Da Mandela a Okonjo-Iweala: le regole del commercio da cambiare dopo la pandemia e il compito dell’Italia presidente del G20


8 Apr , 2021|
|2021|Scienze e potere|Visioni

“Se l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) viene utilizzata per difendere i modelli attuali di produzione, fallirà”. Nelson Mandela nel 1998, nel suo discorso per il cinquantesimo anniversario dell’entrata in vigore del Gatt (General agreement on trade and tariffs), rimproverava i colleghi capi di Stato e di Governo che “nella ricerca di costruire un futuro migliore ignoriamo, a nostro rischio e pericolo, le lezioni del passato”. Il Sudafrica stava fronteggiando un’espansione così insidiosa dell’Aids da raggiungere quell’anno circa il 15% della popolazione, oltre 4 milioni di persone, compreso il figlio maggiore dello stesso presidente che morì nel 2005. Mandela si offrì come testimone e portavoce in una battaglia frontale tra società civile e grandi multinazionali del farmaco che, imponendo un costo esorbitante per i farmaci antiretrovirali, li rendevano di fatto inaccessibili alla maggior parte dei malati nei (per lo più privatizzati) servizi sanitari dei Paesi più poveri: 12mila dollari l’anno per ciascun paziente.

Molti hanno ricordato quella battaglia quando si sono trovati a descrivere gli ostacoli posti dalle attuali regole commerciali a una rapida e inclusiva risposta alla pandemia da Covid-19. Per affrontare un’emergenza sanitaria di queste dimensioni e durata ci si poteva aspettare, dai diversi livelli della governance globale, sufficiente saggezza per ricordare quella lotta e un po’ di vergogna per la inadeguata risposta di allora. Si sarebbe dovuto, anche solo per questo, piegare tempestivamente quelle vecchie, inadeguate regole agli scenari attuali, così drammaticamente e rapidamente in evoluzione. Tristemente, però, per chi scrive e ricorda vividamente quei giorni, potrebbe essere una donna africana, la nuova direttrice generale della Wto Ngozi Okonjo-Iweala, a indicare l’ennesima strada senza uscita a un sistema malato che non riesce più nemmeno a salvare se stesso. E dobbiamo evitare con tutte le nostre forze che l’Italia, che quest’anno presiede il G20, sia la prima della fila a continuare a seguirla contro il muro.

La vittoria a metà di Mandela e dei movimenti

Nelson Mandela ingaggiò sul finire degli anni Novanta una lotta corpo a corpo con la Wto perché, in virtù dell’accordo Trips (Trade related aspects of intellectual property rights) sottoscritto dai suoi membri, proteggeva la proprietà intellettuale dei farmaci antiretrovirali, impedendone l’acquisto a un prezzo non concordato con il detentore del brevetto. Sulle ceneri delle Torri Gemelle, nel novembre 2001, i Paesi emergenti strapparono alla Wto la Dichiarazione ministeriale di Doha “per un ciclo negoziale dello sviluppo” in cui tutti i membri affermarono, tra l’altro, il diritto sovrano dei propri governi di proteggere la salute pubblica con ogni misura necessaria. Era questo uno dei passaggi più rilevanti in una dichiarazione che doveva sancire, con un pacchetto di misure “d’emergenza” in favore dei Paesi più poveri, la fine delle tensioni e del terrorismo internazionale accesi dall’aumento delle diseguaglianze accelerato dalla globalizzazione[i].

Ad aprile a Pretoria erano scesi in piazza in migliaia contro la causa presentata da 39 case farmaceutiche riunite nella Pharmaceutical Manifacturers Association contro la scelta di Mandela di importare gli antiretrovirali farmaci da chiunque glieli avesse proposti a prezzo basso, senza rispettare il prezzo imposto dai detentori dei brevetti. Il presidente si era rifiutato di appellarsi alle “deroghe d’eccezione”[ii] contenute nel Trattato di Marrakesh fondativo della Wto, perché gli consentivano di eccepire alle regole dell’organizzazione ma solo per un periodo limitato e non deciso dal suo governo. Si era anche rifiutato di importare il Cipla: l’antiretrovirale “generico” prodotto in India dal febbraio 2001 e venduto a un dollaro per giorno di trattamento. [iii] Mandela aveva chiaro già nel discorso del ’98, perché lo aveva capito grazie gli esperti delle campagne della società civile per un commercio più giusto e per la salute pubblica che gli avevano offerto sostegno e proposte, che non era la Wto l’organismo adatto a governare la globalizzazione, perché per farlo, contrariamente al suo mandato, avrebbe dovuto imporre regole più stringenti a fronte di un mercato sempre più grande, non rappresentarne i rapporti di forza promuovendo una progressiva deregulation.

Il massimo che Mandela e i movimenti ottennero insieme a Doha, nonostante i milioni di morti mietuti dall’Aids e la paura scatenata dall’attacco riuscito al cuore della globalizzazione, fu la possibilità per gli Stati membri della Wto di autorizzare, per ragioni di salute pubblica, una deroga al Trips (waiver) per la produzione di farmaci generici (compulsory licensing) e l’importazione di originali a prezzo negoziato senza l’autorizzazione del detentore del brevetto. Una vittoria, ma solo a metà: nell’art. 31 emendato del Trips, infatti, si prevedeva che questo potesse avvenire solo dopo un’autorizzazione concessa “caso per caso” dalla Wto, dopo aver dimostrato “l’estrema urgenza” della misura, che ogni altro tentativo si fosse rivelato infruttuoso, e comunque “remunerando adeguatamente” il detentore del brevetto. [iv] Condizioni di difficile ottenimento, come dimostra quello che è successo negli anni a venire: gli Stati Uniti si sono opposti con successo alla produzione in India di un farmaco antitumorale lamentando la violazione del Trips. Stessa cosa è successo alla Colombia per un trattamento della leucemia cui si sono opposti la Svizzera e la farmaceutica Novartis. Anche la Malaysia non ha potuto produrre un generico per trattare l’Epatite C, di nuovo per l’opposizione degli Stati Uniti. L’Unione europea è attualmente alle calcagna di numerosi Paesi in via di sviluppo per l’utilizzo delle licenze obbligatorie, nonostante la pandemia, come si evince dal suo Rapporto 2020 sulla protezione della proprietà intellettuale. Pressioni così evidenti e contrarie allo spirito della norma che l’High level panel delle Nazioni Unite per l’accesso ai medicinali ha richiamato già nel 2017 i Governi dall’ “astenersi da minacce, tattiche e strategie implicite o esplicite che limitano il diritto dei Paesi membri della Wto di utilizzare le flessibilità concesse dall’accordo Trips”.

L’emergenza Covid-19 e la vecchia politica degli affari privati

Nell’ottobre 2020 è di nuovo il Sudafrica, insieme all’India, a presentare al Consiglio della Wto una proposta di deroga specifica al Trips “per la prevenzione, il contenimento e la cura dal Covid-19” che ad oggi è appoggiata da oltre 110 su 164 membri della Wto, compresa la Santa Sede e da tutti e nove i Relatori speciali e gli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani, la salute, la povertà e lo sviluppo. I “Grandi elettori” che vi si oppongono sono gli Stati Uniti e l’Unione Europea insieme a Australia, Brasile, Canada, Giappone, Norvegia, Svizzera e Gran Bretagna, con la motivazione che la deroga danneggerà irrimediabilmente la protezione della proprietà intellettuale, che sostiene l’innovazione, e che a proteggere la salute pubblica già sono sufficienti le deroghe esistenti al Trips. In realtà a sostenere l’innovazione in questi ultimi anni, almeno in ambito sanitario, non sono stati gli investimenti privati ma i fondi pubblici: uno studio recente cui ha partecipato anche l’economista italiana Mariana Mazzuccato ha dimostrato che negli Stati Uniti, dove il contributo privato alla ricerca è il più sostenuto tra i Paesi sviluppati, sono stati i fondi pubblici dei National Institutes of Health a garantire lo sviluppo della maggioranza dei 210 farmaci immessi nel mercato dalla Food and Drugs Administration tra il 2010 e il 2016. Nel caso del Covid-19, un recentissimo studio ha dimostrato che nel 2020 i Governi hanno messo a disposizione delle aziende private oltre 88 miliardi di euro perché sviluppassero i soli vaccini, dimostrando il ruolo del tutto marginale del contributo finanziario delle aziende all’innovazione e l’assurdità della gestione privatistica delle scoperte[v].

“La Casa Bianca sta valutando se sospendere la protezione della proprietà intellettuale per i vaccini e i trattamenti legati al Covid-19, in risposta alle pressioni dei Paesi in via di sviluppo sostenute dai legislatori progressisti “, ha annunciato a sorpresa prima di Pasqua la CNBC news. Secondo il notiziario il 22 marzo la Casa Bianca ha convocato una prima riunione dei responsabili politici del dossier, ma non ha ancora raggiunto una decisione finale. Non è l’ennesimo “miracolo di Bernie Sanders”, che si è schierato con Warren[vi] e la forza dei suoi milioni di follower social in favore della deroga al Trips per quello che ha definito “il vaccino del popolo”. L’amministrazione Biden è preoccupata che i costi a carico dell’economia statunitense, ancora fortemente dipendente dalle importazioni, possano non limitarsi agli ingenti stanziamenti già garantiti per la ricerca e la produzione dei vaccini. Una ricerca della Fondazione della Camera internazionale di commercio ha stimato in 9,2 trilioni di dollari, 4,5 a carico dei soli Paesi avanzati, gli ulteriori danni all’economia globale che farà la pandemia[vii] se non verranno garantiti i trattamenti adeguati non solo ai Paesi che se li possono permettere – e non li stanno ricevendo – ma anche a quelli che riusciranno a malapena a vaccinare un cittadino su 10 entro il 2021[viii]. Basti pensare che mentre l’Unione europea paga a AstraZeneca 2,15 dollari peer ogni dose di vaccino, il Sudafrica ne spende 5,25 grazie alle attuali “regole” della Wto[ix]. I dem d’oltreoceano, inoltre, sembra stiano ricevendo pressioni molto forti anche dalle compagnie assicurative statunitensi preoccupate dell’insostenibilità degli extra-costi causati dagli eccessivi ricarichi posti dalle aziende monopoliste su tutti i dispositivi per il trattamento e il contenimento della pandemia.

L’Unione europea, e con essa anche l’Italia, sembrano, invece, giocare nella trincea del Covid-19 il solito ruolo dell’ “ultimo giapponese”. Nonostante la presidente della Commissione Ursula von der Leyen sia laureata in medicina e abbia in curriculum un master in salute pubblica, ha fronteggiato la fornitura vaccinale con scarse capacità di programmazione e di finanziamento. A fronte degli accordi stretti con le principali aziende farmaceutiche che avrebbero dovuto permettere la vaccinazione della popolazione del continente secondo tempi prestabiliti, Pfizer prima e Astra Zeneca subito dopo hanno ammesso che non avrebbero potuto consegnare le dosi secondo quanto pianificato con l’Ue. Von Der Leyen, nonostante abbia definito il vaccino “un bene comune” seguita da alcuni Governi europei, in primis quali quello italiano attuale, ha permesso di bloccare le esportazioni e di ridirezionare internamente le dosi prodotte in Europa e già in partenza per altri Paesi, contravvenendo schizofrenicamente a quelle stesse regole liberiste che continuano a difendere in sede Wto, come aveva fatto l’ex presidente degli Usa Trump sul finire del suo mandato[x].

L’illusione della “Terza via” e una proposta di dignità per l’Italia

Sarebbe facile anche per un bambino capire che lasciare l’interesse privato da solo a decidere che cosa produrre, dove, come farlo, a fronte di finanziamenti pubblici anticipati, vendite vantaggiose e certe, regole commerciali iper-protettive e accordi di fornitura, in conseguenza, assai deboli, non sia una garanzia di politiche efficaci e efficienti nell’interesse pubblico. Eppure in un incontro online tra il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis e i principali stakeholders italiani delle politiche commerciali promosso dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, Dombrovskis ha espresso il sostegno della Commissione all’ipotesi di “Terza via” al vaccino proposta dalla neo direttrice generale della Wto Ngozi Okonjo-Iweala: un accordo in sede Wto, a colpi di ulteriori investimenti pubblici, con le farmaceutiche perché autorizzino più stabilimenti, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, a produrre i propri ritrovati. Insomma una prima via “rafforzata”, per convincerli a fare quello che già avrebbero dovuto fare per contratto. La Direttrice generale ha presieduto l’alleanza internazionale per lo sviluppo dei vaccini per i Paesi più poveri Gavi fino al dicembre 2020, e quella strada lastricata di ingenti finanziamenti pubblici, ben pubblicizzate donazioni private, ma lastricata di risultati non esaltanti, anche a causa degli alti, ingiustificati, costi dei vaccini acquistati dagli stessi presunti benefattori, dovrebbe conoscerla così bene da tenercene ben lontani[xi].

Gli stessi esperti sviluppatori delle linee di produzione vaccinali hanno più volte spiegato che non è la capacità produttiva a mancare, nemmeno nei Paesi più svantaggiati. E’ la volontà delle imprese di installare le proprie linee e tecnologie in Paesi in cui, a loro avviso, i loro brevetti non verrebbero legalmente ben protetti, unita alla volontà di giocare sulla scarsità per mantenere i prezzi a livelli iper-remunerativi[xii]. Per di più, a legislazione attuale vigente, le imprese che pure decidessero concedere ulteriori licenze volontarie manterrebbero il diritto di decidere quante dosi vendere e a chi venderle come sta succedendo, ad esempio, al Serum Institute in India. Se tutto questo non le bastasse a capire che deve cambiare strada, Okonjo-Iweala dovrebbe però essere cosciente di non essere autorizzata dalle regole Wto a percorrere la sua “Terza via”. Secondo l’articolo II.1 dell’Accordo di Marrakesh, infatti, la Wto deve operare a livello di Stati membri, e questo non autorizza la Direttrice generale a facilitare o sottoscrivere accordi con imprese private. Eppure, per sponsorizzare la sua idea, la Dg avrebbe ispirato la “letterina” di sette Paesi tra cui Australia, Canada, e Norvegia (WT/GC/230) con la quale il 7 marzo scorso hanno chiesto l’aiuto proprio della Dg nel “facilitare e promuovere la creazione di partenariati di licenza reciprocamente vantaggiosi tra sviluppatori di vaccini e produttori di vaccini, anche per il trasferimento collaborativo e tempestivo di competenze, know-how e tecnologia”.

Per una strana coincidenza, infatti, l’8 marzo Okonjo-Iweala, in una riunione con il Gruppo dei Paesi africani membri della Wto avrebbe spiegato quanto sarebbe bello per l’Africa ottenere licenze volontarie per la produzione di vaccini, sostenendo che i negoziati sulla deroga al Trips sarebbero continuati su un binario parallelo. In una riunione con il gruppo dei Paesi Acp (Africa, Caraibi e Pacifico) il 9 marzo avrebbe anche espresso dubbi sul fatto che la deroga possa aiutare a incrementare la produzione globale di vaccini a causa delle difficoltà di produzione, ammettendo di aver partecipato alle riunioni convocate dall’OMS con Big Pharma che, sempre casualmente, respinge la deroga con le stesse argomentazioni[xiii]. A tutt’oggi, nonostante le ripetute riunioni e pressioni, il veto alla deroga al Trips da parte europea e statunitense è ancora netto e, mancando di oggettive motivazioni di interesse generale, trova il suo principale sostegno, chiaramente per puro incidente, nella suggestiva narrativa che circonda la, pur impraticabile, “Terza via” della Direttrice nigeriana con passaporto americano.

L’Italia potrebbe e dovrebbe, per rispetto delle oltre 111mila nostre vittime della pandemia, mettere la propria dignità e salute pubblica al riparo da tanta irragionevolezza. Come presidente di turno del G20 potrebbe assumere e promuovere presso i Paesi membri un’iniziativa di sostegno alla deroga al Trips come gli hanno chiesto la società civile (C20) e i sindacati (L20) dei 20 Paesi in un documento congiunto: “Solo con la deroga – spiegano le organizzazioni firmatarie – è possibile massimizzare la capacità di produzione mondiale, garantire prezzi accessibili e facilitare il trasferimento di tecnologia, al fine di garantire un contenimento globale tempestivo e coordinato della diffusione del virus”. “Non possiamo ripetere gli errori della crisi dell’Aids – è il monito delle organizzazioni -, che ha portato a 7,6 milioni di morti evitabili nella sola Africa subsahariana, a causa dei prezzi elevati e delle regole restrittive della proprietà intellettuale e che continua a limitare la risposta all’HIV nei Paesi che ne hanno più bisogno”. Bisogna, soprattutto, arrivare preparati alla prossima emergenza: “Garantire l’accesso a trattamenti salvavita, diagnostica e vaccini è essenziale per affrontare questi scenari con efficacia”, sottolinea il documento. Soprattutto, però, la deroga al Trips “potrebbe preparare il terreno per discussioni concrete all’interno dell’Onu, della Wto e di altri forum competenti sulle nuove regole che devono essere messe in atto per gestire la crescente incidenza di minacce virali e previsioni future di pandemia”, concludono. Dimostreremmo, così, di aver imparato la lezione del Covid: quella politica e economica, prima ancora che sanitaria.


[i] https://www.who.int/intellectualproperty/topics/ip/tHoen.pdf

[ii] https://www.wto.org/english/res_e/booksp_e/agrmntseries1_wto_e.pdf pp.17-18

[iii] https://www.nature.com/articles/nm0401_390c

[iv] https://www.who.int/medicines/areas/policy/doha_declaration/en/

[v] https://www.businesswire.com/news/home/20210110005098/en

[vi] https://www.politico.com/news/2021/03/21/coronavirus-vaccine-wto-477272

[vii] https://iccwbo.org/media-wall/news-speeches/study-shows-vaccine-nationalism-could-cost-rich-countries-us4-5-trillion/

[viii] https://www.oxfam.org/en/press-releases/campaigners-warn-9-out-10-people-poor-countries-are-set-miss-out-covid-19-vaccine

[ix] https://www.bmj.com/content/372/bmj.n281

[x]https://www.forbes.com/sites/joewalsh/2020/12/08/trump-signs-executive-order-prioritizing-us-for-covid-vaccine—but-its-unclear-whether-it-accomplishes-anything/

[xi] https://www.cgdev.org/publication/gavi-5-0-five-challenges-and-five-ideas-reform

[xii] https://apnews.com/article/drug-companies-called-share-vaccine-info-22d92afbc3ea9ed519be007f8887bcf6

[xiii]https://twn.my/title2/wto.info/2021/ti210314.htm

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