La rivoluzione (tristissima) dei concorsi pubblici


10 Apr , 2021|
|2021|Sassi nello stagno

Il 31 marzo il ministro Brunetta ha twittato: “con il decreto legge approvato oggi dal Consiglio dei ministri parte la rivoluzione dei concorsi pubblici”. Dopo una rapida lettura del decreto, però, non si vede né la rivoluzione, ma neanche la partenza della rivoluzione.

Quello che emerge è piuttosto una consistente sforbiciata al numero delle prove selettive dei concorsi, con il fine evidentissimo di assumere il più velocemente possibile funzionari pubblici per la gestione delle prossime (?) risorse legate al Piano nazionale di Ripresa e Resilienza e dei suoi progetti (?), senza badare troppo né alla loro qualità, né alla loro stabilità e figurarsi alla stabilità delle competenze, soprattutto di tipo tecnico-scientifico, che essi porteranno nelle amministrazioni.

L’art. 10 del decreto legge 1 aprile 2021, n. 44 approvato la scorsa settimana dal governo, infatti, fa fondamentalmente tre cose:

1) introduce una nuova modalità ordinaria di svolgimento dei concorsi pubblici, semplificata e digitalizzata, che varrà per tutte le amministrazioni. I concorsi pubblici: a) dovranno essere tutti digitalizzati, condotti – secondo indiscrezioni – con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale (elemento problematico che andrebbe affrontato con chiarezza e confronto democratico); b) dovranno prevedere una fase di valutazione dei titoli e delle esperienze dei candidati; c) nel caso in cui si recluta personale non dirigenziale, dovranno prevedere anche una prova scritta e una prova orale.

2) prevede un regime concorsuale speciale che resterà in vigore fino al permanere dello stato di emergenza deliberato dal Consiglio dei ministri il 31 gennaio 2020.  Le procedure concorsuali che sono state già bandite, ma che non hanno ancora espletato le prove, possono prevedere una fase di valutazione dei titoli (anche riaprendo i termini di partecipazione), nonché, per le procedure relative al reclutamento di personale non dirigenziale, l’espletamento di una sola prova scritta e di una eventuale prova orale (anche se prevedevano più di una prova preselettiva, una prova scritta e una prova orale, per esempio). Per le procedure concorsuali che verranno bandite dopo la data di entrata in vigore del decreto, invece, le amministrazioni possono prevedere solo una sola prova scritta e, eventualmente, una prova orale.

3) infine prevede l’accentramento presso il Dipartimento della funzione pubblica e la semplificazione delle procedure concorsuali per le assunzioni a tempo determinato di 2.800 unità nelle amministrazioni centrali che rivestono ruoli di coordinamento nazionale della politica di coesione europea e nelle amministrazioni regionali meridionali (Abruzzo,  Basilicata,  Calabria,  Campania,  Molise,  Puglia, Sardegna e Sicilia), previste oramai da qualche anno nei Piani nazionali e regionali di rafforzamento amministrativo. Sono Piani, questi, che hanno il fine di irrobustire la capacità tecnica e amministrativa delle amministrazioni che gestiscono i c.d. fondi strutturali. La procedura di assunzione a tempo determinato prevede una fase di valutazione dei titoli e dell’esperienza professionale e una sola prova scritta, con esclusione della prova orale.

Per il ministro questa procedura concorsuale, che dovrebbe costituire una parte importante del Piano per il Sud del governo «è la prima sperimentazione di selezioni fast track (capito?! Fast track!!) nella #Pa, con un cronoprogramma serrato: 100gg da pubblicazione del bando ad assunzione» (corsivo mio, ci mancherebbe).

Vi sembra una rivoluzione? In un certo senso sì. Nuove assunzioni saranno sicuramente un toccasana per le strutture amministrative se consideriamo lo stato in cui sono state ridotte dopo anni e anni di politiche economiche di avanzo primario che hanno impoverito di competenze e indebolito gli organici delle amministrazioni pubbliche. Ma è una rivoluzione di quelle veramente tristi, che affrontano problemi marginali in modo semplicistico (la durata delle procedure concorsuali), evitano quelli veri (costruire una procedura di selezione che garantisca la qualità dei funzionari) e ne alimentano altri molto seri (la precarizzazione del lavoro pubblico e la volatilità delle competenze nelle amministrazioni).

Vero è che la durata media dei concorsi pubblici in Italia è di 18-24 mesi e andrebbe certamente ridimensionata, ma è un problema secondario. Il “tempo” delle procedure concorsuali si dovrebbe affrontare e valutare solo dopo avere assicurato una adeguata organizzazione dei fabbisogni (quanti posti in organico si liberano e quanti ne servono) e avere garantito nel tempo la stabilità delle risorse economiche per le assunzioni. La semplificazione delle procedure, fatta di “tagli” a pezzi delle procedure, senza avere prima valutato questi due fattori è una semplificazione semplicistica che rischia di nascondere, da un lato, l’incapacità di organizzarsi per tempo al fine di assumere nuovi funzionari e, dall’altro, la scarsità e l’intermittenza delle risorse dedicate a questo fine, a causa dei tagli lineari ai bilanci delle amministrazioni compiute fino al giorno prima.

La semplificazione delle procedure, inoltre, si dovrebbe fare con una visione complessiva, che quantomeno affronti con forza la criticità più evidente degli attuali concorsi pubblici: la scarsa efficacia nel selezionare funzionari di qualità che posseggano competenze utili alle specifiche amministrazioni, ma soprattutto l’attitudine a diventare funzionari pubblici. Parliamoci chiaro: oggi la gran parte dei concorsi premia le competenze di tipo giuridico e nozionistico, premia la memoria del cavillo normativo, premia la maggiore riuscita nelle prove frutto più della costanza nella partecipazione ai concorsi che della reale competenza. Non premia la visione complessiva delle materie che si studiano, la loro ratio e la loro logica, non premia le competenze di tipo tecnico-scientifico che sono preziosissime nella complessità amministrativa di oggi e non premia la capacità di gestione amministrativa concreta, cioè la capacità di risolvere i casi concreti avendo una visione complessiva delle cose e del ruolo delle amministrazioni nella società.

Un elemento che non emerge assolutamente nel decreto, che – seppur adottato nell’emergenza di fare ripartire in fretta i concorsi pubblici – poteva certamente contenere un minimo di visione complessiva.

Quello che, invece, il decreto conferma è una delle peggiori prassi condotte nelle amministrazioni pubbliche degli ultimi anni: l’assunzione a tempo determinato di personale che servirebbe a tempo indeterminato, soprattutto nelle amministrazioni meridionali dell’Italia.

Stiamo parlando delle 2.800 assunzioni menzionate prima, che non durano più di 36 mesi, che creano aspettative negli interessati e precariato pubblico (che teoricamente sarebbe contrario allo spirito dell’art. 97 della Costituzione); che generano e formano competenze tecniche e amministrative che oggi sarebbero necessarie alle amministrazioni, indebolite e impoverite da anni di politiche di austerità e che poi rischiano sistematicamente di volatilizzarsi alla fine del contratto; che – se la politica economica nazionale non fosse stata predominata dall’ideologia neoliberale delle risorse scarse, per cui ieri bisognava fare avanzo primario a partire dagli organici delle amministrazioni pubbliche e oggi bisogna assumere con il contagocce ma giusto perché c’è il Piano di Ripresa e Resilienza – dovrebbero essere tutte a tempo indeterminato.

Questa, dunque, non è la rivoluzione dei concorsi pubblici. Sarebbe stata una rivoluzione se si fosse cominciato a valorizzare la qualità e non solo la velocità: si potevano fare concorsi fast track, come dice il ministro, valorizzando nelle procedure comparative il possesso di alcuni titoli  – come il dottorato di ricerca in materie di interesse per le amministrazioni, la laurea con in curriculum interdisciplinari che trattano di scienza amministrativa, master e corsi di specializzazione in determinati settori o ambiti di interesse, per fare alcuni esempi. Sarebbero stati criticabili, ma quantomeno accettabili.

L’elemento più critico di questo decreto, però, è la cultura politica di cui è figlio, come molte delle riforme amministrative che stanno emergendo in questi mesi. È diffusissima oramai una avversione viscerale e trasversale per le regole e le procedure amministrative, che nascono (non senza problemi sia chiaro) per garantire trasparenza e imparzialità dell’azione amministrativa. Basta seguire il dibatto pubblico che coinvolge in qualche modo le amministrazioni (ad esempio sul codice dei contratti pubblici e sulla sua riforma) per comprendere questa avversione. Emblematico in questo senso l’ex ministro Vincenzo Visco che in un suo recente articolo sul Sole 24 ore in modo molto franco afferma che il culto delle procedure amministrative, del diritto amministrativo è la causa principale della lentezza e delle inefficienze delle amministrazioni, in particolare nell’assunzione del personale. Ovviamente senza minimamente menzionare il ruolo che le politiche di rientro del debito pubblico (senza farlo mai rientrare) hanno avuto negli ultimi anni e di cui la cultura politica dell’ex ministro si è fatta in molti casi portavoce. Avanzi primari che hanno colpito principalmente le amministrazioni pubbliche a tutti i livelli, in particolare a livello territoriale, che – in modo non certo esclusivo ma prevalente – hanno impedito qualsiasi propensione a programmare e a pianificare per tempo le politiche di reclutamento.

Secondo le Previsioni dei fabbisogni occupazionali e professionali in Italia a medio termine (2021-2025) di Unioncamere e ANPAL l’amministrazione pubblica avrà bisogno di 740mila nuovi funzionari, di cui 690mila solo per il naturale turnover dei dipendenti. Di una rivoluzione dei concorsi pubblici, dunque, ci sarebbe bisogno, ma per adesso non se ne vede l’ombra.

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