiste nell’avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno, scrive Cicerone nel De re publica, gettando le basi per quella che sarà la riflessione di Philip Pettit sulla libertà come non-domination ovvero come assenza di dominio.

Oggi il termine “libertà” viene utilizzato spesso in contesti diversi e con diverse accezioni. Una distinzione imprescindibile è quella fra libertà esteriore e libertà interiore. I diritti intervengono nell’ambito della libertà esteriore: l’uomo cerca la libertà al di fuori di sé tramite la garanzia di sempre maggiori diritti e prerogative, ma questa sua ricerca può essere frustrata o non interamente soddisfatta, come invece si vorrebbe nell’immaginario collettivo. Come affermava Jung “la vera libertà non sta fuori di noi, ma in noi”. Già Suarez insisteva sull’importanza di questa distinzione, che egli identificava con la differenza fra foro esterno e foro interno. Il primo è l’ambito dei comportamenti, che sono sindacabili dai giudici, mentre il secondo è l’ambito dei pensieri, che il giudice non può giudicare. Solo l’individuo, in vita, ed eventualmente solo Dio, dopo la morte, possono giudicare i pensieri, cioè il foro interno. La libertà interiore è l’unico luogo veramente libero per l’uomo finché tale libertà, tale pensiero non diviene comportamento.

In questa prospettiva, per raggiungere la vera libertà dobbiamo ammettere che serve uno sforzo diverso dalla continua rincorsa dei diritti finalizzati ad un’effimera libertà nel foro esterno. La libertà interiore è la vera libertà pro re publica. Ma attenzione, in democrazia la libertà, prima di essere un diritto, dovrebbe essere innanzitutto un dovere. Una repubblica ha bisogno, per funzionare, di uomini liberi… ma non esclusivamente all’esterno. Alla repubblica servono in primis uomini liberi dentro! Uomini volti all’affermazione e al perseguimento dei valori in cui credono a prescindere da ogni calcolo di convenienza. Individui che sappiano elevarsi al di sopra del proprio interesse particolare e cogliere l’interesse universale, anche a scapito di se stessi poiché, come ci insegna Montesquieu, “la virtù politica è una rinuncia a se stessi”. Ancora, la repubblica necessita di uomini sordi alle tentazioni del potere e della fama. Individui indipendenti, che grazie al loro sforzo intellettuale sappiano discostarsi dal dire comune e dare vita a nuove idee. Perché è grazie al coraggio profuso da persone come gli eretici del Cinquecento o degli “spiriti liberi”, se vogliano usare le parole di Bainton, che hanno il coraggio di discostarsi dal sentire comune, che è possibile l’evoluzione.

Questa è la vera essenza della libertà: non ci sono solo il garantismo o il diritto di ciascuno su tutto (che alla fine finisce per essere il diritto di nessuno su niente), ma prima viene il coraggio di essere liberi dentro, a prescindere da ogni opportunismo, per il perseguimento dei propri valori nell’interesse comune.

In un’ottica drasticamente differente e, se vogliamo, disincantata le neuroscienze hanno definito l’individuo come una stratificazione progressiva di esperienze che inizia alla nascita e continua per tutta la vita, fino alla morte. Secondo questa concezione l’individuo non è mai veramente libero perché le sue azioni sono il risultato di esperienze pregresse che determinano le sue scelte secondo una logica deterministica. A questa costruzione neuroscientifica si è aggiunta la costruzione giuridica del diritto mite, che vorrebbe abolire la sanzione giuridica. Questa teoria, quando estremizzata, ha portato al riconoscimento di casi di impunità, in situazioni in cui l’individuo non sarebbe ritenuto punibile perché privo di capacità di scelta e completamente vincolato dalle sue pregresse esperienze di vita. Ma questa presa di consapevolezza sui condizionamenti dell’ambiente in cui viviamo non deve portarci a privare l’uomo della sua responsabilità. Proprio perché siamo tutti uguali e perché siamo più “liberi” rispetto al passato dobbiamo essere più responsabili dei nostri pensieri e delle nostre azioni. In una repubblica la libertà non può essere strumentalizzata al fine del giustificazionismo di comportamenti scorretti, antisociali, antidemocratici e antirepubblicani; al contrario si fa affidamento sul corretto uso della libertà da parte di tutti tramite l’esercizio della cittadinanza attiva. È necessaria una scelta razionale a cui corrisponda un attivo operare nel quotidiano che sia giovevole a se stessi e soprattutto al prossimo. Occorre agire bene, rettamente, mai per protagonismo, per egoismo o peggio per narcisismo, ma nella profonda consapevolezza che nella repubblica abbiamo una missione da compiere. Solo così conferiremo al nostro agire una finalità utile al prossimo e alla società. E se, d’accordo con Castoriadis, a sua volta ripreso da Bauman in Modernità liquida, crediamo che ciò che non va nella società in cui viviamo sia che essa stessa ha smesso di mettersi in discussione, allora qualora il nostro personale pensiero si discostasse dal sentire comune dovremmo avere il coraggio di esprimerlo comunque, anche a rischio di metterci in cattiva luce o di far dispiacere a chi potrebbe avvantaggiarci un domani. Perché è chi ha avuto il coraggio di sostenere posizioni scomode e differenti che ha cambiato la storia. Questa è la vera libertà interiore di cui abbiamo bisogno e che sembriamo aver dimenticato dal momento che nessuno la insegna e ancor meno la pratica. Ricordiamocelo, la prossima volta che ci troviamo a compiere una scelta di comodo: abbiamo il dovere di essere liberi dentro e di pensare con la nostra testa, non di essere “liberamente”, cioè volontariamente, schiavi o vetrinisti del sistema.

Di: