In lode della lottizzazione


5 Mag , 2021|
| 2021 | Visioni

Non siamo impazziti, e nemmeno nostalgici della Prima Repubblica. O forse sì, ma non è questo il punto. Il punto è che, in questi giorni, non c’è un giornale o un TG che non abbia sentito la necessità di tirare in ballo un parolone carico di rimandi storici cupi, evocazioni autoritarie o, ben che vada, moralismi bigotti: censura. Il caso è noto, e non torneremo a raccontarlo nei dettagli. Anche perché, almeno a chi lavora nel mondo della cultura (nel cinema, nell’editoria, nella radio, e naturalmente nella TV), quella che è andata in scena tra Fedez e alcuni dirigenti RAI è scena nota e quotidiana: un confronto-conflitto tra un artista (o un regista, o uno sceneggiatore, o uno scrittore) e il suo editore.

Il ruolo dell’editore (o del produttore, o di chiunque non sia l’autore di un prodotto che oggi, nel 99,9% dei casi, è frutto di un lavoro collettivo) – sia detto a beneficio di chi si è lasciato suggestionare da narrazioni epiche ed eroiche – è principalmente quello, sgradevolissimo, di porre dei limiti. Un produttore cinematografico ha il dovere di ricordare al regista che un film non può durare nove ore (a meno che non abbiano concordato un progetto colossale), che inserire una scena di nudo o di violenza comporterà la perdita di una determinata fetta di pubblico, o anche, volendo, che parlare con certi toni o di certi temi alienerà le simpatie di determinati spettatori. Il regista dice la sua, si parla, ci si scontra, si media. Difficilmente un regista prende e se ne va, o grida all’oltraggio. Da (piccolissimo) editore, è capitato anche a me di dover porre dei freni: l’autore di un romanzo aveva scritto pagine che odoravano di guai giudiziari, ci siamo confrontati, abbiamo valutato insieme come salvaguardare il valore di quelle pagine senza snaturarle, e tuttavia evitare di offendere mortalmente (o penalmente) qualcuno. Non ricordo che l’autore si sia messo a sbraitare accusandomi di volerlo silenziare (anzi).

Dovrebbe essere chiaro a chiunque che se così non fosse, se non ci fossero cioè un produttore o un editore a porre limiti, difficilmente distingueremmo uno show televisivo o un libro da uno sproloquio allo Speaker’s Corner di Hyde Park a Londra. Magari ce ne sono di artisticamente pregevoli, ma dubitiamo che anche uno di essi abbia in qualche modo inciso su una realtà che travalicasse le recinzioni del parco (con l’eccezione, forse, di quello di Nanni Moretti in Aprile). L’idea del “dico quello che mi passa per la testa e nessuno può fermarmi” va di moda fino all’adolescenza, poi dovrebbe sfumare assieme alle turbe dell’età più difficile (al massimo, può tornare a dirlo qualche vecchio leone da palcoscenico, che però sa bene di dire una sciocchezza).

E veniamo alla RAI. Perché, si obietterà, la RAI non è un editore come tutti gli altri. La RAI è di tutti. E qui, a mio avviso, viene il punto di maggior rilievo della vicenda (almeno sul piano della comunicazione). Chi decide, in RAI?

Un minuto dopo la diffusione della nota telefonata (a quel che abbiamo appreso, accuratamente asciugata) da parte di Fedez, è partita una musica che va di moda dagli anni Novanta, e che poi è entrata nella hit parade negli anni d’oro del grillismo: via i partiti dalla Rai. Fantastico. Per metterci chi? E giù a straparlare di lottizzazione.

Cinque righe, non di più, di storia di Mamma RAI. Nel sentire comune, il periodo più glorioso del servizio pubblico è quello che va dal 1954 fino agli esordi della TV commerciale. E a ragione: l’unità linguistica del Paese, l’alfabetizzazione di larghe fasce di popolazione che altri mezzi non avevano, la costruzione di un immaginario condiviso. Sappiamo perfettamente che in quei decenni, più che un’azienda lottizzata andava in scena una TV monocolore. Eppure, nessuno mette in dubbio le qualità professionali di dirigenti, autori, registi, attori, conduttori di allora. Dopodiché, con il secondo e poi col terzo canale si aprirono altri spazi, e la RAI da monocolore passò a essere un fedele specchio dell’arco costituzionale. Non staremo qui a difendere pratiche da manuale Cencelli, ma vale la pena ricordare che se il servizio pubblico ha una missione, è quella (o dovrebbe esserla) di rappresentare, di coinvolgere le molte sensibilità che circolano nel Paese. E quale spazio ha maggiore necessità, dunque, di essere rappresentato, se non quello delle sensibilità politiche? Ovviamente non è l’unico, ma in una democrazia è sicuramente il più importante.

Eppure, da un certo punto è netta la sensazione che la RAI abbia smesso di essere una delle punte di diamante dell’industria culturale nostrana. Ed è assolutamente vero. Ma è davvero colpa della lottizzazione?

Il punto è che la società italiana aveva, a un tratto, preso a correre, a mutare con straordinaria velocità. In un quindicennio si partiva dai movimenti studenteschi, dal Sessantotto, e si arrivava al disimpegno degli anni Ottanta. La nostra industria culturale rifletteva questi tumulti: dalle radio libere si passava alle “TV libere”, e le TV libere diventavano TV commerciali. La RAI, stretta d’assedio in questo processo, cercava di rispondere come poteva (il secondo canale lanciò dei programmi consegnati alla storia del piccolo schermo, ad esempio), fino a quando non poté più nulla. E non poté più nulla quando quell’incontrollabile mercato di piccole realtà locali, spesso artigianali, prendeva la forma del monopolio, senza che la politica potesse (e in alcuni casi volesse) far nulla. Così, il servizio pubblico si trovò nell’insostenibile posizione di dovere da un lato assolvere al suo compito, appunto, pubblico, e dall’altro essere l’unico competitore di un monopolio privato.

Furono quelli (anche) gli anni della più spinta lottizzazione, ma questo non implica che il fenomeno produsse della brutta TV. Cose egregie furono fatte dalla Rai Tre comunista, così come dalla Rai Due socialista-laica. Né può dirsi che Rai Uno non fu “presente” nei più importanti eventi storici di quel periodo. Tutto questo, però, in un’anomalia di sistema.

Furono dei cattivi professionisti Guglielmi, o Barbato, o Minoli? No. Eppure, le loro simpatie erano più che note. Non che mancarono, né sono successivamente mancati (anzi sono aumentati) casi di brutale ostracismo (pensiamo al Grillo comico e alla cacciata di Craxi, o anche – ma siamo già in pieno berlusconismo – ai Luttazzi o ai Santoro). Casi sicuramente gravi, ma difficilmente addebitabili alla pura e semplice lottizzazione, e comunque non generalizzabili a pratica consueta.

Allora, forse, quando si parla di lottizzazione, il problema è appena meno grossolano da poter essere colto dalla propaganda del “fuori i partiti”. Il problema sorge, probabilmente, nel momento in cui le appartenenze di partito, le fedeltà politiche oltrepassano le capacità professionali. Succede spesso? Non lo sappiamo, possiamo pensare, riflettere, intuire e arriviamo alla conclusione che forse succede più oggi in cui si urla “fuori i partiti” che ieri, quando i partiti c’erano e non se ne vergognavano, come è giusto che sia.

Ma queste sono supposizioni nostre. Per arrivarci, ci siamo allontanati non poco da chi in questi giorni ha parlato con granitica certezza di “censura”. Abbiamo assistito a un confronto, ordinario nelle pratiche editoriali, fra un editore che pone dei limiti e un artista che vuole sforarli. Nulla che giustifichi la cacciata della politica da un posto in cui ha tutto il diritto di stare. 

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