Una prevenzione infinita


6 Mag , 2021|
| 2021 | Visioni

Dall’11 settembre 2001, Europa e Stati Uniti sembrano vivere in una condizione di emergenza permanente: dal 2001 al 2010 almeno (con l’inizio del ritiro dall’Iraq) la fase principale della “guerra globale al terrore”, dal 2008 al 2012 la crisi economico-finanziaria e la successiva crisi del debito, dal 2014 a oggi la nuova mobilitazione militare e di polizia contro l’Isis e la galassia jihadista e infine, nell’ultimo anno e mezzo, lo choc della pandemia del Covid-19, con il suo prevedibile seguito di future emergenze politiche, economiche e sociali. Il tutto, per di più, nel contesto di quello che è sempre più comunemente (ed enfaticamente) rappresentato come un indebolimento dell’Occidente liberale nei confronti dei suoi nemici interni ed esterni: la diffusione dei “populismi”, dei “sovranismi” e dei governi “illiberali” in Europa e, con Donald Trump, negli Stati Uniti; la rinnovata assertività della Russia e, soprattutto, la spettacolare crescita della Cina nei rapporti internazionali.

Questa retorica dell’assedio ha già prodotto molteplici conseguenze di carattere politico, istituzionale e persino culturale. Tutte insieme, poi, queste conseguenze hanno finito per alimentare una spirale della mobilitazione difensiva, declinata anche retoricamente nei termini di una “lotta a” sempre nuove minacce, attuata attraverso il continuo rafforzamento dei dispositivi di sorveglianza e giocata secondo un registro quasi ossessivo della prevenzione.

Alle radici del successo del paradigma preventivo

La diffusione del paradigma preventivo è inseparabile dal continuo allargamento del campo semantico e delle pratiche della sicurezza paradossalmente seguita alla fine della guerra fredda. Con il venir meno di ogni minaccia credibile alla sopravvivenza fisica e all’integrità territoriale dei paesi euro-americani – cioè al nocciolo stesso della nozione tradizionale di sicurezza (security) intesa come safety – l’accento delle retoriche securitarie (comprese quelle accademiche) si è progressivamente spostato su un ventaglio di minacce e rischi «più eterogenei, meno visibili e meno prevedibili»[1] e, comunque, «di natura più ampia»[2] rispetto al passato, come i «problemi per la sicurezza» raccolti alla rinfusa nei documenti della Nato e dell’Unione Europea dell’ultimo ventennio: l’oppressione e il conflitto etnico, le tensioni economiche, il collasso dell’ordine politico e il conseguente «movimento incontrollato di grandi numeri di popolazione», gli atti di terrorismo, l’interruzione del flusso di risorse vitali, la proliferazione di armi di distruzione di massa, il traffico di droga, il cybercrime, il traffico di esseri umani, lo sfruttamento sessuale di minori e la pornografia infantile, il crimine economico e la corruzione, il traffico d’armi e il crimine trans-nazionale – come si può notare, un elenco non soltanto eccedente di molto la dimensione militare, ma del tutto indifferente alla distinzione tra ambito interno e ambito internazionale.

Contrariamente alle promesse dei politici e degli studiosi liberali, l’emancipazione della sicurezza dalla dimensione in senso stretto militare non ha avuto l’effetto (pacifico) di de-securizzare dimensioni precedentemente esposte alle politiche e alle retoriche dell’eccezione, bensì quello di securizzare dimensioni precedentemente non (altrettanto) esposte – la dimensione economica, prima di tutto, ma poi anche quella ambientale, quella sanitaria e quella in senso lato identitaria. Ma a spalancare definitivamente la strada al paradigma preventivo si è aggiunto un ulteriore corollario politico e strategico: la convinzione che, di fronte alla nuova natura delle minacce e dei rischi, tutte le vecchie strategie difensive siano condannate all’inefficacia. É lo scarto già contenuto nella realtà e nella retorica della globalizzazione: il passaggio dalla tradizionale salvaguardia dei core values dello Stato da minacce solide provenienti dall’esterno (in primis, l’aggressione militare) all’ansia per il liquido percepito come potenziale (o già incombente) confusione, contaminazione o contagio (in termini di attacchi terroristici, traffici illegali, speculazioni finanziarie, movimenti di popolazione e, più recentemente, fake news capaci anch’esse di perforare i confini del sapere e dell’informazione istituzionalizzati). Ed è, soprattutto, il mutamento definitivamente materializzato nello choc globale dell’11 settembre 2001 e prontamente registrato nella US National Security Strategy dell’anno successivo[3] – un documento quasi costituente, almeno nel senso che è qui che viene proclamato il passaggio della dottrina strategica americana dal vecchio edificio della deterrenza al nuovo paradigma della prevenzione, con una strategia argomentativa che può essere considerata l’archetipo di quella già impiegata in altri contesti politici e giuridici (per esempio nell’analoga inclinazione dello “Stato preventivo” a individuare in anticipo gli individui potenzialmente pericolosi, invece di aspettare di sanzionare i comportamenti contrari a qualche norma giuridica).

Nel documento americano il passaggio avviene in quattro mosse, in successione micidiale tra loro. Primo: i nuovi nemici non possiedono una “normale” razionalità strategica e, se ne possiedono una, è incommensurabile alla nostra. Come le “classi pericolose” della retorica securitaria ottocentesca, terroristi e “stati-canaglia” non “delinquono” in vista di qualche obiettivo razionale o perché hanno (o ritengono di avere) qualche ragione per farlo, ma solo perché nutrono un odio incontrollabile per noi e il nostro modo di vivere. Secondo: di fronte a nemici di questa natura, sarebbe del tutto illusorio affidarsi alla consolidata grammatica della deterrenza, che presuppone un avversario capace di calcolare costi e benefici e sensibile come noi al rischio di rappresaglia. Terzo: non potendo dissuaderlo, l’unico modo per impedirgli di colpirci è colpirlo in anticipo, anzi non smettere mai di colpirlo per evitare che possa riprendere l’iniziativa. Quarto: nel calcolare questo “anticipo”, è necessario tenere conto che “gli stati-canaglia e i terroristi non cercano di colpirci usando mezzi tradizionali” e, quindi, non possono neppure essere prevenuti nelle forme e nei tempi tradizionali. “Per secoli, il diritto internazionale ha riconosciuto che le nazioni non devono subire un attacco prima di potere legittimamente prendere l’iniziativa per difendersi contro una minaccia imminente di attacco”; ma, appunto, ha condizionato “la legittimità della difesa preventiva all’esistenza di una minaccia imminente”. Nelle condizioni attuali, al contrario, una condizione come questa si rivelerebbe troppo restrittiva, se non del tutto irrealistica. “Noi dobbiamo adattare il concetto di minaccia immediata alle capacità e agli obiettivi degli avversari di oggi”: vale a dire, come si legge già nell’introduzione del documento, “per una questione di buon senso e di auto-difesa, l’America agirà contro queste minacce emergenti prima che siano interamente formate”.

Quale prevenzione?

“Agire contro le minacce emergenti prima che siano interamente formate”: questo principio, che è presentato e può facilmente apparire come “una questione di buon senso”, spinge in realtà la prevenzione lungo un piano inclinato che la trasforma, concretamente, in una pratica senza fine – quale è nell’infinitezza dichiarata della guerra globale al terrorismo, ma quale tende a diventare anche nel modello di Stato “penale” o “securitario” seguito allo smantellamento dello Stato sociale e, su scala persino più ampia, nella medicalizzazione della vita orientata – come si è sperimentato fino in fondo nella gestione della pandemia del Covid 19 – a organizzare “tutta una società … in funzione di una caccia preventiva alle malattie”[4].

Sul piano politico-strategico l’estensione si realizza, prima di tutto, nella dimensione spaziale. Invece di restare ancorata al territorio del singolo stato o degli stati membri di un’alleanza, la prevenzione comincia sempre più spesso lontano dai propri confini – anzi, sempre più lontano; potenzialmente, come nelle strategie antiterroristiche, ovunque. È il ribaltamento geopolitico preannunciato nel Concetto Strategico della Nato del 1999 e prontamente recepito, di lì a poco, nella EU Security Strategy del 2003, la cosiddetta dottrina Solana: «Il nostro concetto tradizionale di auto-difesa – fino alla Guerra Fredda e comprendendo questa – era basato sulla minaccia di una invasione. Con le nuove minacce, la prima linea di difesa sarà spesso all’estero»[5]. Ed è, soprattutto, la prova più manifesta del carattere parziale o decisamente ipocrita del nostro immaginario globale. Dietro la pretesa di cominciare a perseguire la sicurezza oltre i propri confini sta, infatti, l’aspettativa che gli altri non abbiano il potere e il diritto di fare la stessa cosa. Come nella spazialità imperiale a cui è stata ripetutamente associata, i confini delle istituzioni euro-americane non sono permeabili o impermeabili nella stessa misura in entrambe le direzioni: chi vuole entrare nello spazio comune deve soddisfare condizioni diverse da chi vuole uscirne. Mentre sempre da qui discende il fatto che la comunità delle democrazie liberali non tolleri incursioni al proprio interno (come nell’ossessione quasi paranoica per le fake news russe o cinesi) ma, allo stesso tempo, si dichiari apertamente in espansione verso l’esterno, tanto nella forma «leggera» delle politiche di allargamento e del soft power, quanto in quella più dura della sovversione e dell’esportazione armata della democrazia.  

L’estensione viene portata ancora più avanti nella dimensione temporale. Lo sfondamento, come è ovvio, era già implicito nell’impudente “buon senso” richiamato dalla US National Security Strategy: se, per essere evitate, le minacce vanno colpite prima di essersi interamente formate, quando si può dire che cominci il loro processo di formazione? Quando, in altre parole, una minaccia dichiaratamente “non immediata” merita di essere considerata già una minaccia? Di più: una volta ammesso che il processo di formazione debba essere interrotto in qualche stadio iniziale, perché allora non interromperlo anche prima, finché la minaccia si trova ancora a uno stadio embrionale? E quale è, allora, lo stadio embrionale di una minaccia? È la logica perversa in virtù della quale, dal 2001 a oggi, l’individuazione e la nominazione stessa della minaccia non hanno fatto che dilatarsi, perdendo a ogni passaggio qualche traccia della propria determinatezza precedente (e sfuggendo, nella stessa misura, a qualunque sforzo di “giuridificazione”): dapprima il terrorismo che, pur essendo una persona ficta, aveva almeno il vantaggio di essere vincolato a uno strumento specifico; poi il terrore che, a differenza del terrorismo, consentiva già di raccogliere sotto un’unica etichetta terroristi, rogue states e semplici “stati pericolosi”; poi la radicalizzazione, intesa a volte come una sorta di “terrore in fieri” e, altre volte, come una “propensione al male” in cerca solo di occasioni; poi il puro e semplice estremismo, che sembra precedere la radicalizzazione o esserne, piuttosto, la fase di incubazione, almeno nel senso che può sempre sfociare nella radicalizzazione (e, per questo, è sempre pericoloso); infine, da qualche anno a questa parte, l’odio, che non è più neppure estremismo e, meno che mai, radicalizzazione, ma un agglomerato di “perversioni morali” o “tare psicologiche” additato come il nocciolo patologico di qualunque minaccia – un nocciolo che non può essere “curato” senza che l’attività di polizia sfumi in una grande impresa educativa, e senza che le imprese educative prendano qualcosa dell’attività di polizia.

Perché è proprio questo il contrassegno dell’attuale paradigma preventivo. In passato e, sicuramente, per tutto il Novecento, prevenire avrebbe significato tra le altre cose – e molto spesso soprattutto – agire sulle cause (politiche, economiche, sociali) di ciò che ci si sforzava di impedire o contrastare. L’attuale paradigma preventivo, al contrario, non agisce mai al livello dei fattori che determinano il problema, bensì semplicemente al livello dei suoi effetti – la minaccia, appunto. È l’appello a “non perdere tempo” ripetuto all’unisono, all’indomani dell’11 settembre 2001, da legioni di uomini politici, commentatori e studiosi sia in Europa che negli Stati Uniti, e sia a destra che a sinistra: “Nei confronti del terrorismo dobbiamo adottare esattamente la strategia opposta. Dobbiamo impegnarci a non cercare mai di comprendere o eliminare le sue presupposte cause prime, ma a considerarlo invece del tutto inaccettabile, escludendolo da qualsiasi possibilità di dialogo o negoziato”[6]. La stessa inclinazione politica e culturale aveva già accompagnato – negli Stati Uniti soprattutto, ma anche in diversi paesi europei – il passaggio dal modello riabilitativo al modello repressivo e preventivo nella gestione della criminalità, attraverso l’aumento esponenziale della carcerazione, la diffusione e il raffinamento dei meccanismi di sorveglianza e, in compenso, la liquidazione delle cause sociali della delinquenza a semplici “scuse sociologiche”. Mentre è appena il caso di notare che la stessa banalizzazione repressiva sta operando da alcuni anni a questa parte contro il cosiddetto “odio” che, una volta traslato dal piano sociale e politico a un piano contemporaneamente morale e penale, può (o per meglio dire deve) essere combattuto come un “crimine” a sé stante, rigorosamente separato ancora una volta da qualunque interrogativo sulle sue cause.

Sebbene si presenti come una forma “mirata” di gestione del rischio, questo ripiegamento trasforma definitivamente la prevenzione in una prassi infinita. Sollevati da qualunque seria indagine sulle cause, gli interventi preventivi finiscono quasi sempre per generare nuovi problemi mentre, in una spirale apparentemente senza fine, i nuovi problemi trascinano con sé sempre nuovi interventi preventivi.


[1] UE, A Secure Europe in a Better World. European Security Strategy, Bruxelles 2003, p. 3.

[2] Nato, The Alliance’s Strategic Concept, Bruxelles 1999, 24.

[3] White House, US National Security Strategy, Washington DC, 2002.

[4] I. Illich, Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, Milano 1977, p. 107 (ed. or. Limits to medicine. Medical Nemesis: the espropriation of health, Marion Boyars Publishers Ltd., London 1976).

[5] EU, A Secure Europe, cit., p. 7.

[6] A.M. Dershowitz, Terrorismo, Carocci, Roma 2003, p. 29 (ed. or. Why Terrorism Works. Understanding the Threat, Responding to the Challenge, 2002).

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