La rotta dell’interesse nazionale


14 Apr , 2021|
| 2021 | Visioni

Negli ultimi tempi si sente tornare a parlare di interesse nazionale. Si è risvegliata una propensione trasversale – fino a coinvolgere ambienti insospettabili – per la politica dello Stato nazione. Massimo Giannini, direttore della Stampa, ha dedicato un editoriale a salutare il risveglio della politica estera italiana con Mario Draghi, che difenderebbe meglio di Conte i nostri interessi in Libia. Lo stesso Mario Draghi non ha destato lo scalpore che avrebbe potuto suscitare qualcun altro, quando nel suo discorso ha detto: se l’Europa non funziona meglio fare da soli. Nel dibattito pubblico televisivo c’è una certa crescita di interesse per Lucio Caracciolo e la sua rivista, e la parola geopolitica ha preso a imperversare (se ne conta statisticamente quasi lo stesso uso di “resilienza”). Il termine viene pompato dagli stessi esperti della materia e viene – non casualmente – a sostituire spesso acriticamente quello di politica.

La scarsità dei vaccini ha reso manifesta la debolezza dell’Unione Europea, aprendo a molti gli occhi sul fatto che lo Stato è il centro della politica. È un concetto che forse persino il ceto dirigente italiano ora accoglie. Il tramonto degli Stati non c’è mai stato; il potere rimane saldamente nelle loro mani se questi vogliono usarlo. Infine, per portare un altro esempio, c’è nell’ambiente nostro un certo ritrovato interesse (giustificatissimo) per una figura come quella di Enrico Mattei, riletta alla luce del concetto di interesse nazionale. Ora, siccome il profetico Marx ci ha insegnato a fare sempre le pulci all’ideologia, si dovrà indagare un po’ su questo concetto. Il pericolo, altrimenti, è che lo si assuma e lo si interpreti in maniera deterministica, solo esclusivamente all’insegna della geopolitica, che altro non è se non l’espansione della potenza dello Stato oltre i suoi confini.

È noto che il sistema di relazioni internazionali è retto dal concetto di potenza, ma svuotare di contenuto tale categoria – e persino prenderla come un fine in se stessa – può portare a disastri. Il realismo ci impone di considerarla ma sarebbe bene non portarla oltre il livello analitico, soprattutto sarebbe meglio non lasciare che fagociti tutta la politica. Questo succede quando la politica – o se si vuole il potere – non ha più scopo e ne assume uno col solo obiettivo di accrescere se stessa. Così l’interesse nazionale diventa una specie di automatismo da cui nessuno può sottrarsi. Tutt’altro che automatico, invece, esso dipende da chi lo declina e in quale direzione, nonché come lo porta avanti. Esso non è scindibile cioè dalla classe che lo interpreta.

È un problema questo non preso in considerazione più di tanto, perché un realismo esasperato della scienza politica assume le motivazioni degli attori non essere rilevanti. Solo la forma che i fenomeni assumono lo sarebbe. Nella vita degli uomini e delle donne invece le motivazioni sono la base e la politica se ne nutre. Che senso avrebbe mangiare solo per nutrirsi e mantenere in vita il corpo? La disumanizzazione delle scienze sociali in nome di una presunta scientificità ha portato la politica – e le nostre vite – a svuotarsi di scopo, dimenticando che una disciplina che si occupa della società non la descrive soltanto ma la ordina, pure se non intenderebbe farlo.

Venendo allora al punto, come dovrebbe la sinistra – che sia marxista o cattolico-sociale – postularsi il problema dell’interesse nazionale? Essendo una risposta sistematica al di là delle mie forze, mi limiterò a fare alcuni esempi. Il salvataggio di Silvia Romano, su cui Massimo Giannini ha il fegato di celiare, è stato – come alcuni hanno detto – una dimostrazione di prestigio dell’Italia, una prova di cooperazione con la Turchia ecc. Ma come ignorare il fatto in sé della liberazione di una giovane donna dalla prigionia? È un’eresia affermare che questo dovrebbe essere l’unico fine di un’operazione siffatta, e poi ciò che venisse in più ben venga?

Si potrebbe fare lo stesso ragionamento per Giulio Regeni o per Patrick Zaki; qui non ci sarebbe ambiguità sulle motivazioni perché esse divergono a seconda di ciò che si assume come interesse nazionale. Secondo Leonardo e organi di stampa come Formiche (a esso vicini) non bisogna mettere in crisi le vendite di fregate e elicotteri solo per un povero cristo finito torturato e ammazzato da un Governo “amico”. Ma dove sta scritto che l’Egitto debba essere a tutti i costi un “amico” e l’unico acquirente possibile? Il fatto poi che Zaki non sia italiano a mio avviso non ha alcuna importanza perché era nostro ospite. Se poi si volesse per forza fare un discorso improntato al soft power, è una vicenda che mette in crisi la nostra capacità di attrarre studenti e ricercatori stranieri.

Eviterò qui, per non suonare troppo “buonista”, di commentare gli apprezzamenti di Draghi sulla gestione libica dei flussi migratori. Rilevo soltanto che qui non sembrano esserci divergenze in seno alla classe dirigente di qualunque provenienza partitica; quindi è necessario che la posizione di chi si pone al di fuori dell’ideologia dell’élite sia critica.

Porterò al contrario un altro esempio sarcasticamente denigrato da Giannini nel suo editoriale: la liberazione dei pescatori di Mazara del Vallo, prigionieri di Haftar. Qui le ragioni “umanitarie” e quelle economiche possono tranquillamente convergere, dato che la radice dell’incidente risiede almeno in parte nel fatto che l’Italia non ha mai istituito la sua Zona Economica Esclusiva. È vero che la Convenzione di Montego Bay non dice esplicitamente se vada istituita, ma la prassi degli Stati va in questa direzione. L’Italia ha istituito la Zona di Protezione Ecologica ma non la ZEE, mentre gli altri Stati limitrofi e frontisti nel Mediterraneo si sono tranquillamente “allargati”. Addirittura ha stipulato un trattato con la Francia, mai ratificato, che gli cederebbe lo sfruttamento del mare a Nord della Sardegna.

Va da sé che difendere il territorio vuol dire difendere la propria economia e quindi la vita dei cittadini. Lo abbiamo visto con i vaccini, dove aver perso il controllo di aziende strategiche ha fatto male non solo all’economia ma alla salute delle persone. La libertà di un popolo, la salute e il lavoro non si difendono da soli. Il potere è purtroppo necessario nella società umana e per ora è organizzato in Stato. Fare finta allora che non esista un interesse nazionale è sbagliato, ma come interpretarlo è ancora più importante.

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