La Metamorfosi. Un libro di “storia antica” sul suicidio del Pci


2 Mag , 2021|
|2021|Recensioni|Terza Pagina

La crisi della politica italiana nella cosiddetta Seconda Repubblica non si misura solo dalla qualità non proprio eccellente delle classi dirigenti forgiatesi nel confronto elettorale maggioritario: è sempre abbastanza comodo e un po’ qualunquista prendersela coi politici. Per onestà intellettuale andrebbe anche valutata l’evoluzione dei saperi che si occupano della comprensione del ‘Politico’, indagando se la drammatica crisi di cultura politica oggi riscontrabile tra movimenti e partiti non abbia più che un legame con il fatto che risultano ormai egemoniche le analisi di comunicatori vari, esperti di sondaggi, politologi del marketing. Sono quasi scomparsi dal dibattito sull’agenda politica quotidiana quei ceti intellettuali che furono invece centrali quando esisteva un sistema dei partiti strutturato, cioè gli storici, i giuristi, e i filosofi.

Tale premessa serve solo a mettere sull’avviso il lettore che scorrendo le pagine, un centinaio circa, dell’agile ma denso libro di Luciano Canfora, “La metamorfosi” (Laterza editore), si troverà piacevolmente immerso in una atmosfera un po’ inconsueta per la pubblicistica politica contemporanea. Il testo, che l’autore con un po’ di ironia considera “un libro di storia antica”, prende spunto dalla ricorrenza del centenario della nascita del Partito comunista, e si propone di ripercorrere una vicenda che seppure “appare molto remota, e, alle generazioni nuove, ignota” (p. 5), è considerata cruciale per comprendere lo stato attuale della sinistra italiana. Ecco, Canfora prova a collegare i fili che uniscono le origini, apparentemente perse nel passato, del più grande partito della sinistra italiana alle vicende di quel che sul campo resta di quella tradizione. Ne esce un quadro stimolante, molto più di venti articolesse dei ‘soliti noti’ su Repubblica o Foglio che spiegano come la sinistra non sia diventata (ancora) abbastanza di destra.

A guidare tale cammino c’è un interrogativo radicale che contiene già una presa di posizione. Canfora si chiede proprio in apertura “perché la destra non decampa dai suoi caposaldi e li rivendica mentre la ‘sinistra’ (esitante ormai persino a definirsi tale) non solo ha archiviato tutto il suo ‘bagaglio’ ma è ridotta ad attestarsi – quale nuova ‘Linea del Piave – sul binomio liberismo-europeismo?” (p. 3). Quante volte ci si è chiesti tra soldali ‘ma come si è potuti arrivare da Gramsci a Veltroni?’. Quante ironie sui social per il passaggio da Berlinguer a Renzi! Come è potuto accadere? Per capire come la sinistra si sia trasformata e trasfigurata sino “a farsi alfiere di valori antitetici rispetto a quelli su cui era sorta” (p. 4), cioè quelli liberisti contenuti nei Trattati europei abbracciati senza alcuno spirito critico, serve una prospettiva di lungo periodo.

Il partito politico è una entità storica, e come tale è quindi soggetto a cambiamenti, a una metamorfosi appunto, che può essere tanto più profonda, sino a giungere anche alla trasfigurazione, quanto più il partito medesimo è fondato su un sistema di pensiero coerente e ordinato. A questa legge evolutiva non fa eccezione il destino della sinistra italiana, ispirata direttamente – diversamente, ad esempio, dal partito laburista inglese – dal pensiero socialista marxista. Ma si può fare un ulteriore passo indietro. Canfora riconduce correttamente la genesi dei partiti della sinistra agli svolgimenti della Rivoluzione francese. Anche nella organizzazione del movimento operaio novecentesco è centrale la riproposizione della dicotomia tra un approccio giacobino ed uno più moderato, per così dire. La stessa nascita del Partito comunista d’Italia nel 1921 è una vicenda della dialettica che oppone il modello giacobino-leninista di azione politica a quello gradualista della socialdemocrazia tedesca (a sua volta divisa tra ortodossia marxista e aperto revisionismo). La scissione di Livorno è figlia del ‘diciannovismo’ e della prospettiva, rilevatasi poi illusoria, di una rivoluzione a breve termine anche nei paesi occidentali.

Ebbene questa prima identità del partito di Gramsci e Bordiga è per Canfora subito messa in crisi dagli eventi storici: il fascismo come rivoluzione passiva e lo scenario geopolitico aperto dal secondo conflitto mondiale costringono a fare i conti con una prospettiva del tutto nuova. Così, ecco un cambiamento importante, nel 1944 rinasce il Partito comunista italiano (non più d’Italia) “in forma totalmente diversa rispetto alle origini”. Togliatti è il personaggio chiave, egli impiega tutto il prestigio acquisito in sede internazionale per costruire il ‘partito nuovo’, che per Canfora non è altro che “il rientro nell’alveo faticoso ma necessario del ‘gradualismo’: nella consapevolezza, forse, del non potersi indefinitamente tenere insieme prospettive divergenti” (p. 15). Canfora dedica tutta la parte centrale del libro a sostegno di questa tesi, offrendo una analisi filologica del discorso “Il partito nuovo” tenuto dal Migliore nel settembre 1944, e polemizza così con le correnti storiografiche che hanno contrassegnato con il termine di “doppiezza” la politica del segretario del Pci nel dopoguerra. Se doppiezza c’era, questa era forse in alcuni settori della base (l’area di Secchia) ma non nel vertice che convintamente, ritiene Canfora, ha sostenuto la politica della democrazia parlamentare e delle riforme di struttura, così come si evince anche dall’impegno in sede costituente. L’essenza del ‘partito nuovo’ non era quella meramente ‘frontista’ della conquista della maggioranza parlamentare, anche questa opzione non reggeva più. Per Togliatti il Pci doveva essere il soggetto egemonico di una politica di unità nazionale da portare avanti con gli altri partiti, pensando non tanto al Partito socialista, dato quasi per scontato, ma direttamente alla Democrazia cristiana. Tale opzione strategica non mutò secondo Canfora neppure quando, esaurita la fase dei governi di coalizione nazionale del 1944-1947 per l’avvio della Guerra fredda, il Pci venne escluso dall’area del governo. Nemmeno l’attentato del 1948, la ‘legge truffa’ del 1953 o la svolta a destra della Dc di Tambroni nel 1960, mutarono mai “una scelta irreversibile” forse alimentata dalla “illusione che, prima o poi, sarebbe tornata in vita l’alleanza del 1944-47” (p. 49). La tesi del Togliatti (e del Pci) riformista – nell’ultima fase, il Migliore del Memoriale sarebbe ormai “sull’orlo della socialdemocrazia” (p. 57) – per quanto non inedita potrebbe incontrare l’obiezione che in Italia vi erano già delle forze politiche ben più titolate a rivestire quel ruolo, se non altro perché si denominavano tali. Canfora liquida il tutto con una battuta fulminante che contrappone la serietà e la costanza del Pci alla “bassa cucina saragattiana” e agli “ammiccamenti craxiani all’avventurismo di ‘Lotta continua’ o della parigina scuola ‘Hypérion’” (p. 57).

E dopo Togliatti? Qui il libro si fa più veloce, la fase di Berlinguer avrebbe forse meritato qualche riflessione in più. Si può già intuire come il ‘compromesso storico’ lanciato del 1973 dal fresco segretario del Pci (eletto nel 1972), quasi a preludio della consistente affermazione elettorale del partito tra il 1975 e 1976, si collochi in perfetta continuità con la politica togliattiana del partito nuovo: attenzione alle masse cattoliche e politica di unità nazionale. C’è semmai da chiedersi se per l’interlocutore, cioè la Dc e soprattutto Aldo Moro, il significato dell’operazione fosse il medesimo di quello che le assegnavano i comunisti: c’è da dubitare. Il punto è che quel disegno mai si avverò perché il 16 marzo 1978 entrarono in azione soggetti, nemici della Repubblica antifascista, che Canfora non esita audacemente a chiamare in causa: “All’intervento sinergico Usa-P2 si saldò la nefasta e criminogena ignoranza dei (non molti) Br in buona fede e dei (più numerosi) Br infiltrati e in mala fede” (p. 64). Berlinguer e il Pci rimasero senza una linea politica chiara e riconoscibile, ondeggiando tra alternativa di sinistra e questione morale, provando a mescolare ogni suggestione che suonasse bene al momento. Canfora è tanto preciso quanto impietoso nell’elencare le mode della sinistra affermatesi negli anni ‘80 e ‘90: “la mai chiarita ‘terza via’, un po’ di spontaneismo sessantottesco, apertura all’ambientalismo e vagheggiamento di ‘una diversa qualità della vita’, magari anche qualche pimento ‘ingraiano’ (notoriamente confusionario e incapace di indicare scelte operative chiare)” (p. 67-8). Insomma, un po’ di tutto tranne l’adozione di una solida prospettiva socialista o socialdemocratica.

Il dopo Berlinguer non è oggetto di analisi specifica, i dirigenti che hanno “suicidato” il partito comunista italiano non sono neppure menzionati: forse perché ci si avvicina troppo alla cronaca per un libro che è pur sempre di storia antica? Certo, dice Canfora, è deludente che chi veniva dalla ‘diversità’ berlingueriana non abbia trovato altra via per accreditarsi che affermare la propria ‘normalità’. Così come, nel frattempo, si è perso ogni contatto con la base sociale che un tempo si intendeva rappresentare, dando per scontato che avrebbe seguito supinamente le infinite giravolte del gruppo dirigente.

La sinistra che oggi c’è pare essere ridotta ad una unica ragione esistenziale, l’Europeismo, che l’unico articolo di fede del Pd (p. 76). Una ideologia ispirata dalla centralità neoliberale della finanza che viene spacciata come unico modello sociale, votata alla destrutturazione dello Stato sociale europeo e alla idolatria dei falsi miti della concorrenza e del merito. Niente a che vedere con l’internazionalismo, l’europeismo “nella realtà effettuale è piuttosto l’internazionalismo dei benestanti” (p. 77).

Come è potuto accadere che la metamorfosi del Pci abbia condotto ad un esito simile? Per Canfora la risposta si trova nel tradimento della tradizione socialdemocratica e gradualista, una tradizione a cui occorre guardare come si guarda la Chiesa cattolica, cioè ad un’istituzione che ha subito riforme e rotture: il leninismo è stato un fattore dirompente per il movimento socialista così come il luteranesimo lo fu per il cristianesimo. Credo che sul punto si possa convergere, il Novecento si è incaricato di ricomporre la frattura tra comunismo e riformismo socialista, e non nel senso banale della vittoria del secondo sul primo, quanto piuttosto nel senso di una contaminazione reciproca. Il punto però non più nemmeno questo. In piena egemonia liberale, la questione è che anche la socialdemocrazia non sta poi tanto bene, anzi. Può allora bastare il richiamo alla sua tradizione per invertire la tendenza del dominio della finanza e della ideologia neoliberale?

La stessa vicenda della morte del Pci se può essere compresa con il mancato approdo al socialismo, cioè nel disconoscimento dell’eredità togliattiana, lascia sul campo anche altre problematiche aperte, che chiamano in causa direttamente da dentro l’impianto del partito nuovo che Canfora ha ben ricostruito. Il togliattismo, che ha permeato di fatto quasi tutta la storia del Pci, imperniato sullo schema di gioco Pci-Dc è stato un oggettivo fattore di quell’avvicinamento tra sinistra post-comunista e cattolicesimo democratico che è poi sfociato nel Pd. Credo che oltre al liberalismo ulivista della vocazione maggioritaria, l’altra grande componente del Pd sia stata proprio quella del partito nazionale (Reichlin). Lo stesso marxismo storicista, che è stato la vera filosofia politica gramsciano-togliattiana del Pci, ha modellato un partito molto attento a non farsi spiazzare alle curvature della storia più che a condurre battaglie ideali a viso aperto. Ogni evento doveva essere sussunto dentro la logica dello svolgimento storico, relativizzato, reso completamente immanente, per poter essere così governato dal partito. Ne è sortita una politica burocratica che non ha avuto alcun timore di abbracciare qualsiasi credo che garantisse al gruppo dirigente la piena legittimità e visibilità politica. I militanti avrebbero seguito docilmente nel nome della continuità: ieri per il comunismo oggi per l’europeismo, ieri per l’art. 18 oggi per la flessibilità. Alla base delle giravolte del gruppo dirigente post-Pci c’è stata questa convinzione del tutto storicista: se serve essere liberali o abbracciare la terza via lo si fa senza problemi, così come può essere utile soppiantare il legame con il movimento operaio e ‘mettere su’ un partito amalgama tutto nuovo con dentro di tutto e il suo contrario. L’importante è sempre guidare il processo con la politica. La metamorfosi non ha mai spaventato lo storicismo togliattiano, anzi, ne è un suo inveramento. Questo meccanismo è deflagrato del tutto con il renzismo quando anche il più pallido barlume di identità della sinistra è stato cancellato e poi bandito. Ma era già troppo tardi. A quel punto non si poteva più pretendere di gestire nulla: ed anche il popolo della sinistra ha finito la pazienza e si è dato alle gambe verso altri lidi.

Il libro di Canfora, quindi, sollecita domande e rimette al centro la questione socialista in maniera pragmatica e intelligente, senza dogmatismi e settarismi, e ci invita a cercare congegni da mettere negli ingranaggi della egemonia neoliberale, magari rivalutando anche quegli arnesi vecchi come la lotta di classe che solo la sinistra ha dismesso.

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