Da Teodorico a Fedez


26 Mag , 2021|
| 2021 | Visioni

La politica è una cosa seria; chi la pratica deve essere certamente colto; non specialista di settore, ma abbastanza per capire le proiezioni sociali dei diversi specifici saperi. Deve essere capace, soprattutto, di avere una “visione del mondo”; espressione che nella lingua tedesca appare particolarmente efficace, Weltanschauung, tant’è che nei decenni passati, quando si discorreva di visioni e teorie politiche, la si usava quasi correntemente, proprio perché evocava un contesto culturale speculativamente assai ricco. Senza un bagaglio culturale ampio non è possibile elaborare intellettualmente un progetto di società rappresentabile politicamente. Rappresentazione politica che deve contenere anche una configurazione del potere idonea a porla in essere.

Che il governo fosse una cosa fatta di “visione del mondo”, dunque di conoscenza e intelligenza, e di potere istituzionalizzato, lo avevano capito anche i cosiddetti “Barbari”, quelli che distrussero e occuparono l’impero romano, almeno quello che era diventato d’Occidente. Quelli, insomma, raffigurati da un elmo con le corna, che però calzava una testa dotata di un cervello capace di capire a quale mondo dovessero rivolgersi per governare.

Lo capì in modo particolare Teodorico, il re degli Ostrogoti, che nella sua corte ravennate ospitò come consigliere ed amico Severino Boezio, affidandogli il compito di tradurre i classici greci, Platone e Aristotele. “Roba”, si direbbe oggi, di mille anni prima; eppure quella “roba” entrò, sia pure solo in parte, nel medioevo europeo e cristiano. Solo in parte, ma in una parte decisiva: Boezio, infatti, tradusse di Aristotele le opere di Logica consentendo così la costruzione del pensiero argomentativo medioevale. L’invenzione delle “categorie”, attraverso le quali l’intelletto qualifica e comunica la realtà materiale secondo la distinzione nel Trivio e Quadrivio, che strutturarono la filosofia alto medioevale, hanno origine proprio dalla continuità Aristotele – Boezio, per scorrere poi in Tommaso d’Aquino e di lì alla Scolastica fino alla nascita della Ragione Moderna.

In definitiva, senza Aristotele e Boezio, e senza Teodorico, la cultura europea non avrebbe potuto elaborare quella struttura intellettuale nella quale l’antropologia cristiana prende forma per il tramite delle categorie aristoteliche, e riesce a dare continuità storica e attualità al pragmatismo logico romano, incorporato nel Corpus Juris. Senza questo percorso, che, peraltro, ho tracciato con una approssimazione sconcertante, non sarebbero nati il “soggetto” cartesiano, la scienza aritmetico-filosofica galileiana, le teorie politiche di Machiavelli, Hobbes, Locke e Bodin; non avrebbero visto la luce l’Illuminismo, Kant, Rousseau e Voltaire. E, ancora, chi avrebbe potuto confezionare quella gigantesca narrazione storica costruita attorno alla dialettica individuo-cittadino, servo-padrone, borghesia e proletariato, con le sue proiezioni, in chiave post-metafisica, della prima metà del ‘900? Hegel, Marx e Qualcun altro! Chi, se non Nietzsche, avrebbe potuto rappresentare la storia umana come un gigantesco ballo in maschera!

Questo itinerario lungo 2.300 anni, almeno quello dell’uomo occidentale, è disegnato nella continuità che ha avuto un passaggio fondamentale nello sguardo acuto e vasto di un Barbaro: il Re ostrogoto Teodorico, formatosi però alla cultura greca e latina. Certo, non era colto come il suo consigliere Boezio, ma ne sapeva abbastanza per affidargli il compito cui ho rapidamente accennato e sapeva cosa significasse governare il mondo dopo Roma.

Per il terzo millennio tutta questa “roba” non solo è “vecchia”, ma è per di più ignorata da coloro che vorrebbero praticare il governo della vita umana in questa Europa e in questa Italia. Ma parliamo dell’Italia.

Alla coppia Teodorico – Boezio si è sostituita una nuova coppia, apparsa d’improvviso sul palcoscenico della pseudo politica o meglio della post-politica italiana: Fedez – Ferragni. In virtù della loro comparsa si è posto il tema del linguaggio mediatico, della sua adeguatezza, della sua censurabilità, della tutela dei diritti civili e della riforma della RAI. Temi di grandissimo rilievo e ricchi di storia del pensiero (a parte la RAI), che pongono sotto osservazione questioni che investono i principi fondamentali della nostra convivenza civile e politica e pongono il problema, ritenuto grazie alla coppia ormai urgentissimo, di una riforma dell’Ente pubblico. A questo proposito un inciso. D’accordo la riforma, ma c’è comunque da chiedersi: coloro che sono posti ai vertici di governo dell’Azienda, quale rispetto hanno per l’integrità professionale del loro mestiere, che poi significa, quale rispetto hanno per la loro dignità di professionisti e di uomini? C’è altresì da chiedersi: quale sia il criterio “umano”, prima ancora di quello di appartenenza, che orienta il livello delle nomine?

In ogni caso, la coppia Fedez – Ferragni ha messo in mora il palcoscenico dei cosiddetti politici, a tal punto che personaggi di primo piano sono corsi ad inseguirli, magari per prendersi un caffè o accaparrarsi la loro attenzione. E questo per un motivo. Perché il numero dei loro “seguaci” (il termine inglese ha una intonazione più benevola: followers, mentre quello italiano ha un sapore un po’ losco) è superiore a quello dei votanti per questo o quel partito sia da solo che in coalizione.

Se le cose oggi stanno così, c’è ancora da chiedersi cosa rappresenti il termine “politica” per quei personaggi da avanspettacolo che si definiscono istituzionalmente tali, vale a dire: “i politici”. Designati da un termine, “politica”, dalla storia nobilissima, caduto e triturato nella paccottiglia dell’ignoranza e dei linguaggi mediatici.

Mi viene spontanea una prima osservazione, che concerne la comunicazione mediatica. Essa ha subito in questo tempo, che altrove ho definito del “post-pensiero”, un mutamento radicale di funzione. Da strumento di diffusione del “sapere” e della “conoscenza”, con tutte le sue declinazioni e risultanze pratiche, nell’epoca attuale del post-pensiero è divenuta esclusivamente performativa delle reazioni neurali che si sviluppano nella testa delle persone. Un esempio specifico è rappresentato dalla espressione “post-verità”, che chiarisce esattamente quel “post” che ho applicato al “pensiero”. Dalla aletheia dei Greci al verum del Verbo cristiano, dal dogmatismo e dalla comprensione critica della Ragione Moderna al relativismo dell’empirismo anglosassone, quello della verità, infatti, è stato sempre un tema teoretico; il tema, cioè, del sapere e del conoscere, che ha innervato, per migliaia di anni, quella qualità dell’uomo occidentale chiamata “pensiero”.

La “post-verità”, proprio in quanto dichiara superato (post appunto!) il tema chiave della facoltà del pensare, la verità, è emblematico della inedita performatività dei media della comunicazione. Per “performatività” intendo dire che per l’attività mediatica il binomio “vero / falso”, che costituiva la struttura dialettico-argomentativa dell’attività umana del conoscere e del comunicare, sia divenuto obsoleto teoricamente ed irrilevante sul piano comunicativo. Ciò che conta è che l’atto comunicativo funzioni; ciò che conta, cioè, è l’efficacia pulsionale dell’impatto della cosa comunicata, per la sua capacità di attivare un processo neurale reattivo immediato nei destinatari. In definitiva la post-verità dichiara insignificante la dialettica speculativa vero/falso, in favore di una efficacia funzional-reattiva dei processi comunicativi destinati a plasmare l’agire sociale e i sistemi di governo. Mi piace ricordare il titolo di un libro di Musil: L’uomo senza qualità, che si attaglia alla condizione umana nella quale viviamo, determinata dalla effettività del potere delle centrali tecnologico-mediatiche del Web. Anche per loro vale l’espressione di Musil, riadattata: Potere senza qualità.

Vengo ora ad un secondo punto. Dopo il post-pensiero e la post-verità, un esito pratico: la post-politica.

La mia ricostruzione della situazione è la seguente.

E’ ormai un fatto consolidato che esiste un potere globale effettivo, tecnologico-finanziario, il cui fine è il governo del mondo.

Il percorso si articola su due livelli. Uno strettamente tecnologico: intelligenza artificiale, algoritmi, media; l’altro sanitario. Il fine comune è produrre una mutazione antropologica. Il primo, in modo subliminale, operando sul funzionamento cerebrale; il secondo sul binomio pandemia – paura. Il primo livello agevola l’efficacia del secondo in modi diversi: disabitua l’uomo al ragionamento riflessivo, stimolando quello reattivo (particolarmente efficace per la diffusione della paura). Determina istintivamente, infatti, diffidenza e sospetto interpersonali, frantumando l’ambiente sociale; ne segue che diventa difficilissimo diffondere idee critiche, idonee a dar origine ad un NOI collettivo; il solo che sarebbe capace di fronteggiare forme di potere locale funzionali al disegno globale.

L’obiettivo è creare un ambiente impaurito e obbediente, diffidente e sospettoso nei confronti di chi non è allineato: i media svolgono allora una funzione centrale silenziando o demonizzando le voci critiche.

A questo quadro occorre aggiungere una recente riflessione di Marco Rizzo, il segretario, come è noto, del sopravvissuto Partito Comunista Italiano. Riflessione che va ricordata, anche da chi, come me, “comunista” non è mai stato, perché è una analisi impietosa della attuale “sinistra” italiana, fatta non di “visioni del mondo” e di cultura, ma di atteggiamenti mentali conformisticamente salottieri. Con questa “sinistra” Rizzo non vorrebbe prendere neppure un caffè; condivido, perché ormai essere di sinistra è come prendere un thè in un salotto “bene” (attenzione: ho scritto “bene” non “borghese”!).

L’episodio cui ho fatto cenno mi è utile per mettere a fuoco la realtà attuale del mondo socio-politico; realtà che posso dire essersi ormai conclusa insieme all’idea stessa dei concetti storici di “sinistra” e di “destra” e, con essi, di quelli di “proletariato” e “borghesia”. Mi spiego.

Usare ancora questi concetti dà l’impressione di muoversi in un formidabile anacronismo, il quale tuttavia è necessario per comprendere esattamente il contesto sociologico attuale. L’idea della “sinistra” storica è collegata a due espressioni: “proletariato” e “classe operaia”; così come il termine “destra” ne evoca altre due: “capitalisti” e “borghesia”.

Le quattro figure ora ricordate nascono come produzione intellettuale di quel contesto filosofico-antropologico che fonda l’idea razionale di “soggetto”, sia individuale che plurale, l’io, il tu, il noi. “Soggetto” è sia l’io individuale sia il “noi” plurale; che poi quest’ultimo si chiami Popolo, Nazione, Classe, qui non fa differenza. È in tale contesto, che emergono due “parole”, che hanno una importanza decisiva per la storia della “sinistra” e che trovano la loro sintesi nel concetto di “classe”: borghesia e proletariato. Sono queste due parole che rappresentano storicamente quel mondo storico e umano, nel quale l’individuo si riconosce realizzato come soggetto storico concreto. Parole, nate e cresciute, dunque, nel contesto storico-culturale egemonizzato dal percorso del “razionalismo moderno”, che trova la sua “concretizzazione” nello storicismo dialettico hegelo-marxiano.

Occorre però mettere in luce una differenza: mentre il mondo “borghese” conserva in sé l’affermazione dell’individualismo capitalistico; al contrario, il mondo proletario, proprio attraverso la formazione di un soggetto collettivo, un “noi”, la “classe operaia”, riempie di senso e di riconoscimento, la solitudine umana del lavoratore. In più, una tensione tra le due dimensioni della soggettività, quella individuale e quella collettiva: libertà dell’io e uguaglianza del noi, con in mezzo, a mo’ di bilancino, la giustizia.

Una tale complessità della condizione antropologica trova, nello storicismo idealistico hegeliano, un dispositivo-chiave, attraverso il quale la Ragione Moderna si invera nella concretezza del racconto storico: la dialettica, come preparazione logica alla Aufhebung, la quale realizza nel materialismo marxiano il suo compimento di “classe”, appunto. La dialettica servo / padrone, borghesia capitalistica / classe operaia, conquista il suo superamento e riconciliazione, la sua Aufhebung, nella vittoriosa rivoluzione proletaria.

E’ questo retroterra storico che occorre avere a mente per comprendere l’idea di “sinistra” e la sua storia successiva, nel corso del ‘900: la sua trasformazione da rivoluzionaria in riformista e la sua affermazione nello Stato sociale di diritto. E’ infatti questa figura istituzionale e costituzionale che trasforma lo Stato di diritto liberale, egemonizzato dalla “classe borghese”, nello Stato di diritto democratico-rappresentativo, dove libertà individuale e giustizia sociale hanno trovato, nella seconda metà del secolo passato, dopo la sconfitta delle dittature, una loro accettabile affermazione, grazie alla mediazione culturale del pluralismo partitico e sindacale. Una composizione difficile e certamente tensiva tra la antinomicità del nesso libertà ­– uguaglianza, propria della relazione kantiana, e l’Aufhebung di origine hegelo-marxiana. Tutto sommato, però, capace di allestire, per il mondo occidentale, una certa pace sociale, almeno fino all’ultimo decennio del secolo. Soprattutto ha consentito di alimentare la politica come “pensiero”, “visione del mondo” e “progetto sociale”.

Questo mondo umano e culturale era potuto nascere ed alimentarsi in virtù di un fattore che i colossi del Web fanno gradualmente, ma anche rapidamente, scomparire: il lavoro nella fabbrica, come simbolo di un luogo fisico, dove il singolo possa trovarsi e sentirsi accomunato con altri nella medesima fatica. Fu la fabbrica che costituì la possibilità di “pensare” da un lato la classe operaia, e, di converso, dall’altro, la borghesia (interpretata marxianamente anch’essa come “classe”), corroborata eticamente, come riflesso del capitale ed dell’impresa (Weber).

Nelle nuove forme di lavoro da remoto, incentivate e rese quasi abitudinarie nella stessa mentalità delle persone, viene a mancare dunque quel fattore, la fabbrica, “performativo” di quell’antropologia politica che ho rapidamente descritto.

La sinistra “chic” di oggi, che ha consegnato alla destra la sua “classe operaia”, conosce questa storia? Le nuove generazioni che la compongono appaiono insensibili alla cultura dell’‘8 -‘900, o perché semplicemente la ignorano, da quando sono venute meno le “scuole di partito”, o perché la ritengono inutile, in quanto ormai estranea al funzionalismo pragmatico proprio della negoziazione tra poteri di fatto. Ne sono dimostrazione sia lo scenario globale sia i più modesti scenari di quelle che vengono ancora nominate “istituzioni” locali, con inevitabili ricadute nella gestione del potere di governo delle società locali.

Questa è la post-politica al tempo del post-pensiero e della post-verità.

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