Il voto ai sedicenni nei tempi che corrono


23 Mar , 2021|
|2021|Visioni

E’ di questi giorni la notizia della proposta del neo segretario del PD, Enrico Letta, di estendere il diritto di voto ai sedicenni. Si tratta di una proposta di allargamento o, più specificamente, di un’anticipazione di tale diritto, che comunque estende la base elettorale. Generalmente, una tale estensione del diritto è stata accompagnata nella Storia da un particolare mutamento rilevante di realtà sociale ovvero di stagione e/o visione politica, di regola in senso progressivo.

Infatti, tali decisioni hanno caratterizzato la volontà (probabilmente anche l’esigenza) di integrare nel tessuto sociale e politico uomini e donne di altre nazionalità con l’intento di potenziare il consolidamento del consenso verso l’istituzione (ad esempio vedi, nell’antichità, l’editto dell’imperatore romano Caracalla), ovvero di allargamento della partecipazione democratica ed integrazione nella vita politica di cittadini di diverso censo, cioè verso i meno ricchi e meno istruiti, come anche, poi, delle donne (così nella grande stagione democratica del ‘900 pre e post fascista). Più di recente – e più similmente – si ricorda l’estensione del voto ai diciottenni avutasi a seguito dell’irruzione – concreta ed incisiva – dei giovani nella vita politica, coincisa anche con l’esplosione delle nascite dei decenni precedenti e della forte diffusione dell’istruzione. Da qualche anno, poi, rimane in piedi il dibattito sull’opportunità di allargamento del voto ai figli di immigrati regolari, nelle diverse forme di “ius soli” e “ius culturae”, anche queste d’interesse di Letta. Certamente, si tratta di questioni che pongono, o comunque dovrebbero porre, anche una riflessione sull’attuale significato dello “status” della cittadinanza e, quindi, su quello del diritto di voto.

Soffermandoci, qui, sulla proposta del voto ai sedicenni, che non è la prima volta in assoluto che viene avanzata, questa ha una sua delicatezza perché, nella misura in cui si ritiene che una buona politica sia anche frutto di, seppur minime conoscenze, esperienze e capacità di analisi, dovute altresì ad una certa memoria, appunto, storico-politica, il voto ai ragazzi adolescenti non può che porre degli importanti interrogativi in tal senso. Questa proposta, più che essere la conseguenza di una visione prospettica di futuro e progresso, pare essere più che altro il frutto di una condizione della società di oggi nonché, nello stesso tempo, di una estrema presa d’atto di una tendenza e di un certo mutamento di significato odierni di democrazia, potremmo forse dire di tipo ontologico; nonché di come negli ultimi anni viene inteso un certo modo di fare politica.

Partendo da una visione socio-educativa, si potrebbe iniziare dal porre l’attenzione sullo stato dell’attuale rapporto tra adulti ed adolescenti. Senza voler generalizzare, si può tuttavia osservare che se, da un lato, alla fine dello scorso secolo si è imposto un protagonismo giovanile e, per un certo verso, anche un’emancipazione da un modello di famiglia autoritaria, dall’altro è andato anche in crisi un modello di genitore, talvolta proprio di adulto. In proposito, si possono notare le ripercussioni anche sul rapporto odierno tra studenti ed insegnanti e, su tale questione, ci sarebbe un discorso lungo e complesso in merito. Tuttavia, qui ci si limita a coglierne un aspetto: il fenomeno dell’adulto deresponsabilizzato nei confronti del minore che, anziché prendersi seriamente in carico le responsabilità verso di lui, ricorre alla scorciatoia del tentare di condividere con questo stesso gli oneri, anche politici, oltre che sociali, del suo futuro, ed a prescindere dai propri obblighi di aiutarlo a prepararlo culturalmente, politicamente e moralmente. Insomma, se si recupera il dimenticato – ma importante – carattere di “dovere” del voto, che non è quindi solo un “diritto”, allora si ha l’impressione che, estendendo al minore tale diritto-dovere, l’adulto si alleggerisca di tale “dovere” verso i giovani condividendolo con questi ultimi e dimenticando che i maggiori strumenti di valutazione politica di regola è l’adulto che li possiede, anche per perseguire il bene del minore stesso. D’altronde, molti adulti trascurano la complessità delle conseguenze di una tale estensione del diritto; ma non tutti, appunto. Infatti, adulti più pensosi, quali Michela Marzano, su “La Stampa”, si chiedono in proposito, se “oltre a voler concedere loro il voto, si ha in mente di riscrivere i programmi scolastici, e quindi di discutere con loro di diritti e di giustizia distributiva, di uguaglianza e di memoria, di crisi ambientale e di utilizzo responsabile dei “social” – formando prima di tutto i loro insegnanti – oppure si pensa di buttarli nell’arena politica senza strumenti, magari senza nemmeno suscitare in loro il desiderio di esserci”. Vi si potrebbe aggiungere il dato che a scuola fin d’ora non si è ritenuto così importante formare con una adeguata educazione civica i ragazzi. Il costituzionalista Cesare Mirabelli, poi, si interroga sulle conseguenze che dall’acquisizione di questo diritto deriverebbero, quali l’anticipazione della maggiore età e, quindi, l’aumento del grado di responsabilità che si acquisirebbe sul piano penale, come in quello civile ed amministrativo. Potrebbero, a questo punto, i sedicenni giungere ad aver diritto anche alla patente, come negli USA? In definitiva, da questa problematica, la proposta appare più come una sorta di fuga dalle responsabilità dell’adulto, che altro.

Per una lettura più prettamente politica della proposta, è utile riflettere sul significato assunto dalla democrazia e dal mutato grado di potere decisionale dell’elettorale. In proposito, a partire dagli anni ’90 la nostra classe dirigente è stata protagonista della sensibile riduzione del potere popolare a vantaggio delle istituzioni sovranazionali caratterizzate da una accentuata tecnocrazia di natura neo-liberale. Abbiamo, quindi, potuto constatare il come, sposandone oltretutto l’ideologia di fondo ed adottando il c.d. “vincolo esterno”, la nostra nazione si è privata della possibilità di manovrare economicamente la propria politica, auto-costringendosi ad avere pochi margini per politiche industriali e monetarie, per interventi pubblici in economia, ritenendosi “costretta”, insieme alla riduzione della spesa pubblica, al taglio dei relativi servizi. Si pensi, ad esempio, all’autoimposizione dell’aumento automatico delle nostre tasse indirette in caso di discostamento dei nostri conti pubblici dai vincoli pattuiti con l’Unione Europea. Cosa c’entra questo? C’entra perché oggi, evidentemente, ci sono rimaste meno cose da decidere in Italia, specie di qualità – non abbiamo neanche più una vera politica estera – e continuando in tale direzione, sempre meno ce ne rimarranno. Quindi, riducendosi così la portata stessa della sovranità democratica, conta di meno la preparazione dell’elettorato ed ecco che, quindi, anche un sedicenne può partecipare, senza rischi, ai processi decisionali. D’altronde, più proliferano le sedi decisionali, sempre più lontani dal comune cittadino,epiù ne diventano complicati i meccanismi, più le cose sono due, se non si vuole ridurre il voto solo a chi conosce tali sistemi: o si impone già da scuola lo studio sul funzionamento dei predetti meccanismi o si rinuncia del tutto ad un intervento popolare su di essi, per cui, alla fine, chiunque può votare, tanto non potrà incidervi più di tanto. Così, con questa sorta di “deminutio” della sovranità popolare, lo “status” della cittadinanza e, in particolare, il diritto di voto, riduce la sua rilevanza ed incisività, per cui tale diritto lo si può estendere a nuove fette di popolazione senza temere particolari scossoni sul percorso politico-economico già predeterminato.

Tra l’altro, non a caso in questi ultimi anni, stretti tra furia antipolitica e “normalizzazione” tecnocratica, abbiamo visto alternarsi, quali ministri e sottosegretari, i c.d. “tecnici” e quelli “è-un-bravo-ragazzo-non-ha-mai-rubato-imparerà”. In particolare con questi ultimi è passata un’idea delle cariche politiche che possono essere rivestite anche senza preparazione, esperienza e conoscenze specifiche a riguardo – che tanto poi giungeranno i tecnici ad “aggiustare” le cose – come se fossero sufficienti la buona volontà e l’incensuratezza; fermo restando, diciamolo pure, anche il fondamentale ritrovarsi nelle grazie di un capo partito. In quest’ottica, ecco che non conta nemmeno che l’esperto sia l’elettore, anzi, a questo punto, meglio che non lo sia; causa ed effetto, tutto questo, della svalorizzazione della dimensione politica – che, tanto, quella economica, ormai praticamente sganciata da essa, è in “buone mani” – e, quindi, della democrazia stessa.

Infine, dovrebbe preoccupare il ruolo del condizionamento dei “media” dominanti non solo della propaganda politica ma, indirettamente, di una certa società dei consumi che tende ad orientare fortemente umori, conoscenze e scelte delle persone. In questo, si sa che i bersagli più fragili sono, generalmente, i più giovani; pensiamo ancor più all’incisività, in questo, dei “social media” sui loro gusti, stati d’animo, comportamenti. Qui dovrebbe, tra l’altro, intervenire l’aiuto dell’adulto, ma nella misura in cui molti di questi (senza voler generalizzare, appunto) sono assoggettati, se non indifferenti, alla pervasività di tali media, il necessario filtro che dovrebbe rivestire l’intervento dei “grandi” (genitore, insegnanti, ed altri eventuali) si rivela debole e, perciò, sorge un problema consistente nella maggiore vulnerabilità della indipendenza del voto dei ragazzi.

Che poi, siamo sicuri che il voto ai sedicenni faciliti l’attenzione politica nei confronti dei giovani? Ed, eventualmente, in che modo? Bisognerebbe, piuttosto, prima chiedersi se chi oggi vota ha concretamente proposto e perseguito qualcosa di utile per essi. Se, quantomeno, quei giovani ultra diciottenni che già votano siano riusciti nel frattempo ad imporre agli adulti un’agenda politica per loro stessi. Similmente, potemmo chiederci se le altre categorie di votanti, quali i tanti anziani in difficoltà o lavoratori precari ed altre categorie deboli, siano riusciti ad ottenere risultati importanti per loro stessi. Dato che la risposta sembra essere negativa, allora forse la direzione per i “veri” cambiamenti, anche per i giovani, si trova in un altro luogo. Forse uno sforzo nella ricerca di questa direzione è il lavoro su cui concentrarsi, senza farsi distrarre da inutili diversivi.

Dinanzi a tutto questo, l’impressione che si ha è quella di una classe dirigente che non ha ancora capito l’importante funzione pedagogica che rivestono ancora i partiti e, con essi, la politica, insieme al senso di responsabilità, diretta ed effettiva, che essa dovrebbe avere nei confronti dei giovanissimi. Il tutto, in un’ottica di ulteriore svalutazione di significato della sovranità popolare nell’ambito di una già avviata e progressiva riduzione degli spazi di decisione democratica. Poi, se si considera il ruolo di quegli adulti, riprendendo il discorso di sopra, tale proposta sembra lo specchio di un rapporto esageratamente rovesciato tra adulti e giovanissimi, caratterizzante quest’ultimo secolo. Infatti, si è ridotta la capacità dei primi di saper prendersi carico e la responsabilità di sapere dire dei “no” nei momenti giusti; quei “no” che fin d’ora non se ne sono tanto sentiti, specie in campo politico, almeno apertamente.

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