L’opposizione di Navalny


27 Apr , 2021|
|2021|Visioni

   L’opposizione di Navalny a Putin viene letta in maniera impropria dai media italiani: da una parte vengono citati i precedenti nazionalistici dell’oppositore e le sue compromissioni con gruppi di destra; dall’altra, dopo la svolta della nuova presidenza Biden e a seguito dell’atteggiamento, peraltro assai ambiguo, della Germania nei confronti della Russia, l’opposizione di Navalny viene ricondotta alla logica liberale delle democrazie occidentali. Manca del tutto una riflessione sulla natura del nazionalismo a suo tempo professato da Navalny in forme spesso tangenti a quelle di elementi filonazisti – le cosiddette marce russe – ed oggi rimodellato sulla tradizione, al pari del populismo che vi si accompagna.

   La storia politica di Navalny appare del tutto interna a tradizionali culture russe, in particolare alla secolare opposizione tra occidentalisti e slavofili, che, a partire soprattutto dalla metà dell’Ottocento, ha caratterizzato le vicende politiche del paese. Se la linea occidentalista risulta più nota in Italia per essersi incarnata in figure quali Belinskij, Herzen, Černyševskij, già popolari presso i patrioti del Risorgimento,  e certo più comprensibile per il legame con la rivolta decabrista, i cui presupposti guardavano all’esempio costituzionale occidentale[1], la posizione slavofila viene menzionata  assai di rado, benché occupi un ruolo centrale in scrittori come Dostoevskij[2]. Il culto per l’antica Rus’ e la convinzione della singolarità del paese per l’assenza di uno sviluppo capitalista su modello occidentale, considerata, a differenza dei pensatori occidentalisti, non quale causa di arretratezza, ma piuttosto quale garanzia di un futuro non guidato da principi individualisti ed egoistici, di cui l’obšcina o comune agricola è il simbolo; la fede ortodossa come antidoto al laicismo dominante ormai ampi settori dell’intelligentija, costituiscono, pur con sfumature diverse da pensatore a pensatore, il cuore delle posizioni slavofile[3]. Più che all’impero zarista nella sua sterminata estensione, queste posizioni guardavano alla grande Russia, lasciando al di fuori le terre oltre gli Urali, dove infatti, per la presenza delle colonie penali e a seguito della cultura politica dei deportati, prevalsero posizioni occidentaliste[4].

   Il nazionalismo di Navalny si nutre di questa tradizione slavofila, attiva ancora agli inizi del Novecento nell’ambito della prima Duma e sopravvissuta poi presso l’emigrazione[5]. Che poi tale nazionalismo abbia sostenuto in passato una politica antibolscevica è un fatto storico che caratterizza il biennio rivoluzionario 1918-1920, salvo poi riemergere con coloriture opposte nella dura lotta antinazista della grande guerra patriottica. Tuttavia ancora oggi la sostanziale ignoranza delle specifiche origini e caratteristiche del nazionalismo in Russia conduce ad una identificazione spicciativa con posizioni di destra spinta. Va letto in tale chiave il ritiro da parte di Amnesty International del nome di Navalny dalla sua lista dei prigionieri di coscienza. Né mancano coloro che considerano Putin il vero erede del nazionalismo grande russo[6].

   Quanto ad un pensiero politico costituzionale, l’opposizione di Navalny non offre appigli e, superata la fase iniziale alquanto confusa, essa si configura prevalentemente come lotta alla corruzione, in accordo, anche in questo caso, con l’altra tradizione sopra ricordata, quella populista. In stagioni in cui si straparla di populismo nessuno ricorda il ruolo da esso ricoperto in Russia circa la questione della servitù della gleba, né viene menzionata la cosiddetta andata al popolo degli intellettuali, dagli esiti non felici ma di segno democratico almeno fino alla svolta terroristica di fine Ottocento[7]. Sostituire ai contadini asserviti alla terra i civili vessati da un governo corrotto, significa incarnare una forma moderna di populismo il cui spirito minoritario, con punte talvolta missionarie, si ispira al passato al di là dell’uso assai abile degli strumenti tecnologici di indagine o della costruzione mediatica di una nuova immagine dell’oppositore. Infine, ancora sul piano della cultura tradizionale, basti ricordare, tra i numerosi esempi che si potrebbero addurre, la più nota delle commedie russe, Il Revisore di Gogol per capire dove affondino le radici della corruzione e della lotta contro di essa.

   Sarebbe dunque opportuno guardare alla opposizione di Navalny come ad un frutto interamente russo, come interamente russo ne è l’attuale destino: una non meglio identificata colonia penale.


[1] Il pensiero democratico russo del XIX secolo, scritti di Belinskij, Herzen, Černyševski, Dobroljubov, a cura di Giuseppe Berti e Maria Bianca Gallinaro, Firenze, Sansoni, 1950.

[2] Fëdor Dostoevskij, I demoni, in Romanzi e taccuini, a cura di Ettore Lo Gatto, III, Firenze, Sansoni, 1958.

[3] Andrzej Walicki, Una utopia conservatrice. Storia degli slavofili, a cura e con prefazione di Vittorio Strada, Torino, Einaudi, 1973.

[4] Siberia, Rivelazione di Giorgio Kennan, traduzione dall’inglese di Sofia Fortini Santarelli, S. Lapi, Città di Castello, 1891, voll. 2.

[5] Orlando Figes, La tragedia di un popolo. La rivoluzione russa 1891-1924, Milano, Mondadori, 2016;  Dal profondo. 1918: la rivoluzione vista dalla Russia, Milano, Jaca Book, 20172.

[6] Michel Eltchaninoff, Navalny a compris que la lutte contre la corruption est un angle d’attaque plus efficace que le nationalisme, “Le Monde”, 22 febbraio 2021.

[7] Franco Venturi, Il populismo russo, Torino, Einaudi, 19722, 4 voll.

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