La SuperLega e il capitalismo digitale


19 Apr , 2021|
| 2021 | Sport | Visioni

Le sorti del calcio e del sistema capitalista sono sempre state inestricabilmente intrecciate.

In Italia, ad esempio, tutte le maggiori società di calcio sono sempre state legate a doppio filo alla più alta imprenditoria del paese.

La Juventus diventa di proprietà della famiglia Agnelli, tra le più potenti famiglie capitalistiche italiane, già nel 1923.

Il Milan, invece, cambia più volte proprietà nel corso della sua storia, restando però sempre saldamente nelle mani di figure di spicco del capitalismo italiano, come Piero Pirelli, fondatore dell’omonima società, oppure l’editore Angelo Rizzoli, che affiderà a lungo la presidenza al figlio Andrea, fino ad arrivare al Felice Riva dei cotonifici Vallesusa, alla famiglia Carraro e infine a Silvio Berlusconi.

Il discorso non cambia naturalmente per l’Inter, che resta a lungo di proprietà della famiglia Moratti, i principali petrolieri italiani, sin dagli anni ’50, prima sotto la presidenza di Angelo Moratti e poi sotto quella del figlio Massimo.

Tutto ciò, nel corso del ‘900, non è stato valido soltanto per l’Italia, ma per molti paesi europei con le loro relative società di calcio. Guardiamo per esempio ai maggiori club inglesi.

In Inghilterra, il Manchester United, pur fondato da un gruppo di lavoratori del settore ferroviario, a causa dei debiti dev’essere presto rilevato da John Henry Davies, un grosso imprenditore della ristorazione, al quale seguiranno prima James William Gibson, imprenditore del settore tessile, e poi Louis Charles Edwards, imprenditore nel settore della lavorazione della carne, prima azionista e poi nuovo proprietario del club dopo la morte di Gibson.

Il Liverpool invece per più di mezzo secolo, fino agli anni ‘2000, viene controllato dalla famiglia Moores, resa tra le più ricche del Regno Unito dall’attività imprenditoriale di John Moores, attivo nel settore delle scommesse con la Littlewoods, una delle più grosse aziende europee del settore fino agli inizi degli anni ’90.

John Moores, come se non bastasse, per più di dieci anni sarà anche presidente dell’Everton, l’altra società di calcio di Liverpool.

Abbiamo poi l’Arsenal che, similmente al Liverpool, viene controllato per molto tempo dalla famiglia Hill-Wood, prima con Samuel, imprenditore tessile sin dalla fine del XIX secolo, poi dal figlio Denis e dal nipote Peter, banchiere e vicepresidente dell’Hambros bank.

Ma cambiamo paese e andiamo in Spagna. Qui la situazione rispetto agli altri paesi europei è leggermente diversa.

In Spagna le società sportive sono state a lungo organizzate nella forma di associazioni senza scopo di lucro; il che consentiva, almeno nominalmente, di dar vita ad una forma di proprietà diffusa tra gli azionisti, tra cui potevano risultare gli stessi tifosi.

Questo però non ha mai impedito alla lunga mano del capitalismo spagnolo di entrare nel settore.

Non a caso le fortune del Real Madrid, il maggior club spagnolo nonché il più importante club calcistico del mondo, arrivano quando negli anni ’40 Santiago Bernabéu riesce a dare la scalata alla presidenza del club.

Siamo esattamente all’indomani del periodo della guerra civile che insanguinò il paese e vide vincitrici le forze del generale Francisco Franco, tra cui militò lo stesso Bernabéu nel corso del conflitto civile.

Una vecchia storia vorrebbe addirittura lo stesso Franco impegnato nel garantire l’acquisto di Alfredo Di Stefano, uno dei più forti calciatori dell’epoca, da parte del Real Madrid, scippando il giocatore dalle grinfie del Barcellona.

Bernabéu viene sostituito nel ’78 da un suo uomo, Luis De Carlos, al quale seguiranno prima l’affarista Mendoza, poi due grossi imprenditori spagnoli come Lorenzo Sanz e Florentino Perez, con quest’ultimo oramai da più di vent’anni alla guida del club.

Il Real così resta a lungo il più importante club spagnolo. Il Barcellona, infatti, inizia ad emergere come seconda forza soltanto a partire dalla fine degli anni ’70, quando diventa presidente Josep Lluís Núñez, proprietario del Grupo Núñez y Navarro, colosso edile ed immobiliare. 

Infine la Germania. Il calcio tedesco è rimasto a lungo nell’anonimato, almeno fino agli anni ’60, quando sul finire del decennio inizia ad emergere, a livello prima nazionale e poi continentale, un nuovo club: il Bayern Monaco.

Il Bayern viene infatti rilevato da Wilhelm Neudecker, grosso imprenditore edile tedesco, che porta il club bavarese alla ribalta europea in pochissimi anni, vincendo addirittura tre Coppe dei Campioni di fila, nel triennio ’73-’76.

Il calcio dunque è sempre prosperato assieme al capitalismo, ma di che tipo di capitalismo parliamo?

Un capitalismo che potremmo definire territoriale, cioè un capitalismo legato principalmente al settore secondario, al cosiddetto manifatturiero, lo stesso capitalismo che in effetti era venuto fuori dall’Ottocento in seguito alla Seconda rivoluzione industriale.

Le cose, però, a partire dalla fine del ‘900, cambiano: a distanza di un secolo dalla Rivoluzione industriale ottocentesca, il capitalismo va incontro ad una nuova rivoluzione che porta alla nascita di quello che verrà chiamato capitalismo digitale.

Con questa definizione indichiamo un capitalismo per definizione privo di un territorio, cioè globale, liquido, reticolare, basato sul settore informatico e sulle reti di trasmissione dei dati.

Parliamo del capitalismo dei social network, delle telecomunicazioni o dei servizi digitali.

Il calcio naturalmente non poteva non essere toccato da una rivoluzione simile.

Il primo esponente di questo capitalismo lo troviamo proprio in Italia nella figura di Silvio Berlusconi, proprietario di reti televisive private su scala nazionale.

Non è un caso che le maggiori fortune sportive del Milan siano arrivate proprio in seguito alla sfrenata e opaca ascesa imprenditoriale di Berlusconi.

Il calcio, tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90, approda dunque sul mezzo televisivo, in Italia e in tutto il resto del mondo, andando incontro ad una trasformazione radicale, divenendo business più di quanto non lo fosse già prima.

Da questo punto di vista, anche le proprietà dei vari club vengono stravolte.

Le proprietà milanesi dei Berlusconi e dei Moratti, ad esempio, non riescono più a sostenere le spese necessarie del nuovo calcio e si vedono costrette a cedere le loro società, a due gruppi imprenditoriali non casuali: da un lato, nell’Inter, abbiamo infatti la Cina, rappresentata dal gruppo Suning; dall’altro, nel Milan, abbiamo gli USA, rappresentati dal gruppo Elliot, attivo nella finanza speculativa.

Soltanto gli Agnelli riescono a restare ancora proprietari della Juventus, anche in ragione della dimensione globale raggiunte dai loro stessi affari personali: si pensi che Exor, la holding degli Agnelli, fattura 150 e rotti miliardi di euro l’anno.

Inutile dirlo, la rivoluzione travolge anche gli altri club europei ed in particolar modo quelli inglesi.

In Inghilterra, la proprietà degli Edwards viene soppiantata dalla famiglia americana dei Glazer; quella dei Moores di Liverpool da Tom Werner, imprenditore nel settore delle telecomunicazioni; gli Hill-Wood dell’Arsenal vengono affiancati dalla Kroenke Sports & Entertainment, società attiva nel settore sportivo e dell’intrattenimento.

Nel Regno Unito, inoltre, emergono altri due grossi proprietari come Roman Abramovich, magnate russo del settore petrolifero, che nel 2003 rileva la proprietà del Chelsea, e la famiglia Al Nahyan, ossia i sovrani degli Emirati Arabi Uniti, che invece diventano proprietari del Manchester City nel 2008.

I cugini degli Al Nahyan, la famiglia Al-Thani regnante sul Qatar, approda invece in Francia rilevando il Paris Saint-Germain.

In Germania, infine, in pieno spirito nazionalistico, Audi ed Adidas diventano i maggiori azionisti del Bayern Monaco.

A proposito della dimensione economica e finanziaria assunta dal mondo calcistico, sarà sufficiente dare un’occhiata alla Deloitte Football Money League, ossia una classifica dei ricavi dei maggiori club calcistici, tratta da Wikipedia:

La SuperLega e il capitalismo digitale

Come possiamo vedere, i club capaci di superare i duecento milioni di euro di fatturato sono soltanto 22, ma soltanto i primi dieci sono in grado di superare il mezzo milione di euro, ad eccezione della Juventus.

Ma com’è composto il fatturato dei maggiori club europei? Sul piatto della bilancia troviamo principalmente diritti TV (tra il 30 e il 40% del fatturato per i maggiori club) e sponsorizzazioni (tra il 40 e il 50% del fatturato)[1].

Diritti TV e sponsorizzazioni sono esattamente figli di quel capitalismo digitale che ha allargato le maglie dello spettacolo calcistico, sradicandolo dalla propria realtà geografica per offrirlo in pasto ad un mercato più largo, globale.

Non meraviglia dunque l’idea di una Superlega europea, alla quale prenderebbero parte di fatto i maggiori club della Deloitte.

Tale progetto, in questo modo, reciderebbe qualsiasi legame con la vecchia dimensione territoriale dei club, che a loro volta verrebbero proiettati in un’utopia, cioè in un non-luogo nel senso etimologico del termine, dove non conterebbero più in alcun modo i tifosi sugli spalti, ma soltanto i consumatori sui divani di tutto il mondo.

In questo elisio calcistico dominerebbe in maniera radicale e decisiva la logica del profitto, che verrebbe a generare una voragine incolmabile tra i piccoli club nazionali e gli elitari partecipanti della Superlega.

Quanto varrebbe questo progetto in termini di profitto? Se guardiamo ai ricavi dell’ultima stagione di NBA, la lega a cui più da vicino si ispirerebbe questa nuova Superlega, il basket statunitense arrivare a ricavare fino a 8 miliardi di dollari.

Non sarebbe difficile immaginare una prospettiva simile anche per la Superlega europea di calcio; di fatto, secondo le ultime indiscrezioni, direttamente JP Morgan sarebbe disponibile a finanziare il progetto con 5 o 6 miliardi di euro d’investimento.

Come detto, il calcio è sempre stato legato a doppio filo alle dinamiche interne del capitalismo; pertanto, questa nuova evoluzione risponderebbe esattamente alla nuova conformazione digital-capitalistica.

Se però nel vecchio calcio ancora resisteva un certo romanticismo, un certo senso di appartenenza, in questo nuovo orizzonte cosa resisterebbe?

Si dirà che questo nuovo calcio, più ricco, fornirebbe anche uno spettacolo sportivo migliore in termini di qualità, ma la spettacolarizzazione calcistica e gli illimitati guadagni generati per i proprietari dei club varrebbero le energie, emotive ed economiche, dei tifosi? La passione, anche viscerale, del tifo vale il profitto di una combriccola di amici straricchi?


[1] https://www.calcioefinanza.it/2020/05/29/impatto-diritti-tv-bilanci-societa-calcio/ e https://www.calcioefinanza.it/2020/07/20/classifica-ricavi-commerciali-club-calcio/

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