Guardare alla salute con teleobiettivo e grandangolo


25 Mar , 2021|
|2021|Scienze e potere

Mettere al centro il paziente: è uno di quegli slogan che da anni si sentono ripetere nei corsi di formazione per operatori sanitari, nei documenti programmatici delle politiche sanitarie, nelle richieste delle associazioni di pazienti. E certamente lo mettiamo al centro per esaminarlo meglio, concedendogli anche il diritto di parola per dargli l’illusione che si terrà conto di ciò che dice. Poi però, come da routine, gli si volteranno le spalle, valutando le analisi da prescrivergli, dati alla mano, mentre si lascerà la stanza in cui lui è al centro e dove si ritroverà solo, ancora una volta.

Qual è l’idea di essere umano sottesa a questo atteggiamento?

Infatti, prima di ogni politica sanitaria che disponga dei numeri di posti letto negli ospedali o che pianifichi la distribuzione delle risorse economiche per l’assistenza territoriale, c’è una domanda più fondamentale da cui partire: che tipo di essere umano e che tipo di mondo abbiamo in mente quando formuliamo un piano sanitario? Questa domanda fondamentale dovrebbe essere posta a monte di qualunque tipo di progettazione vogliamo effettuare, in qualunque ambito: dall’istruzione all’economia, dall’architettura alla politica.

Se la visione di essere umano da cui ci muoviamo – che ne siamo consapevoli o meno – è quella di un organismo, isolato o sganciato dal contesto sociale, che talvolta si guasta e richiede di essere riparato, allora chi se ne occuperà si porrà il problema di:

  • avere gli attrezzi / apparecchiature sanitarie adeguati alle operazioni di riparazione;
  • convogliare gli organismi nei garage / ambulatori dove questi attrezzi e i meccanici / operatori sanitari sono collocati;
  • eseguire operazioni (meccaniche) e prescrivere prodotti / farmaci per il mantenimento dell’organismo.

Se si riduce l’essere umano al solo dato biologico, lo si equivoca, non tenendo in considerazione quella dimensione essenziale della sua identità, peraltro intimamente amalgamata al livello biologico e da esso indisgiungibile, data dal sentire, dal simbolico, dallo spirituale e dalla relazionalità: ogni essere umano è fin da subito un essere-in-relazione sensibile e simbolico.

Dimenticarsi di questo vuol dire poi avere un’idea altrettanto ristretta di salute. E in tempi di Covid lo vediamo benissimo.

Trovare un equilibrio tra le esigenze complesse di ciascuna persona non è certamente un’impresa facile. Tuttavia, affrontare la pandemia squisitamente su un livello biologico di infezione taglia fuori tutto quel mondo interiore che, per sua natura, non è separabile; se lo si fa è a prezzi altissimi, e proprio a scapito di quella salute che si vorrebbe tanto tutelare.

La dimensione culturale-spirituale, ignorata e spinta fuori dalle politiche sanitarie, a diversi gradi di consapevolezza, e non da adesso, preme per una adeguata considerazione. Il malessere degli operatori sanitari e l’insoddisfazione dei malati sono l’espressione di una negazione di sé che è arrivata al limite della sopportazione. Magari non riusciamo a dirlo esplicitamente, ma il burn-out dei medici e degli infermieri e la delusione dei pazienti frustra e fa infuriare. In una società che ha poi puntato tantissimo sui diritti, è facile prendere la via della denuncia, per cui l’URP diventa un ufficio-chiave dove sporgere i propri reclami / rivendicazioni. Seppure con valore solo aneddotico, la docente ad un corso che avevo seguito tempo fa, avvocato del servizio legale di un’ASL, diceva che la maggior parte delle denunce che l’ASL riceve dagli utenti non è per casi della cosiddetta malasanità, ma per inadeguatezza relazionale del medico, per mancanza di empatia, per maleducazione, per superficialità con cui le informazioni vengono rilasciate.

Occorre allora riprendere la visione di umanità in cui ci riconosciamo e a partire da lì ridisegnare i profili professionali, le aspettative degli utenti, le politiche sanitarie, le relazioni tra enti locali, le condizioni contrattuali di lavoro, ecc. In una visione di essere umano e di mondo ad ampio respiro, la salute non è solo un affare sanitario. È responsabilità congiunta tra la persona, il suo contesto di vita, le sue relazioni, i professionisti sanitari, le realtà associative, le istituzioni. Abbandonare il paradigma positivista che ancora ci sovrasta come una cappa fumosa ed entrare in un paradigma che contempli la complessità e la relazionalità implica un salto di consapevolezza da parte di ciascuno. Allora la salute non sarà riducibile ad una merce assoggettata alle logiche di mercato, la persona malata non sarà più soltanto un consumatore (di farmaci, di prestazioni ecc.), il professionista sanitario non sarà più soltanto l’erogatore che riscuote la taglia sulla testa dei pazienti, le istituzioni non saranno più soltanto amministratori con calcolatrice alla mano per far tornare i conti ad ogni costo.

Per l’umanità relazionale, la salute è uno stato continuamente da ricercare, dove ognuno si sente coinvolto come parte di un sistema che omeostaticamente si regola soltanto se ciascuno si assume la sua fetta di responsabilità a favore di altri. La prevenzione primaria, che cerca di preservare uno stato di salute che già c’è, diventa allora la cura delle relazioni umane come dell’ambiente, dove ciò che mangio e ciò che dico hanno lo stesso peso nel custodire la salute. Non si tratta di intraprendere vie ireniche di un ambientalismo bucolico, né vie sottili di spiritualità disincarnate.

Si tratta invece di cogliere la complessità del reale, evitando ogni semplificazione da protocollo, di tenere conto delle intricate interazioni tra i fenomeni, avendo ben presente che ci stiamo muovendo su di un terreno per molta parte ignoto o poco conosciuto.

Si tratta di mettere in atto un pensiero creativo, che sappia interpretare i dati che vengono dalla ricerca a partire da un approccio globale, invece di prenderli in blocco così come sono.

Abbiamo bisogno di adattamenti alla singola storia, alle realistiche possibilità terapeutiche che una persona e il suo contesto possono sopportare – cosa che va ben oltre la medicina personalizzata dove ci si riduce ad un adattamento molecolare.

Abbiamo bisogno di medici in grado di entrare in sintonia con la storia della persona che hanno di fronte, le sue risorse, i suoi punti deboli, in modo da lasciar emergere le potenzialità umane su cui poi anche le cure più strettamente mediche potranno innestarsi – cosa che va ben oltre l’essere gentili ed educati.

Abbiamo bisogno di avere attese realistiche, sapere quali siano le potenzialità e i limiti della medicina, tenendo presente che ogni atto terapeutico (medico o chirurgico che sia) è qualcosa di estremamente prezioso, da usare con cautele e parsimonia, ultima spiaggia da affiancare alla via del cambiamento personale – cosa che va ben oltre il “mi faccia la ricetta”.

Abbiamo bisogno di sguardi di sintesi che sappiano cogliere la complessità e il complessivo, non la miopia a 8 diottrie dell’iperspecialismo – che non ha nulla a che vedere con il rimpallo da uno specialista all’altro.

Abbiamo bisogno di un’assistenza in uscita verso la persona e la sua casa e non di un’assistenza che risucchia tutti verso di sé, concentrando verso ambulatori e ospedali fatti a misura di organizzazione ma non a misura d’uomo – cosa che va ben oltre l’ospedale dotato di servizio bar.

Questi pochi spunti vorrebbero rinviare ad un testo programmatico di rinnovo della sanità a partire da un nuovo paradigma e il tutto fatto dall’interno della professione medica.

La FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) nel 2018 ha infatti dato avvio ai suoi Stati Generali dopo aver commissionato al sociologo Ivan Cavicchi la stesura di uno scritto che permettesse di tracciare un percorso di riflessione da cui far partire il confronto sulla cosiddetta “questione medica”.

Ivan Cavicchi (docente di Sociologia delle Organizzazioni Sanitarie, Logica e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia – Università Tor Vergata di Roma, nonché una laurea honoris causa in Medicina e Chirurgia) ha così sistematizzato le sue proposte nel documento intitolato “Stati Generali della professione medica – 100 tesi per discutere il medico del futuro” (Editore FNOMCeO 2018) dove interroga il lettore sui punti fondamentali che necessitano di una riforma radicale.

La cosa sorprendente e da rimarcare è che i medici stessi, nella loro organizzazione di professione, hanno deciso di intraprendere un viaggio esplorativo di che cosa significhi essere medico nel XXI secolo. Proprio lì nella roccaforte medica, dove la professione è custodita e garantita innanzitutto nella sua definizione, si è percepita in modo inequivocabile l’improrogabilità di far fronte alla “questione medica” pena la distruzione della professione e la disintegrazione della tutela della salute. Purtroppo però il dibattito è rimasto debole e pare silenziato dal Covid-19, proprio ora che ne avremmo più bisogno. Tenere vivo il pensiero in questa direzione penso sia compito di ciascuno di noi, dato che siamo tutti a vario titolo implicati.

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