Il ritorno del Leviatano?


29 Apr , 2021|
|2021|Visioni

In piena seconda ondata di Covid-19 cosa possiamo capire di come sarà il nostro futuro? Lo scenario è molto mobile, alcune provvisorie conclusioni possono essere tirate. In questa serie di articoli l’autore cerca di gettare uno sguardo sulle dinamiche economiche che sono già fra noi per cercare di capire le sfide future. Dopo aver indagato sui fattori di continuità in un articolo precedente, vediamo adesso cosa comporti il rinnovato ruolo dello Stato. Cercando le basi per una comprensione della congiuntura attuale, con poche certezze, salvo una: allacciamo le cinture, sarà una fase movimentata.

Il confinamento o lockdown è una delle questioni più scottanti e dirimenti nel panorama della crisi Covid.

Essa si inscrive non solo nella dialettica fra protezione e libertà, ma impatta significativamente sul piano dell’economia; si pensi alle proteste di piazza di varie categorie penalizzate (ristorazione, palestre, e simili).

Questo apre due possibili piste di riflessione: il disagio che le misure di confinamento acutizzano per una parte della società da una parte e il nuovo (o supposto tale) ruolo dello Stato come indiscusso fulcro della vita economica dall’altra.

L’una questione si lega all’altra e tenerle assieme è necessario per capire in che direzione le nostre democrazie stanno andando.

Piove sul bagnato : crisi COVID dopo anni di austerità

In decine di paesi si sono registrate proteste e mobilitazioni contro le misure restrittive, tanto nel 2020 quanto nel 2021. È ragionevole supporre che oltre a posizioni di carattere cospirativo o ideologico esse imbarchino un disagio sociale effettivo; è plausibile anzi che siano solo il sintomo più vistoso di una vera a proprio bomba sociale.

Ma per iniziare una riflessione occorre considerare quanto il tessuto della società si sia indebolito nei dieci anni che ci stanno alle spalle.

L’economia mondiale sta subendo per la seconda volta nel giro di 12 anni una crisi di portata storica, definita « sistemica » per la sua ampiezza e per i suoi aspetti più essenziali e caratterizzanti.

Le tre dinamiche principali che abbiamo esaminato – la scarsa crescita, le risposte di deglobalizzazione e l’espansione monetaria –  si sono trasmesse, amplificate, dalla decade 2009-19 alla crisi attuale quali conseguenze di una scelta, quella delle classi dirigenti mondiali di non affrontare nessuna questione strutturale di rilievo: né sul piano finanziario, né su quello dell’economia materiale (posto che tale distinzione sia possibile), né su quello sociale – ignorando peraltro coloro che avevano messo in guardia dai rischi di un liberismo che prima o poi sarebbe andato a sbattere.

Nell’ambito delle prime due sfere sarebbe stato indispensabile operare mutamenti profondi che rendessero il sistema economico meno ostaggio di pratiche rischiose e destabilizzanti: e cioè del profitto finanziario come motore centrale dell’intera economia, tanto dispensatore di profitti ingenti (per pochi privilegiati) quanto di pericoli (per tutti, soprattutto chi non ci ha mai guadagnato nulla).

Se invece vediamo alcuni indicatori-chiave, diventati tristemente noti all’indomani del biennio 2007-09, constatiamo una situazione preoccupante per il debito privato delle famiglie, il debito studentesco, il «sistema bancario ombra». E sono alcune delle istituzioni più mainstream a confermarlo.

ALLARME BIS E OECDLa BIS (Banca dei Regolamenti Internazionali) è istituzione di prestigio del massimo grado in campo di temi finanziari e monetari; il suo capo-economista del Dipartimento Monetario ed Economico, Claudio Borio, presentando il 1 dicembre 2017 una serie di articoli in merito alla stabilità finanziaria afferma che la congiuntura favorevole ha spinto ad una maggiore propensione al rischio finanziario, in specie “l’indice del comparto high-yield statunitense [quello di titoli più rischiosi e redditizi!] si è avvicinato a livelli mai visti dal periodo precedente [le crisi del 1998 e del 2007]”.Il rapporto OECD del 2017 sebbene asserisca che “l’economia globale sta adesso crescendo al maggior ritmo dal 2010” aggiunge che “il miglioramento nel breve termine è apprezzabile, ma rimane modesto confrontandolo con le passate fasi di ripresa… le prospettive per proseguire la crescita globale nel 2019 e assicurare le basi per una crescita più resiliente ed inclusiva… non sembrano in vista”[enfasi nostra], inoltre “i rischi finanziari sono in aumento nelle economie avanzate, con un prolungato periodo di bassi tassi che incoraggiano una maggiore assunzione di rischi e un aumento del valore di asset, incluso il mercato immobiliare”. 

Il massimo impegno dei decisori politici è stato quello di salvare le banche con cifre incredibili – soldi dei cittadini, naturalmente – confermando le oligarchie finanziarie nel loro ruolo dominante. La figura seguente, tratta dallo studio di Ortiz-Cummins 2019, indica il confronto fra le somme usate durante la Grande Recessione 2007-10 a favore di banche e istituti finanziari (la parte inferiore di colore viola; la didascalia indica : « Supporto al settore finanziario nei paesi del G20: 9,6 trilioni $ ». Cioè 9600 miliardi di dollari) rispetto allo stimolo economico e agli esigui fondi a favore dello sviluppo di paesi meno abbienti. E si tratta di una stima conservativa: alcuni calcoli considerano che i salvataggi hanno richiesto molto di più. E nonostante questo la proporzione è impressionante.
Il ritorno del Leviatano?

Sul versante sociale che è successo ? Si è stabilita una vera e propria ortodossia delle politiche mondiali che qualcuno ha denominato « the new normal », la nuova normalità : l’austerità

Mentre i privilegiati godevano delle amorevoli attenzioni delle classi dirigenti, il resto della società, già duramente colpito dalla recessione, si vedeva riversare ondate di tagli di bilancio sostanziosi alle pensioni, alla sanità, ai salari, alla protezione sociale, privatizzazioni diffuse

Una ricerca dell’ILO indicava che nel 2013 già l’80% dell’umanità abitava in paesi che avevano subito tale « cura ». Nel 2015 si saliva al 90%.

L’immagine seguente indica il numero di paesi che hanno fatto tagli di bilancio nel corso del singolo anno.

Il ritorno del Leviatano?

Gli anni successivi al 2018 (la ricerca è del 2019) sono proiezioni del trend futuro basati sulla valutazioni del Fondo monetario internazionale nelle sue periodiche pubblicazioni.

La figura seguente indica invece le tipologie delle misure di austerità (riforme pensioni, taglio salari, flessibilità lavorativa, ecc.) implementante da gennaio 2018 ad agosto 2019, dai paesi più ricchi (colore chiaro) e in via di sviluppo (colore scuro).

Il ritorno del Leviatano?

Evidentemente Monti non era un caso isolato.

La memoria di tale governo « tecnico » resterà sempre legata ai tagli e alla distruzione della domanda interna, come il professore-presidente affermò. Ma si deve anche pensare alla riforma della legislazione sul lavoro.

In molti paesi – si pensi alla quasi contemporanea riforma in Spagna del governo Rajoy – si è avuto nel corso dei dieci anni che separano le due crisi un indebolimento delle tutele sul lavoro, tanto da vedere la componente di contratti temporanei/precari aumentata (Database AMECO. Naturalmente il dato va contestualizzato: una percentuale di precari intorno all’11-13% può sembrare non troppo grave; ma si dovrebbero contare tutte le tipologie di lavoratori che pur non rientrando nei dipendenti subordinate lo sono in realtà, mascherati da autonomi o partite IVA. E poi andrebbe tenuto conto che le riforme successive, in specie il Jobs Act di Renzi ha indebolito le tutele anche per i non-precari. Ma il punto centrale è la dinamica: poco o tanto che sia il dato di partenza, una progressione di maggior precarietà è sintomo di una crescente peggioramento generale del mondo del lavoro):

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In Italia tale componente è cresciuta dagli anni Novanta in maniera particolarmente grave, con una crescita ancora più celere proprio nel periodo post-2007 :

Il ritorno del Leviatano?

Maggiore precarietà significa minori redditi, maggiore insicurezza sociale ed esistenziale ed il drammatico risvolto si può inseguire nel labirinto delle statistiche ufficiali. 

Per citare un solo dato all’arrivo dei “tecnici” a Palazzo Chigi nel 2011 l’ISTAT registrava 3,4 milioni di poveri assoluti nel paese; nel 2013 dopo le amorevoli attenzioni della “cura Monti” erano più di 6 milioni.

Insomma anziché trasformare le strutture profondo dell’economia e irrobustire la società rafforzandone i diritti si è fatto il contrario: si sono conservate le prime, scaricando i costi sui cittadini. Difficile immaginare uno sbocco più vergognoso, che ha lasciato il segno nella decade successiva.

Il punto centrale è che una società più precarizzata, diseguale e povera è molto fragile agli shock economici: i precari vengono lasciati a casa più in fretta, chi ha pochi soldi blocca immediatamente ogni spesa non necessaria con una torsione pro-ciclica sul piano macroeconomico. Quindi al di là della ingiustizia straziante, si tratta di una forte vulnerabilità rispetto a una possibile crisi ulteriore, che si è puntualmente presentata.

Ed infatti secondo le stime ISTAT preliminari diffuse il 4 marzo scorso, nel 2020 le persone in condizione di povertà assoluta sono aumentate di un milione rispetto all’anno precedente (dal 7,7% al 9,4% della popolazione). E non è una stima particolarmente pessimista, visto che Unimpresa valuta gli italiani a rischio povertà nel novero di 10,4 milioni: 1,2 più rispetto al 2015.

Non si tratta di un caso isolato, com’è possibile immaginare: la Banca Mondiale ha rivisto a gennaio scorso le statistiche sull’aumento di poveri assoluti nel 2020 al rialzo: da +88-115 milioni aggiuntivi a +119-24. Si tratta di un salto verso il basso catastrofico, e assolutamente inedito dalla creazione di queste statistiche.

Mentre ministeri e uffici studi fornivano cifre sempre più preoccupanti sul crollo del pil e sulla scomparsa di imprese in ogni genere di settore, era evidente che un nuova stagione di austerità sarebbe stata dura da far digerire. La strategia doveva essere diversa.

Arrivo della tempesta: previsioni primaverili fosche
Già in primavera, con le previsioni OIL di marzo di 25 milioni di disoccupati in più a livello globale, si susseguivano stime negative : ad inizio aprile il governo francese prevedeva un -6%pil francese ed un deficit di -7,6%, con possibile debito pubblico al 112%, confermate a fine mese da INSEE con -5,8% pil nel primo trimestre ; la Germania, il cui governo prevedeva una caduta annua del -6% pil,  entrava alla fine del secondo trimestre in recessione tecnica (4° trimestre 2019 – 0,1% pil, 1° trimestre 2020 – 2,2%).A maggio 2020 le previsioni della Commissione Ue stimavano  -7,4% pil UE e -9,5% Italia (6 maggio), subito seguita dalla BoE che valutava -14% pil annuale per il Regno Unito.

Stati in prima linea

Per decenni analisti di ogni risma avevano predicato la fine dello Stato-nazione. Tanto per il suo ruolo – i processi di globalizzazione lo avrebbero reso obsoleto – che per la sua legittimità, schiacciato fra il rifiorire di localismi in basso e la proliferazione di organizzazione internazionali – latamente correlate all’emergere di una coscienza mondiale o umana che avrebbe trovato nelle nuove burocrazie mondiali la loro trascrizione giuridica.

Va notato che ciò accomunava tanto progressisti quanto conservatori/liberisti. Per questi ultimi le dinamiche storiche incaricate di mettere a dormire tale anticaglia erano il mercato, le aziende globali e le istituzioni sovranazionali (quando inducevano a dinamiche capitalistiche: FMI, OECD, BM, e simili); per i primi sarebbe stato il diritto internazionale di carattere umanitario e le agenzie che lo sostengono (UNICEF, ONU, ecc.), con l’internazionalismo dei movimenti o del proletariato (nella sua declinazione più retrò) come parente povero.

Il 2020 si è incaricato di spazzare via con un colpo netto tali teorizzazioni: i vecchi Stati hanno bloccato le economie con le misure di confinamento e distanziamento sociale e in vista delle terrificanti conseguenze hanno messo in campo delle politiche di intervento pubblico di ampiezza ed importanza inedita. 

La banca UBS già a marzo 2020 calcolava che i provvedimenti di stimolo all’economia annunciati a livello globale eccedevano il 2% del pil mondiale, quindi più delle cifre stanziate nel 2009, a ridosso della crisis del 2007/08. A poche settimane dallo scoppio della pandemia.

Ai primi di marzo le borse precipitavano: non solo quelle europee e Wall Street ma anche in  Cina  (Shanghai, l’SZSE Component, il China A50 e il DJ Shanghai), Giappone (Nikkei) Corea del Sud (Kospi) Australia, Nuova Zelanda…

I poteri dominanti in breve ripiegavano sugli Stati, buttando alle ortiche – con una spregiudicatezza sbalorditiva – la musoneria moralistica della austerità di bilancio e l’arcigna pretesa di tagli della spesa (fortunatamente non applicata universalmente nella maniera ottusa come dalla Ue). Nonostante il crollo verticale del PIL – tetro annuncio di un prelievo fiscale assai più smilzo  – le cifre dei budget pubblici vedevano esporsi di questa portata:
Il ritorno del Leviatano?

Il calcolo, tratto da uno studio francese di area istituzionale, riporta in miliardi (grafico a sinistra) e in percentuali del pil (a destra) i provvedimenti di sostegno all’economia da parte dei sei paesi europei elencati in basso. Concretamente si tratta di sostegno del reddito dei lavoratori e delle famiglie (contributi a random, cassa integrazione, disoccupazione, ecc.), il mantenimento dei flussi di liquidità alle imprese con la concessione di garanzie statali sui prestiti bancari e proroghe di versamenti fiscali e contributivi, come illustra una nota del servizio studi del Senato in merito alle misure messe in campo da Francia, Germania e Spagna nella primavera del 2020.

Esempi di misure nel 2020
– 13 marzo Germania annuncia sostegno finanziario senza limite per le imprese
– 28 marzo: Usa, pacchetto di stimolo fiscale da 2200 mld $ passato al Congresso
– 23 marzo: provvedimenti UK, 80% del salario di chichiude, sgravi fiscali per 30 mld £, 330 mld £ (= 378 mld € ca. ) per garanzie sui prestiti e soppressione imposte
– 7 maggio: in Francia i prestiti per le imprese garantiti dallo Stato sono già 55,6 mld € su 84 mld € di richieste
– luglio: governo dell’Australia annuncia stimolo fiscale di 206 mld dollari (14,6% PIL)

Quanto all’Italia, i vari decreti anticrisi hanno generato un flusso di 128 mld € nel corso del 2020, pari 7,8% del pil secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (Rapporto sulla politica di bilancio 2021, tabella 2.4). L’aggiornato database del FMI fa una comparazione per tutti i paesi in % del pil:

Come si può notare – coerentemente con lo studio francese citato sopra – l’impegno dell’Italia è minore rispetto alla media dei paesi avanzati. È invece il più alto al mondo – si noti la colonna più chiara che svetta verso il 40% del pil! – riguardo alle garanzie al credito, che l’allora presidente Conte designò come “potenza di fuoco” in relazione al decreto Liquidità. Si tratta non di un flusso reale, ma di garanzie per i prestiti accesi da aziende presso banche private, che non comporteranno un esborso effettivo se non nel caso in cui il debitore sia insolvente, ideato per stimolare il credito – la “potenza di fuoco” dovrebbe attuarsi come un forte esercito che debba mantenere la stabilità senza sparare un colpo (se le cose vanno bene) – e quindi meno pesante come fattore di indebitamento pubblico.Il ritorno del Leviatano?

Il giusto ruolo dello stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia […] La questione chiave non è se, bensì come lo stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio. La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro. 

Così diceva Mario Draghi nel suo famoso editoriale sul Financial Times di aprile 2020.

Ritorno all’ordine?

Il “ritorno dello Stato” può apparire qualcosa di scontato, se non una formula giornalistica priva di spessore. L’importanza delle politiche nazionali per l’economia e il benessere dei cittadini sono abbastanza evidenti ma di fatto nel trentennio precedente si è affermato che determinate dinamiche globali (o regionali, in ogni caso denazionalizzate) quali le global value chains (catene del valore: grandi filiere), le economie export-led e la pervasiva presenza di flussi di capitali avessero inficiato l’importanza della sovranità nazionale in modo irreversibile. 

Naturalmente sotto tale assunto c’è del vero (una azienda con grande possibilità di delocalizzare ha un potere di ricatto più forte di una più piccola e locale), ma per varie ragioni tali fenomeni sono stati amplificati ed esagerati, ignorando soprattutto che essi non scaturiscono da processi spontanei, anonimi e non-intenzionali ma da complesse operazioni di coordinamento degli stesso governi nazionali e che essi possono reciderli, se sono disposti ad affrontarne i costi politici, ma perché farlo se i grandi capitali ci si trovano così bene?

Nei due momenti di crisi del 2007-09 e 2020-21 si è verificata una torsione strategica simile: dopo aver predicato per anni che i meccanismi autoreferenziali del mercato e della globalizzazione non consentivano più alle autorità pubbliche di avere un ruolo incisivo di direzione economica, nel momento del bisogno i poteri dominanti si sono precipitati a rinverdire il ruolo proattivo dello Stato. Che assume una importanza “a fisarmonica”: quando equilibri stanno per saltare torna in auge come possente Leviatano, ora salvando le banche (con una robustissima pedata ai bisogni sociali), ora imponendo le misure di confinamento e innaffiando di soldi imprese e cittadini. A fine emergenza viene degradato a semplice amministratore deferente del business as usual.

Nel 2020 le circostanze hanno richiesto che gli Stati paralizzassero gran parte delle loro economie e poi agissero in gran fretta, viste le potenziali conseguenze nocive per le stesse classi dominanti, in barba ai sacri principi di concorrenza e del libero mercato, per evitare un collasso generalizzato.

Secondo questa linea interpretativa si è trattato di una diversione strategica dettata dalla necessità – e non da una qualche misteriosa volontà di “ammazzare l’economia” – che ancora non è esaurita. Le acque non si sono ancora richiuse.

Probabilmente le classi dirigenti mondiali si aspettavano un ritorno alla normalità più rapido nel 2021. 

Sta di fatto che il prolungamento di questa atmosfera da “liberi tutti” con l’evidente accantonamento dei dogmi del debito e del deficit può suggerire interrogativi imbarazzanti: se lo Stato può intervenire in condizioni di eccezionalità perché non potrebbe farlo combattendo la disoccupazione e facendo redistribuzione della ricchezza?

Dietro la sovranità statale spunta la sovranità popolare, cioè una possibile rifioritura democratica. Per evitarlo i poteri dominanti debbono mettere sotto stretta tutela tecnocratica il nuovo statalismo in atto, per evitare che nemmeno sorga l’idea di dirigere il suo potere per un orientamento favorevole alle classi popolari e lavoratrici nel lungo periodo. C’è bisogno di aggiungere quanto la nomina di Draghi ponga un suggello all’operazione?

Il mondo che viene dal covid porta con sé un collasso dei vecchi dogmi liberisti che sarà difficile ricucire e al tempo stesso richiede ancora un’attivazione di politiche pubbliche che non potrà tornare sotto ibernazione finché non si arriverà ad una reale normalizzazione. 

Solo il tempo potrà dirci se sarà decisivo il tentativo di “ritorno all’ordine” o lo saranno le tendenze neostataliste che esso è chiamato a disciplinare ed inabissare al momento opportuno.

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