Alcune note a margine sul neoliberismo. Dall’«ordine spontaneo» di Hayek al «triedro del potere» di C. Galli


22 Mag , 2021|
| 2021 | Visioni

Avvertiti della lezione socratica, che di ogni cosa incitava a chiarificarne il senso, e al netto del neoliberista di turno che dirà sempre e comunque che il neoliberismo semplicemente non esiste, avviamo queste brevi note col dichiarare in esplicito che si assumerà qui il neoliberalismo quale paradigma economico storicamente determinato. Corre l’obbligo altresì precisare che si utilizzerà la nozione di «paradigma» nell’accezione classica coniata da Thomas Kuhn, sia pure nel contesto ancora limitato delle rotture epistemologiche (La struttura delle rivoluzioni scientifiche,1962), per rimarcare la dimensione non solo teoretica ma preminentemente pratica del nuovo modello economico vincente. In apertura del suo famoso saggio scrive infatti Kuhn che il paradigma è «una costellazione di concetti, percezioni e valori che creano una particolare visione della realtà» per cui rappresenta «gli occhiali attraverso cui vediamo la realtà» e, ovviamente, dei relativi modi di agire.[1]

Attraverso una vera e propria rivoluzione economica e sociale, sia pure apparentemente incruenta, sul finire degli anni Settanta una nuova visone generale del mondo ha cominciato, infatti, ad affacciarsi nelle già travagliate società occidentali. Ha demolito in un decennio, o poco più, lo Stato sociale keynesiano, egemonico nel trentennio precedente, istituendo via via, in forme sempre più compiute, una «sovranità globale di mercato». Come sempre sono le urgenze storiche che si incaricano di propiziare quello che risulta essere un sommovimento voluto dall’alto, da parte dei gruppi economicamente e politicamente dominanti, in evidente stato confusionale e col fiato sul collo dei subalterni, al termine forse del ciclo storico di lotte più proficuo in termini di acquisizioni di diritti sociali e di libertà individuali, e che lo studioso Luciano Gallino ha racchiuso opportunamente nella formula della «lotta di classe dopo la lotta di classe».[2] In effetti, nei primi anni Settanta il capitalismo occidentale vive la sua crisi più drammatica, che corrisponde ad un crollo verticale del saggio di profitto e una fase economica di prolungata stagnazione nella crescita e simultanea esplosione incontrollata dei prezzi – quello che nei manuali di storia contemporanea è ricordato come il fenomeno della «stagflazione». Tra i fattori scatenanti quella che si presenta come una «tempesta perfetta», sicuramente va annoverata la sciagurata e infinita guerra in Vietnam, circostanza che il pensiero mainstream si guarda bene dall’evidenziare, con tutto il suo strascico di squilibri finanziari conseguenti, dovuti agli incontrollati quantitativi di dollari stampati e immessi nel sistema valutario per fare fronte alle crescenti necessità militari.

A seguito della kehre anti-keynesiana, elaborata come strategia di fuoriuscita dalla crisi e rilancio dei profitti, la nuova visione economica che emerge è impostata non più sull’obiettivo strategico della massima occupazione, ma il nemico diventa l’inflazione, esplosa effettivamente  a seguito della grave crisi petrolifera del ’73; lo scopo diventa  quello di ricostituire ed ampliare il  «tasso naturale» di disoccupazione, di cui abbiamo traccia ancora nel più recente Trattato di Lisbona (2007), esempio notevole della variante europea «ordoliberale» del sistema neoliberista. Lo sviluppo economico, in base a questo nuovo paradigma via via dilagante è inteso come una oggettività, matematicamente misurabile e dimostrabile – tanto che in luogo della parola economia si usa di preferenza quella di econometria (per segnalare la stretta parentela con la matematica e la statistica, più che con la politica), con una sua propria logica interna di equilibrio nella formazione dei prezzi e allocazione di merci e capitali, liberi questi ultimi di muoversi per ottimizzare i profitti e «delocalizzare» ovunque. Questa che è, a tutti gli effetti, una potente narrazione ha preteso la neutralizzazione di ogni interferenza esterna, a partire dalla dimensione politica, a cui per sopravvivere non è rimasto che uniformarsi alle esigenze del mercato. Al soggetto umano, invece, ridotto ad agente razionale calcolante il proprio utile in competizione con altri, fra l’altro in un mondo di permanente scarsità, non resta che acconciarsi a quell’ «ordine spontaneo» destinale coincidente con il mercato e le sue necessità, secondo l’orientamento teorico dominante di uno dei massimi esponenti del neoliberismo, Friedrich von Hayek (1899/1992).

Per Hayek, vincitore nel ’74 del Nobel in economia, maestro di Milton Friedman, capostipite, a sua volta, della Scuola di Chicago (e sperimentatore nel Cile di Pinochet del «neoliberismo autoritario»), il concetto di giustizia sociale è privo di significato e addirittura dannoso, da smobilitare al pari di partiti, sindacati e stato sociale, portatori sin dal nome di interessi di parte e dunque antitetici all’oggettività neutrale e asettica del fatto economico[3]. In quella sua preferenza per un dittatore liberista anziché per «un governo democratico privo di liberismo» si racchiude tutta la carica eversiva futura, del neoliberismo, contro i valori e gli ordinamenti democratici. Del resto, Hayeksin dal 1944 nel suo libro Verso la schiavitù, dedicato – si fa per dire – ai socialisti di tutte le risme, presenta la tesi alquanto sorprendente secondo la quale la dottrina socialista di per sé sarebbe alla base di ogni forma di autoritarismo politico, nazismo compreso (cose non molto dissimili scriverà Popper l’anno dopo, nel suo voluminoso saggio dal titolo eloquente, La società aperta e i suoi nemici).

Marx ed Engels nel Manifesto del ’48 avevano intuito per tempo che «il modo capitalistico della produzione» era una potenza negativa e disgregatrice, che animava la materia del proprio principio di accumulazione illimitata, in funzione del quale «si dissolvono tutti i rapporti consolidati e arrugginiti con il loro seguito di opinioni e concezioni antiche e venerande e tutti i nuovi rapporti invecchiano prima di potersi consolidare […]. In una parola, esso si costruisce un mondo a propria immagine e somiglianza».[4] Il feticismo della merce, nozione sviluppata da Marx successivamente, consiste propriamente in questo: distruzione e svuotamento dell’elemento concreto e materiale a fronte di una nuova apparente vita conferita alla cosa, ma solo nella forma perversa della merce. In apertura del Capitale si legge che «il mondo si presenta come una immane distesa di merci»: un universo composito di merci che l’uomo ha contribuito a produrre senza possibilità alcuna di riconoscervisi. Così, l’umanità finisce con l’attribuire ai frutti del suo lavoro una vita autonoma e separata, regolata dalle leggi del denaro, con un crescente potere pseudo religioso sull’uomo. Si tratta di un regno terribilmente noioso e ripetitivo, scandito dalla riduzione sistematica della concreta e variopinta molteplicità qualitativa delle cose nella misura quantitativa univoca del denaro, egualitaria solo in apparenza. Scrive in proposito A. Jappe: «per trasformare ogni somma di denaro in una somma più grande, il capitalismo consuma il mondo intero – sul piano sociale, ecologico, estetico, etico. Dietro la merce e il suo feticismo si nasconde una vera e propria pulsione di morte, una tendenza, incosciente ma potente, verso l’annientamento del mondo». [5]

Il colpo di genio del neoliberismo, giocato sul piano spirituale e «sovrastrutturale», è consistito nell’istigare il singolo individuo – fatto passare per un superuomo senza macchia e senza paura – contro il peso parassitario dei partiti e dello Stato, attingendo da una delle due fonti di cui si nutre da sempre la più che millenaria mentalità occidentale: la libertà. Sia pure avvilita in una declinazione solo economica, in chiave per giunta individualistica, questo è bastato a mobilitare le riserve di energie vitali accumulate. Tale è la forza attrattiva di quel principio (la libertà) – di cui stiamo avendo una riprova nel successo della propaganda strampalata di queste settimane sulle riaperture – che è bastato quasi solo evocarlo per suscitare entusiasmo, specie nelle giovani generazioni già per proprio conto mobilitate, sul finire degli anni ‘60, in chiave antiautoritaria. Il punto cieco di questo discorso, che mortificava la dimensione solidale e antiutilitaria, pur presente nell’umano, non ha tardato a palesarsi già alla metà degli anni ‘80, perlomeno ai piani alti della critica più affilata, come nel caso di Fredric Jameson (Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, 1984). Ben presto ci si è accorti, a proprie spese, che non c’è alcuna provvidenziale «mano invisibile» che ricompone per magia gli interessi contrapposti, tanto più densi e concentrati in alto quanto più polverizzati e dispersi in basso. La società ridotta a giungla, per effetto del combinato disposto di merito e concorrenza diffuso in dosi da cavallo, ha cominciato a lasciare sul campo sempre più morti, feriti e depressi. Ancora, l’imperativo categorico della crescita illimitata ha dimostrato sul campo e precocemente che inquina, surriscalda il clima, distrugge la biodiversità e le risorse naturali; in una parola, non è compatibile con l’ecosistema biologico.

A scoprire e denunciare l’arcano, che a vincere è sempre e solo il più potente e il più ricco di turno, ha contribuito l’altra vecchia talpa, accanto alla libertà, della nostra civiltà occidentale: l’uguaglianza. Per la verità, non sempre agita sul piano sociale e politico come il suo potenziale mobilitante consentirebbe e soprattutto esigerebbe. Si potrebbe anzi affermare che alla disfatta epocale delle classi subalterne abbia contribuito sul piano «superstrutturale» (Gramsci), dove si è giocata una parte forse decisiva del conflitto, la progressiva perdita di centralità del costrutto egualitario e lo scippo subito della libertà, da parte dei gruppi dominanti, poi orribilmente sfigurata ed edulcorata nella sola libertà economica.

Ora, proviamo a tracciarne, sia pure impressionisticamente, il profilo di questa società neoliberista, che dall’avere un mercato è divenuta integralmente di mercato (M.J. Sandel), che è poi quella nostra in cui attualmente nuotiamo. Una società di soli individui isolati e sradicati, senza partiti e senza più alcuna classe o ceto di riferimento; alla mercé dei colossi del web, che estraggono valore, con le informazioni che noi in automatico forniamo, il cui accesso è gratuito perché la merce in vendita siamo noi stessi, contribuendo a nostra insaputa ad edificare, mattone dopo mattone, una «società della sorveglianza». Con un lavoro e delle attività che non è quasi più in nostro potere selezionare, ma che vengono imposte dall’alto, in base a quel che dice il mercato, in un turbinio continuo di opportunità fasulle e di lavoretti squallidi, rivestiti ideologicamente di un alone eroico e avventuroso (gig economy), in «formazione permanente» per puntellare le competenze (skills) e allenarci, come mastini, al combattimento. Con le nostre vite svalutate ed offese: spezzate, a loro volta, in frammenti e trattate come merce di scarto.

Certo, la perdita di egemonia del neoliberismo è sotto gli occhi di tutti e risale a ben prima dell’esplosione pandemica e dice definitivamente che il re è nudo; ma questa perdita ha solo trasformato i «dirigenti» in «dominanti», per dirla con Gramsci, senza intaccare il meccanismo sociale riproduttivo di fondo, che rimane imperniato su di una società scomposta in individui atomizzati e su di «un’economia di mercato altamente competitiva» (sempre trattato di Lisbona). E la comunicazione, in un quadro crepuscolare di crisi di legittimità democratica, acquisisce centralità strategica, dovendo supplire alla mancanza di consenso sociale e divenendo in un certo senso l’essenza apparente del neoliberismo. E, dunque, in via preliminare occorrerebbe sottoporre a critica feroce le forme attuali del comunicare, ma proprio la politica è rappresentata da quella stessa potenza di fuoco mediatica come moneta finita fuori corso. Resta in piedi saldamente solo «l’ordine del discorso economico», coi tratti tipici di cui abbiamo parlato, continuamente rilanciato come un dettato ipnotico a reti pressoché unificate, che squalifica sul nascere ogni possibile verità alternativa col marchio di infamia della non oggettività, che vengono fatte degradare a rumore di fondo, contribuendo così solo a saturare lo spazio comunicativo. Di quella verità dialogica, vanto del pensiero critico occidentale, con un forte impulso umanistico al proprio interno, risalente a Socrate e Platone, intesa come faticoso processo dialettico mai conchiuso, pare si sia perso, nel presente, addirittura il ricordo.

Parafrasando e attualizzando Marx, si potrebbe così riassumere: le idee dominanti, che sono poi quelle imposte, col potere mediatico, corrispondono agli interessi dei gruppi economicamente dominanti e vanno a comporre nei singoli Stati quello che, con formula felice, Carlo Galli ha definito i «triedri del potere»: potere politico tradizionale, potere economico finanziario e potere mediatico-narrativo: ovviamente, trattandosi di poteri, «non senza reciproche frizioni».[6]

C’è una sofferenza esistenziale e sociale che non trova una sua propria verità espressiva, come una sterminata galleria di personaggi alla vana ricerca di un autore che dia loro voce, soffocata da quell’unica verità oggettiva dell’economia che si autorappresenta. Il processo da innescare, da parte di una politica davvero rinnovata e capace di muoversi in autonomia al di fuori dei circuiti mediatici, sarebbe quello di dare finalmente rappresentazione – proporsi come autore – a questo sempre più ampio e profondo disagio sociale. Solo così si potrebbero formare quelle soggettività collettive capaci di fare emergere, in un processo di reale cambiamento, quel fiume carsico di energia vitale che continua a scorrere nelle profondità del tessuto sociale. Non è necessario essere filosofi, risulta ormai evidente anche a tutte quelle scienze del sociale appena un po’ avvertite che l’economia neoliberista produce uno squilibrio strutturale tra chi la controlla – un numero sempre più esiguo e in competizione permanente – e chi la subisce, producendo individui consumatori subalterni, in una sorta di tragica sovrapposizione della dialettica servo e signore con quella di produttori e consumatori. Occorre impedire che l’ultima parola che questa totalità sociale alla rovescia, che cammina sulla testa, possa essere il «malato asintomatico», figura ben più inquietante, nelle sue implicazioni assoggettanti, del «portatore sano». Da presunto sano a malato certo da prendere in carico.


[1] T. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 2009, pp.16-17

[2] L. Gallino, La lotta di classe dopo la lotta di classe, Bari, Laterza, 2012

[3]  In un sistema «in cui ogni individuo può usare liberamente le proprie conoscenze per i propri fini il concetto di giustizia sociale è necessariamente vuoto e privo di significato, perché in esso non vi è alcuna volontà che possa determinare i redditi relativi delle varie persone, o evitare il fatto che dipendano in parte dal caso», F. A. von Hayek, The Constitution of Liberty, Routledge & Kegan Paul, London, 1982, V.2, p.69.

[4] K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, Milano, Garzanti, 2017, pp.40-42.

[5] A. Jappe, Il gatto, il topo, la cultura e l’economia, disponibile sulla seguente pagina web:

https://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/20255-anselm-jappe-il-gatto-il-topo-la-cultura-e-l-economia.html

[6] C. Galli, Sovranità, Bologna, Il Mulino,2019, p.117

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