Donna. Storia e critica di un concetto polemico


23 Mag , 2021|
| 2021 | Recensioni | Terza Pagina

Il libro di Paola Rudan, Donna. Storia e critica di un concetto polemico[1] è un testo fondamentale che invita a pensare la storia delle donne e del femminismo da un punto di vista originale. La nostra autrice invita a non pensare il femminismo “secondo la scansione cronologica delle «ondate»”, cioè “secondo una logica progressiva che va dalla rivendicazione dell’uguaglianza all’affermazione della differenza alla centralità conseguita da molteplici differenze”[2]. Altresì attraverso uno sguardo, che come il suo libro, intenda “rintracciare nella storia i momenti in cui la pretesa delle donne di rovesciare il dominio maschile trasforma il femminismo in una pratica politica di critica radicale della costituzione stessa della società”[3].

Il concetto di donna viene declinato in maniera ogni volta differente perché la sua declinazione si inserisce in contesti e situazioni determinate. Nel primo capitolo, intitolato significativamente Sulla soglia di un nuovo ordine, Rudan analizza in maniera originale le opere di tre autrici che conducono chi legge dalla fase finale del Medioevo alle soglie del nuovo ordine che comincia con la Rivoluzione francese. Ciò che le accomuna è la presa di parola come donne che ha l’effetto di fratturare dall’interno il discorso e l’ordine politico moderno. La loro presa di parola è però individuale e circostanziata, non è cioè accompagnata dalla consapevolezza che “la loro è una condizione di massa capace di spiazzare tutti i terreni politici che attraversa”[4]. Le tre autrici analizzate nel primo capitolo, in altri termini, mettono in discussione l’ordine patriarcale in virtù di situazioni eccezionali “che mettono effettivamente in movimento la società e che attivano polemicamente il concetto di donna nella storia contro la pretesa maschile di immobilizzare le donne definendo una volta per tutte la loro natura”[5].

Nel capitolo Rudan affronta autrici come la medievale Christine de Pizan (1364 – 1430 circa), vissuta nell’Europa scossa dallo Scisma d’Occidente, che criticò la misoginia a partire dalla sua esperienza personale. In seguito alla morte del marito, divenne infatti la prima scrittrice professionista della storia, assumendo il ruolo di capofamiglia normalmente esercitato dagli uomini. Utilizzando autori come Severino Boezio e Tommaso d’Aquino, concepì storicamente la natura[6], riuscendo così a considerare il corpo femminile non come un ostacolo all’esercizio dei ruoli dirigenti nella società, ma come una possibilità alternativa. Pur non rinunciando al ruolo di garante simbolico e normativo della tradizione, l’apertura alla contingenza permette a Pizan di vedere la storia dalla prospettiva delle donne e di storicizzare la natura[7].

Le altre due autrici affrontate da Rudan, Margaret Cavendish (1623 – 1673) e Mary Astell (1666 – 1731), sono vissute entrambe in Inghilterra. La prima è vissuta all’indomani delle guerre di religione che imperversarono in Europa e nel bel mezzo della guerra civile inglese, mentre la seconda visse nell’Inghilterra della Glorious Revolution in cui si affermò via via l’egemonia dei whig e in cui il paradigma individualistico lockiano si afferma come perno del discorso politico moderno. Entrambe, seppure in modi differenti, misero in discussione l’oppressione patriarcale attraverso l’utilizzo di una “strategia retorica di assunzione e rovesciamento delle convinzioni proprie del proprio tempo”[8], mostrando che sarebbe stato possibile, leggendola in contrappunto[9], riscrivere e fare la storia dal punto di vista della donna.

È con lo spartiacque storico della Rivoluzione Francese che secondo Rudan emerge “la consapevolezza sempre più chiara e problematica” che quella delle donne “è una condizione di massa capace di spiazzare tutti i terreni politici che attraversa”[10]. La rottura rivoluzionaria permette, col suo fragore, lo sprigionarsi di energie politiche prima assopite. Non solo le donne sono state protagoniste attive della rivoluzione, ma ad essa hanno anche accompagnato una riflessione sulla loro posizione nella società.

In virtù di questo connubio, “a partire dal 1789 il concetto di donna si carica di un contenuto polemico, di un’aspettativa di libertà e di un’ambizione democratica senza precedenti”[11]. La donna, in questa cornice storica, non solo tormenta dall’interno l’universale politico moderno, ma apre una frattura nella storia. Nella prospettiva attraverso cui Rudan guarda al concetto di donna, quest’ultimo assume i connotati di un concetto politico. Lungi dall’essere un mero dato zoologico, il sesso e l’esperienza sessuata si caricano di politicità e, dopo l’esperienza rivoluzionaria, donna non è più semplicemente “il nome di una condizione e di una posizione che alcune donne tentano di modificare” ma “diventa un singolare collettivo in cui si esprime la pretesa di liberazione comune a donne che si trovano in posizioni materialmente diverse nella società”[12]. Rudan riprende in maniera originale la categoria di singolare collettivo da Koselleck, che così aveva caratterizzato, assieme progresso o libertà[13], il nuovo concetto di storia venutosi a formare nell’era moderna. Se però storia come singolare collettivo aveva la funzione “di collegare una serie di avvenimenti in un tutto coerente”[14], ponendo peraltro “la condizione di possibilità delle storie singole” oltreché divenendo “soggetto di se stessa”[15], donna come singolare collettivo non solo “apre un fronte polemico nella società” ma è esso stesso “messo internamente in tensione dalle molteplici esperienze delle donne dalla cui presa di parola trae significato”[16].

Nel secondo capitolo, significativamente intitolato La produzione sociale della differenza, Rudan ripercorre in maniera originale le opere e le azioni di quattro autrici femministe che progressivamente articolano il concetto di donna al punto da rendere manifesto il suo carattere di singolare collettivo.

L’analisi muove, infatti, da Mary Wollstonecraft (1759 – 1797) che, convinta della giustezza dei principi della Rivoluzione, concepisce la liberazione della donna come il compimento dell’universalismo politico moderno. Tuttavia, la pretesa neutralità dei diritti conduce la filosofa e femminista britannica ad innalzare a paradigma la donna della classe media (middle ranks), in cui “l’assenza di privilegi e la moderazione delle ricchezze fanno spazio all’esercizio attivo dei talenti e dunque alla pratica attiva della virtù”[17]. La causa delle donne è concepita come universale, in quanto senza la loro emancipazione il genere umano non potrà mai dirsi libero[18]. Tuttavia, la sua proposta emancipazionista copre con l’oblio dell’universale tutte quelle donne “per le quali il lavoro non era veicolo d’indipendenza ma una condizione obbligata dalla povertà”[19].

Con l’analisi delle opere e dell’azione Sarah Grimké (1792 – 1873) il concetto di donna assume una fisionomia differente. La femminista statunitense, assieme alla sorella Angelina, faceva parte dell’American Anti-Slavery Society fondata nel 1833. Infatti, “la sua sfida al dominio maschile acquista un senso” all’interno della lotta contro la schiavitù e mostra così “un significato pienamente politico e sociale”[20]. La donna, proprio perché assunta nella sua radicale dimensione storica, diventa “il significante generale dell’oppressione” in virtù del carattere doppiamente storico del dominio maschile: mutevole a seconda delle circostanze ma sempre uguale a se stesso in quanto evidente in ogni epoca e luogo. L’oppressione maschile, allora, “sincronizza condizioni tanto distanti quanto eterogenee”, rendendo inservibile la codificazione della storia secondo lo schema anticipo/ritardo[21]. Ad essere messa in discussione è l’idea di un progresso lineare nella storia. Se, infatti, come affermava Koselleck, il concetto moderno di progresso fa capolino allorché la determinazione del tempo viene svincolata dalla natura[22], la persistenza nella modernità della riduzione naturalistica del concetto di donna “rivela la presenza continua di un anacronismo a sostegno della politica maschile del progresso”[23]. Tale anacronismo, però, lungi dall’essere un semplice inconveniente della storia progressiva, “è una sua intrinseca necessità che persiste fino al nostro presente globale”[24].

L’analisi di Rudan prosegue con la discussione delle opere di un’altra femminista, nera, nata schiava e morta libera all’età di 106 anni con un dottorato alla Sorbona alle spalle: Anna Julia Cooper (1858 – 1964). Con essa l’idea della semplice associazione tra l’esperienza della schiavitù e quella sessuale viene meno. Negli scritti di Cooper risuona l’eco del grido appassionato espresso da Sojourner Truth, militante abolizionista nera e nata schiava, alla Women Convention di Akron, Ohio nel 1851: “Ain’t I a woman?”, “Non sono io una donna”? Con ciò essa voleva intendere che la schiavitù imprime una fondamentale differenza all’esperienza sessuale, evidenziando un antagonismo che l’associazione tra donne e schiavi mobilitata da Grimké non permetteva di articolare”[25]. In questo caso la presa di posizione della donna nera “non è soltanto il significante generale dell’oppressione, ma quello universale della liberazione, ed è per questo che diventa Donna tout court, ancora una volta declinata al singolare”[26]. Come si può notare, il concetto di donna declinato al singolare si allontana dal semplice universale nella misura in cui tematizza le differenze che lo destabilizzano al suo interno. Tuttavia esso, se concepito in una prospettiva politica, si configura alla stregua del peculiare singolare collettivo da Rudan,

Il capitolo si chiude con l’analisi delle opere della statunitense anarchica e femminista Emma Goldman (1869 – 1940), che ha vissuto in pieno lo sviluppo del capitalismo industriale. Essa ha mostrato come il sesso sia “uno strumento di disciplina del lavoro, perché risponde alla domanda sessuale attorno alle fabbriche”[27]. Con un radicale spirito anti-societario, l’anarchica statunitense si schiera con forza dalla parte dell’individuo contro le imposizioni morali e coercitive della società, mostrando che la differenza incarnata dalla donna operaia “esprime una tensione universalistica (…) perché (…) indica la possibilità che tutte le differenze possano parlare”[28] senza essere zittite dall’universale politico moderno, dal dominio maschile e dal capitalismo.

Nel terzo capitolo, intitolato Una parte globale, Rudan descrive il processo attraverso il quale il concetto di donna, seppur differenziato al proprio interno, assume compattezza in quanto concetto politico che mette in questione l’ordine oramai fattosi globale del capitale tramite la dimostrazione della parzialità dell’universale politico moderno.

Le due guerre mondiali, la prima esperienza di governo delle masse in Unione sovietica, le lotte anticoloniali, la lotta per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti e, infine, il Sessantotto hanno mutato radicalmente il contesto storico-sociale, rendendo oramai insufficiente la lotta femminista per l’uguaglianza e il riconoscimento formale. L’emancipazione giuridica delle donne aveva sì permesso di ottenere enormi risultati, ma contemporaneamente aveva anche reso invisibile l’informale riproduzione del dominio maschile e dello sfruttamento. È soltanto attraverso la concezione della donna come una classe che vive un’oppressione totale, dalla quale derivano tutte le altre oppressioni, che per il collettivo femminista statunitense Redstockings è possibile impostare una lotta efficace. In questo modo “il concetto di donna diventa esplicitamente il criterio del politico”[29]. Su questa scia si pone anche il collettivo femminista italiano Rivolta femminile, che, in particolare con Carla Lonzi, una delle sue esponenti di spicco, porta avanti una critica radicale della cittadinanza. Criticando nel libro Sputare su Hegel il filosofo tedesco e la dialettica, incolpati di naturalizzare la differenza uomo/donna ponendola alla base del processo di costituzione dell’eticità autocosciente dello Stato moderno, Lonzi mette radicalmente in discussione l’integrazione della donna nella cittadinanza. Base e misura dell’uguaglianza è infatti l’uomo. È dunque a partire dal concetto di donna che è possibile mostrare la frattura del moderno e indicare così una possibile emancipazione totale. Rudan sottolinea che in questa prospettiva si innesca un meccanismo di svalutazione globale del dominio maschile. Certo, la nostra autrice mostra le contraddizioni in cui la radicalità delle proprie posizioni ha condotto la femminista italiana degli anni Settanta. La quale, nel tentativo di dimostrare l’autonomia della donna dall’uomo, l’ha identificata “con una parte anatomica, la citoride, che permette di affermare un princiopio autonomo di piacere”[30]. In questo modo la natura non è più concepita nella sua dimensione storica, sociale e culturale ma è, per così dire, rinaturalizzata, ottenendo in questo modo nuovamente l’espulsione della donna dalla storia. Tuttavia Rudan mostra anche che il femminismo successivo, sulla scorta dei risultati di Lonzi,

avrebbe politicizzato il concetto di donna a partire dalla sua determinazione sociale, facendone la prospettiva parziale attraverso cui leggere e contestare non soltanto i limiti della cittadinanza democratica e dell’emancipazione (…), ma anche le trasformazioni neoliberali della società e un ordine del capitale divenuto ormai globale[31].

L’originale via ermeneutica percorsa da Rudan mostra che la politicizzazione del concetto di donna non soltanto conduce alla messa in luce del ruolo determinante e trans-storico del simbolico maschile nell’istituzione dell’ordine politico, ma è anche in grado di offrire un punto di vista privilegiato attraverso cui articolare un’egemonia e quindi un potere sociale alternativo all’emergente “Stato globale”[32]. Ciò è possibile in quanto “la linea del colore e i rapporti di classe che dividono polemicamente il fronte femminista” sono considerati rapporti costitutivi della differenza sessuale e non come suoi “attributi contingenti”[33].

In questa prospettiva diventa centrale il concetto di margine, che dà il titolo al secondo paragrafo dell’ultimo capitolo. Più precisamente, è quel margine “occupato dalla donna nera” che la femminista afroamericana bell hooks rivendica per condurre una battaglia femminista come critica politica della società. La semplice lotta contro il patriarcato non permette infatti di evidenziare le contraddizioni e le disuguaglianze che si formano sotto la superficie dell’uguaglianza giuridica e che affondano le sua radici nella storia della schiavitù e del razzismo posteriore alla sua abolizione. Il margine in cui vive la donna nera è importante in quanto è concepibile solamente attraverso l’interconnessione al limite globale che caratterizza il capitalismo. A partire da questa marginalità e parzialità è pertanto possibile articolare un discorso politico alternativo.

 La politica del margine si deve opporre, secondo Rudan, a quella dell’intersezionalità. In quest’ultima prospettiva il margine in cui è inserita la donna nera è visto come composto da vari assi di dominio convergenti e formanti un’intersezione. In questo modo si concepisce il margine come una mera condizione di subalternità e dominio da eliminare, perdendo la possibilità di concepirlo come punto prospettico a partire dal quale articolare la lotta politica per eliminare quel margine stesso. Inoltre, tutti i margini diventano astrattamente equivalenti e si concepiscono gli oppressi come il risultato della somma delle varie oppressioni. Questa posizione è funzionale alla configurazione del potere neoliberale, il quale è in grado di far proprie le rivendicazioni degli oppressi traducendole in lotte per i diritti civili. In questo modo, riconoscendo giuridicamente le differenze ne occulta la loro articolazione funzionale alla riproduzione del sistema capitalistico, fattosi nel mentre sempre più “globale sotto la spinta dei movimenti post-coloniali”[34].

Il margine in cui vive la donna nera, però, non determina automaticamente il soggetto politico e la sua coscienza, ma, al contrario, “fa emergere il soggetto nel momento in cui, rendendo intelligibile la sua specifica situazione storica, gli conferisce un potere”[35]. Il movimento femminista, assumendo il punto di vista della donna nera, diventa un movimento di massa con l’obiettivo di suscitare un movimento sociale la cui unità deriva dall’effetto della sua stessa articolazione.

Nell’ultimo paragrafo, intitolato La differenza, Rudan ritrova nell’elaborazione di Gayatri Chakravorty Spivak, femminista indiana e una delle principali autrici dei post-colonial studies, il tema del margine. L’autrice di Donna reinterpreta in maniera originale la nozione di “essenzialismo strategico” elaborata dalla filosofa indiana, immettendola all’interno della sua genealogia del concetto politico di donna. Il femminismo pensato da Spivak è di tipo transnazionale in quanto deve essere capace di agire nel contesto attuale, in cui è emersa “la forma «transnazionale» di organizzazione economica e politica del capitale globale”[36]. Perché sia veicolo di un’emancipazione integrale deve essere in grado di riconoscere all’interno della categoria ‘donna’ le differenze, anche radicali, tra donne di classi sociali differenti e provenienti da luoghi storico-geografici differenti. Per questa ragione Spivak compie una “critica post-coloniale del concetto di donna”, consistente nel fare della donna subalterna, povera e lavoratrice del Terzo mondo il referente del concetto di donna. Come nella figura retorica della catacresi, che consiste “nell’estendere una parola o una locuzione oltre i limiti del suo significato proprio”[37], il concetto di ‘donna’ è esteso a quello che più di tutti è difficile immaginare come referente letterale, in quanto “la sua storia e la sua voce sono state ridotte al silenzio dalla posizione di subordinazione che occupa nei rapporti globali di dominio e sfruttamento”[38]. Il concetto di donna si fa così espressione di un ‘essenzialismo strategico’, il quale non consiste nell’attribuire consistenza ontologica alla differenza sessuale bensì nell’attribuire al sociale la capacità di determinare “il contenuto del concetto di donna”[39]. Anche in questo caso, la posizione della donna subalterna non è importante esclusivamente per via della sua peculiare condizione sociale di povertà e sfruttamento, ma per il privilegio epistemologico e politico che porta con sé. Grazie al quale, dal lato epistemologico, è possibile illuminare le interconnessioni tra i vari assi del dominio che compongono il capitale nella sua fase globale, mentre, dal lato politico, è possibile prendere una “posizione polemica (…) che innesca un «progetto di autoseparazione» che impone di scegliere una parte”[40].

Il libro di Paola Rudan è un libro importante perché ci spinge a riflettere sul modo in cui il concetto di donna tormenta fin dal principio la modernità e il suo ordine economico-politico, senza tuttavia esprimere in alcun modo un rimpianto per il pre-moderno. Il senso dell’intervento di Rudan risiede nell’intento di produrre nuova conoscenza per trasformare la realtà sociale e politica, per stimolare un mutamento che si radichi nella potenzialità emancipatrice del concetto di donna e di un femminismo inteso come lotta politica di massa. Concependo la donna come un singolare collettivo, la nostra autrice è lungi dal volersi collocare oltre la dimensione della modernità, bensì la assume come un campo di battaglia. All’interno del quale esistono i germi di uno sviluppo alternativo, grazie a cui è possibile praticare un’alternativa che liberando le potenzialità economiche e politiche rese possibili anche dalla modernità, possa in questo senso superarla. Il libro non offre, com’è naturale, una soluzione pratica, ma permette di pensare il conflitto in una maniera inedita e originale. Sta a noi coglierne le potenzialità e renderle effettuali.


[1] Il Mulino, Bologna 2020.

[2] Ivi, p. 19.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 74.

[5] Ivi, p. 58.

[6] Cfr. ivi, p. 39.

[7] Cfr., pp. 39, 42.

[8] Ivi, p. 32.

[9] Cfr. Edward Said, Cultura e Imperialismo. Letteratura e consenso nel progetto coloniale dell’Occidente, Gamberetti, Roma 1998.

[10] Ivi, p. 74.

[11] Ivi, p. 75.

[12] Ivi, p. 12.

[13] Cfr. Reinhart Koselleck, Crisi.. Per un lessico della modernità, Ombre Corte, Verona 2012.

[14] Reinhart Koselleck, Storia. La formazione del concetto moderno, CLUEB, Bologna 2009, p. 29.

[15] Ivi, p. 35.

[16] Paola Rudan, op. cit., p. 12.

[17] Ivi, p. 85.

[18] Cfr. ivi, p. 81.

[19] Ivi, p. 85.

[20] Ivi, p. 88.

[21] Cfr. Reinhart Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici (1979), in Reinhart Kosellek, Hans Georg Gadamer, Ermeneutica e istorica, Il Melangolo, Genova 1990, pp. 258-289.

[22] Cfr. Reinhart Koselleck, Il vocabolario della modernità. Progresso, crisi, utopia e altre storie di concetti, Il Mulino, Bologna 2009, pp. 49-72.

[23] Paola Rudan, op. cit., p. 13.

[24] Ibidem.

[25] Ivi, p. 100.

[26] Ivi, p. 113.

[27] Ivi, p. 116.

[28] Ivi, p. 128.

[29] Ivi. p. 131.

[30] Ivi, p. 139.

[31] Ivi, p. 144.

[32] Ivi, p. 21.

[33] Ivi, p. 19.

[34] Ivi, p. 158.

[35] Ivi, p. 156.

[36] Ivi, p. 170.

[37] Catacresi, in Vocabolario Treccani online, https://www.treccani.it/vocabolario/catacresi/.

[38] Paola Rudan, op. cit., p

[39] Ivi, p. 166.

[40] Ivi, p. 173.

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