Keynes contro il capitalismo


24 Mar , 2021|
|2021|Visioni

Per Keynes, «l’ozio forzato» – la disoccupazione – era il male sociale per eccellenza: «uno spreco di risorse materiali e di vite umane che non potrà mai essere rimediato e che non può difendersi con ragioni di ordine finanziario». Da cui la sua famosa massima per cui «[è] meglio occupare gente a scavare buche e a ricolmarle che non occuparla affatto».

In verità, l’obiettivo di Keynes era molto più ambizioso del semplice mantenimento di un livello ottimale di produzione o dell’abolizione della disoccupazione (come disse la nota economista keynesiana Joan Robinson, Keynes non auspicava di certo un mondo in cui la gente sarebbe stata costretta a scavare buche); il suo auspicio era che le sue teorie contribuissero a inaugurare una nuova era (postcapitalistica?) per l’umanità, in cui i bisogni economici fondamentali dell’uomo sarebbero stati soddisfatti e dunque per la prima volta egli si sarebbe trovato «di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza». Nel pensiero keynesiano, insomma, non ritroviamo solo suggerimenti per la politica economica, ma «una visione del mondo che affida alla responsabilità dell’uomo le possibilità del miglioramento sociale», come scrisse Federico Caffè.

Il conseguimento di questo obiettivo, però, presupponeva una forma di intervento pubblico che andasse ben al di là del semplice uso della politica di bilancio in chiave anticiclica a cui viene solitamente associato l’economista britannico. Ciò che Keynes aveva in mente era un sistema “misto”, una via di mezzo tra i due estremi del collettivismo sovietico da un lato e del libero mercato dall’altro, in cui lo Stato avrebbe tenuto «saldamente in mano i controlli centrali» dell’economia al fine di programmarne e pianificarne – è la parola utilizzata dallo stesso Keynes – l’attività generale, senza escludere la libera iniziativa privata ma coordinandola, disciplinandola e orientandola nell’interesse della collettività.

Questa pianificazione statale democratica, secondo Keynes, si sarebbe dovuta basare su alcuni pilastri fondamentali: la “socializzazione”, per mezzo di imprese pubbliche e semipubbliche, del grosso dello stock di capitale di un paese e dunque delle principali decisioni di investimento nell’economia, che si sarebbero dovute ispirare non (solo) a criteri di efficienza economica ma al miglioramento della qualità della vita (tramite il sostegno alla cultura, alle arti, all’istruzione, agli alloggi per le classi popolari, alla protezione dell’ambiente ecc.); una banca centrale «sotto controllo pubblico», al fine di sottrarla all’influenza degli interessi economici privati; la stretta regolazione politica dei rapporti economici e commerciali con l’estero, al fine di ottenere il maggior grado di «autosufficienza nazionale» possibile; l’abolizione della libera circolazione dei capitali; «l’eutanasia del rentier e di conseguenza l’eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare [una situazione di scarsità artificiale del capitale]»; e un incremento del potere economico e politico del lavoro rispetto al capitale.

Alla luce di questa breve disamina del pensiero keynesiano, è lecito chiedersi se l’intento di Keynes fosse veramente “solo” quello di “salvare il capitalismo da se stesso” e dalle alternative rivoluzionarie che nei primi decenni del secolo scorso ne minacciavano la sopravvivenza – come recita la vulgata alimentata da un secolo a questa parte tanto dagli ambienti (neo)liberali che da quelli della sinistra marxista, entrambi interessati, per ragioni diverse, a sminuire la radicalità delle idee di Keynes – o se il fine ultimo dell’economista non fosse piuttosto quello di sostituire il capitalismo, inteso come sistema in cui i processi decisionali in materia economica sono affidati alla libera iniziativa privata e il grosso dell’attività economica è soggetto alle regole di mercato e alla logica del profitto, con un sistema radicalmente diverso, tanto nei mezzi quanto nei fini.

Per certi versi è lo stesso Keynes a sciogliere l’arcano. In più occasioni, infatti, fu lui stesso a chiarire il suo obiettivo non era tanto quello di “riformare” il sistema capitalistico esistente quanto di promuovere la transizione a un modello alternativo che egli definiva «socialismo liberale­­»: un socialismo, cioè, che preservasse la natura democratica e le libertà individuali (e in parte anche economiche) dei sistemi politici occidentali, e che oggi chiameremmo, più semplicemente, socialismo democratico. Come dichiarò in un’intervista del 1939: «La questione è se siamo pronti a uscire dallo stato di laissez-faire del XIX secolo per entrare nell’era del socialismo liberale, con il quale intendo un sistema in cui possiamo agire come una comunità organizzata per scopi comuni e per promuovere la giustizia sociale, al contempo rispettando e proteggendo l’individuo: la sua libertà di scelta, la sua fede, la sua mente e la sua espressione, la sua impresa e la sua proprietà».

In effetti, ci vuole un bel coraggio, per non dire malafede, per derubricare il modello politico-economico immaginato da Keynes – in cui le decisioni economiche più importanti sono determinate collettivamente tramite i processi politici democratici prima ancora che nell’arena del mercato e ispirate a criteri di progresso sociale prima ancora che di profittabilità – a mera riforma del sistema. Come scrive l’economista James Crotty, autore di un bel volume intitolato Keynes Against Capitalism (Keynes contro il capitalismo): «Se usiamo la definizione tradizionale di capitalismo, l’obiettivo di Keynes era chiaramente quello di sostituire il capitalismo con una forma di socialismo democratico».

Si può semmai obiettare che Keynes abbia peccato di ingenuità nel sottovalutare l’ostilità dei ceti dominanti a un sistema che avrebbe significativamente ridotto il loro controllo sulla società. Non è un caso, infatti, che tutte le nozioni di “socializzazione”, così come gli elementi più rivoluzionari della Teoria generale di Keynes, andarono persi nella formalizzazione (e normalizzazione) delle sue teorie nell’immediato dopoguerra, con cui si cercò di riconciliare le innovazioni di Keynes con il vecchio paradigma liberista. Questa sintesi – che avrebbe assunto il nome di neokeynesismo –, pur rappresentando, nel migliore dei casi, una grossolana semplificazione della teoria originaria di Keynes, divenne presto sinonimo di “keynesismo” tout court. Come nota Aldo Barba, il senso della sintesi neokeynesiana fu quello di rendere accettabili la spesa pubblica e le politiche anticicliche di gestione della domanda «purché non insistite sino al punto di condizionare pesantemente gli esiti del conflitto distributivo».

Secondo la ricostruzione dell’economista statunitense e biografo di Keynes Paul Davidson, l’“addomesticamento” della teoria keynesiana è precisamente ciò che permise all’impianto pedagogico keynesiano di essere adottato nelle università occidentali – e statunitensi in particolare – in un’epoca, quella della guerra fredda, in cui termini quali “socializzazione” sarebbero stati mal digeriti dall’establishment. «Il costo pagato per vedere “salva” la teoria di Keynes, però, fu di reciderla dalle sue radici analitiche contenute nella Teoria generale […] impedendo così all’analisi rivoluzionaria di Keynes di alterare le fondamenta della macroeconomia dominante».

La crisi che avrebbe investito la “teoria keynesiana” nel giro di qualche decennio va dunque letta alla luce di tale rivoluzione abortita.

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