Un pomeriggio di ruvida bellezza. Un libro e la “cultura antimafia”


21 Mag , 2021|
| 2021 | Recensioni | Terza Pagina

“L’Assedio” di Enzo Ciconte a Casetta Rossa

Perentoria, decisa e ruvida, quella “cultura antimafia” che insegna bellezza, suona la carica e colpisce nel segno. Enzo Ciconte autore de “L’assedio. Storia della criminalità a Roma da Porta Pia a Mafia Capitale” (Carocci Editore) la sprigiona con veemenza, perché non serve alcuna delicatezza, nessuna diplomazia; non lascia intendere, colpisce duro, forse per carattere ed esperienza sa che il fioretto può lasciare spazio a delle sonore randellate che devono abbattere un muro, svegliare la cittadinanza e non più colpire di fino. Smuove le anime di chi lo ascolta affascinato – nella sempre splendida oasi felice di Casetta Rossa – e può solo infastidire chi viaggia sul filo di lana, anche “solo” come drammatica inclinazione culturale, in equilibrio   tra quei mondi raccontati passati alla storia come “di mezzo, di sotto e di sopra”, diventati atteggiamento, metodo e sistema, o di quella politica del “se po’ fa” anche di noi cittadini che svicola, confonde e sfugge alle proprie responsabilità. “Il problema sono state le classi dirigenti – spiega Ciconte, fra i massimi esperti in Italia delle grandi associazioni mafiose, e docente a contratto del corso di “Storia della criminalità organizzata” presso l’Università di Roma Tre… – che non sono solo la politica” ma “sono intellettuali e imprenditori che non hanno mai accettato l’esistenza della mafia a Roma”. La questione è chiara: questa città non ha mai digerito   “l’infamia di essere mafiosa – incalza l’autore -, un’onta che Roma non può accettare e da cui continua a scappare”.

Enzo Ciconte scuote, perché non sono contemplati dubbi, non c’è spazio per equilibrismi: o stai dalla parte giusta, la sua, o dalla parte sbagliata, quella della mafia, del malaffare, della criminalità, o semplicemente dalla parte di chi fa ancora spallucce. Scuote una città che di mafia sembra proprio non voglia parlarne o almeno non voglia farlo andando fino in fondo. Il suo nuovo libro ė fonte di conoscenza, fucina di approfondimento e soprattutto un invito affinché “mafie e corruzione” entrino “concretamente” nel dibattito politico elettorale che sta portando Roma alle prossime elezioni comunali, ricorda anche Gianluca Peciola di Liberare Roma. “Attenzione alle liste, attenzione ai nomi…che le mafie non entrino dalla porta principale” avverte Ciconte, senza lasciare spazio all’immaginazione.

“Un lungo assedio criminale che comincia già dopo la breccia di Porta Pia – ci accoglie la prefazione -, con l’imponente lottizzazione e con gli scandali della Banca Romana; si rafforza con la presenza di mafiosi di caratura internazionale dediti allo spaccio di droga dopo la fine della Seconda guerra mondiale; si organizza con la comparsa della banda della Magliana e infine dilaga con l’inchiesta Mafia Capitale, che ha puntato i riflettori su un’associazione a delinquere arrivata al cuore della politica e dell’amministrazione capitolina, e che tuttavia la Corte di cassazione non ha ritenuto di qualificare come mafia”. “Solo a Roma convivono forme tanto eterogenee di malavita – si legge -, dalla violenza di strada alla criminalità locale evoluta in organizzazione mafiosa, o che agisce con modalità mafiose, alle mafie storiche come cosa nostra, camorra e, soprattutto, ’ndrangheta. Sotto attacco continuo, la città non è stata mai definitivamente espugnata da un solo potere criminale. Per la prima volta, questo libro, a firma di uno fra i massimi esperti di criminalità organizzata, fa luce sul groviglio di interessi e sull’anima oscura della città, lì dove traggono forza i poteri che per conquistarla si sono di volta in volta alternati, combattuti e alleati”.

Il dibattito non può quindi prescindere da quel 22 ottobre 2019 quando “La Cassazione ha dichiarato esclusa l’associazione mafiosa nel processo ‘Mondo di mezzo’, ribattezzato Mafia capitale, dopo la sentenza d’appello che aveva invece riconosciuto l’articolo 416 bis” -ANSA. (Sentenza n. 18125 depositata il 12 giugno 2020).

Questo libro infatti rappresenta “uno strumento indispensabile per capire la situazione a Roma” racconta Danilo Chirico, presidente dell’Associazione antimafie daSud, in una città che quel giorno, il giorno della sentenza, “sembrò aver tirato un sospiro di sollievo – aggiunge -, invece di riflettere e di interrogarsi ancora una volta di più per andare fino in fondo…”. Chirico alla fine dice quello che pensiamo in molti, ma lui, lo dice forte e chiaro: “Questa città ha la capacità di digerire tutto” e si limita forse ancora oggi a “relegare la mafia e la criminalità alle periferie, a territori e ad eventi marginali”. Non ha dubbi: “Le stesse persone con gli stessi reati, al Sud sarebbero state condannate per associazione mafiosa”.

Per Carmen Vogani, impegnata a raccontare le mafie insieme a Danilo Chirico, anche con il lavoro svolto sui territori con “daSud”, e tra l’altro autrice con Nello Trocchia del documentario “Casamonica – Le mani sulla città” per la regia di Francesco Medosi e del più recente “Matteo Messina Denaro – il superlatitante”, il libro “mette in relazione tanti fatti e quindi mette in relazione un sistema di conoscenza” che “andrebbe utilizzato come manuale in tutte le scuole del Paese”. Poi un accenno alla sua esperienza e la lunga battaglia di denuncia iniziata da una terra infestata dalla ‘ndrangheta e proseguita con forza a Roma, ancora infestata dall’indifferenza di chi sembra aver deciso di non voler vedere. “Lo ammetto sono ossessionata dalle mafie” spiega: “Sono andata via da Reggio Calabria perché non volevo avere più a che fare con un sistema soffocante – racconta, praticamente immergendo la platea di Casetta Rossa in quel momento -, dissi a mio nonno che sarei andata a Roma dove la ‘ndrangheta non c’era. Mio nonno non disse nulla, sorrise”. Come sorride lei oggi, nonostante tutto; a Roma “ci vuole restare” perché ha deciso da tempo “che è la sua città”. Forse dovremmo iniziare ad ossessionarci tutti per le mafie, per le MAFIE a ROMA; solo l’ossessione per qualcosa porta alla meticolosità e alla dedizione imprescindibile per raggiungere l’obiettivo: abbattere quel muro innalzato da una città che ancora oggi respinge per tanti motivi e a vari livelli, dai cittadini alla classe dirigente “l’infamia di essere mafiosa, un’onta che Roma non può accettare e da cui continua a scappare”. Comodamente abituati a strillare all’omertà e alle mafie lontane, in città sono ancora troppe le finestre chiuse su quella piazza che resta buia. Magari da oggi grazie a questo pomeriggio di ruvida bellezza, un libro e la “cultura antimafia” vissuta e raccontata a Casetta Rossa, qualche finestra resterà aperta.

 

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