Giuseppe Conte: una nuova visione?


3 Giu , 2021|
| 2021 | Terza Pagina

La pubblicazione del libro “Giuseppe Conte. Il carattere di una politica” (Edizione ETS, 2021) ci permette di compiere un’analisi che vorrebbe definire il senso della politica contemporanea, la sua crisi e le sue prospettive di rilancio. Come ricordano gli autori, Rita Bruschi e Gregorio De Paola, comprendere il politico Conte significa immediatamente comprendere il carattere del tempo politico in cui Conte ha agito. Il libro raccoglie interventi e discorsi tenuti dall’ex Presidente del Consiglio, che utilizzeremo per tracciare una mappa dei nostri tempi e per indicare una possibile azione per il futuro.

Crediamo che Giuseppe Conte abbia tratto la sua ampia popolarità dall’essersi presentato come testimone credibile della XVIII Legislatura, ossia di quella richiesta di cambiamento radicale che il popolo italiano espresse alle elezioni del 4 marzo 2018. Il senso di quelle elezioni venne compreso immediatamente dall’ex Presidente. Come affermò in un’intervista a La Stampa il 25.3.2019,

“Il 4 marzo non è stata una data qualsiasi. Non è stata un’indicazione di semplice alternanza. È cambiata la sensibilità popolare. Il messaggio è stato radicale […]. Il vecchio establishment è stato buttato giù e le vecchie élites sono state rimandate a casa. Insomma è stata espressa una volontà di cambiamento, un indirizzo radicale, che il mio Governo non tradirà”.

Le elezioni del 4 marzo sono stata la reazione del popolo italiano a tre decenni di accentramento oligarchico del potere economico, politico e culturale. Le vecchie classi dirigenti, corrotte, insipienti e pavide, sono state “buttate giù”, “rimandate a casa”.  Il 4 marzo è stata la risposta al predominio oligarchico del neoliberismo, delle follie ordoliberali dell’Unione Europea, dell’indebolimento della sovranità democratica, dell’inferiorizzazione del ceto medio italiano, dell’omologazione mediatica. Come ha affermato lo stesso Conte al Parlamento Europeo il 12.2.2019,

“La governance europea ha sostenuto politiche di rigore, tese esclusivamente a contenere i debiti sovrani entro precisi parametri […], con effetti devastanti sul piano sociale. Progressivamente e inesorabilmente la politica ha rinunciato alla sua funzione legittimante e rappresentativa apparendo, agli occhi dei cittadini, distante e oligarchica, incapace di comprendere i reali bisogni della collettività.”

Giuseppe Conte, con il governo Lega-M5s, si è presentato invece come rappresentante credibile di questo movimento di popolo, di questa epocalità della storia democratica europea. Questa voglia di voltare pagina attraversava trasversalmente ampie fasce della popolazione italiana, dalle zone deindustrializzate del Sud alle partite Iva, dalle piccole e medie imprese del Nord al ceto medio dei centri urbani, passando per le masse impoverite delle periferie. Nord e Sud, dipendenti e autonomi, paesi e città di provincia: il governo Conte si rese portavoce del popolo della domanda interna, del 99%, delle vaste quote del tessuto produttivo estromesse dall’estrazione di plusvalore internazionale, dei lavoratori ridotti a schiavi e delle imprese escluse dalla globalizzazione anomica.

Ma la questione non era solo economica. Il predominio dell’iniquità aveva minacciato la stessa autonomia del “politico”, la dimensione di autodeterminazione democratica dei popoli, concentrando il potere nelle mani di pochi e ostacolando in maniera perversa la democrazia culturale e quella economica, giungendo a minacciare la stessa sostanzialità politico-democratica, resa ormai un formalismo vuoto, un mero sacralismo elettorale, necessario solo a confermare l’agenda unica neoliberale.

“La potente carica oppositiva che il popolo europeo – nelle sue diverse declinazioni – sta manifestando nei confronti delle élites parla alle nostre coscienze, ci ricorda che la politica, asservita alle ragioni dell’economia, ha abdicato alle sue funzioni.” (Intervento al Parlamento Europeo, Strasburgo, 12.2.2019)

Giuseppe Conte comprese che il populismo non era la malattia di cui si lamentavano gli alfieri dell’alienazione, ma un sintomo. La vera malattia era la minaccia del capitalismo neoliberale alle fondamenta democratiche delle civiltà europee. Il populismo era cioè “solo” una richiesta, un grido, un’urgenza che milioni di persone stavano esprimendo ai partiti, ai corpi intermedi, per essere prese in considerazione, per non essere scartate dinanzi alla propaganda mercatista globalizzata, per mantenere la politica a contatto con le condizioni materiali dei ceti impoveriti, per salvaguardare il tessuto culturale delle nostre città, ridotte ormai a contenitori osceni di un mercanteggiare universale.

“Con le elezioni del 4 marzo gli italiani hanno espresso una richiesta, direi un’urgenza, per arrestare l’impoverimento e l’emarginazione causati dal lungo ciclo avverso della crisi economica, e per arrestare e contrastare i fenomeni negativi di un processo di globalizzazione che ha visto penalizzate ampie fasce della popolazione.” (Comunicazioni al Parlamento in vista del Consiglio Europeo, 11.12.2018)

Pandemia e populismo

Il punto che oggi è necessario comprendere è che le cause di questo successo, di ciò che i media hanno definito dispregiativamente “populismo”, sono ancora tutte lì. Anzi, sono aumentate. La pandemia ha esacerbato processi di malessere, di ingiustizia sociale, di impoverimento. Ha cioè svolto un ruolo di accelerazione degli stessi fenomeni economici, politici e culturali che stavamo vivendo anche prima. Il 4 marzo è ancora tutto lì, pronto a riesplodere, alimentato da nuove disparità, nuove omologazioni, nuovi conformismi.

Se volessimo essere ancora più precisi, dovremmo riconoscere che la pandemia ha sì aggravato le cause sociali ed esistenziali ma ha allo stesso tempo congelato il piano della politica, ossia di quel luogo deputato proprio a dare rappresentanza a queste necessità di cambiamento. Questi mesi di lockdown hanno quindi, da una parte, aumentato i fenomeni di esclusione, nichilismo culturale e impoverimento di massa; dall’altra, hanno bloccato il dinamismo politico-democratico, che è proprio la dimensione di sfogo dove queste istanze possono trovare una forma ordinata di rappresentanza.  

Ciò che stiamo creando è quindi un mix pericolosissimo, dove la crescita di malessere non trova spazio, non trova ascolto e quindi non trova voce nello spazio della politica. Senza una rappresentanza ordinata di questo malessere, rischiamo di esacerbare e incattivire la rabbia delle persone. Esse percepiscono nella loro vita insofferenza e mancanza di significato, ma nella politica sentono solo omologazione, conformismo, parole vane e vuote, sordità. Mentre nelle persone cresce il fuoco di una insoddisfazione radicale, di un rifiuto generalizzato delle forme di vita prestabilite, l’arena pubblica diventa un grande banco dei surgelati, dove uomini vuoti e impagliati, come direbbe Eliot, si limitano a una messa in scena di un copione già scritto.

Bisognerebbe avere l’umiltà e il senso di realismo per intervenire su queste cause strutturali, anche se questo potrebbe suscitare un giudizio negativo da parte di alcuni media mainstream, che magari potrebbero ridacchiare, accusarci di sovranismo, metterci in mezzo in un dibattito televisivo, ridicolizzarci. Viviamo in tempi dove chi è testimone credibile viene messo alla berlina, mentre chi si omologa viene promosso (ma solo fino a quando serve) agli onori della piazza.

“Certamente intervenire sulle cause profonde dell’allontanamento dei cittadini dalla politica comporta inevitabili costi: ad esempio, l’accusa di populismo. Ma, a ben vedere, comporre la frattura fra classe dirigente politica e popolo, tra élite politica e società civile, è il primo obiettivo che deve perseguire una forza di governo.” (Intervento alla conferenza The State of the Union – 21st Century Democracy in Europe, Firenze, 3.5.2019)

Anche perché, come ho cercato di dimostrare in un articolo apparso su Econopoly – Il Sole 24 Ore, la risposta europea alla crisi economica non può considerarsi soddisfacente. Certamente, l’istituzione del Next Generation EU ha una forte valenza simbolica, il cui merito va dato interamente alla grande capacità di mediazione e coraggio mostrata dall’allora governo italiano. Tuttavia, su un piano di mero impatto macroeconomico, i 191,5 miliardi su sei anni, di cui solo 68 a fondo perduto e solo 53 di prestiti per finanziare nuovi progetti, non riusciranno in alcun modo a far riprendere un’economia che già prima della pandemia viveva un lungo periodo di stagnazione.

Aggiungiamo che, ad oggi, a marzo 2022, finiranno gli acquisti netti di titoli di stato da parte della Bce all’interno del Pepp, e che nel 2023 rientrerà in vigore il Patto di Stabilità e Crescita, senza significative modifiche, e questo non vorrà dire altro che a questa crisi economica esogena rischia di sommarsi una folle crisi economica del tutto endogena ai meccanismi di gestione fiscale dell’Unione Europea. Il populismo, o comunque lo vogliamo chiamare (io preferisco: una sana volontà di riappropriarsi della cosa pubblica), è solo sospeso, come il Patto di Stabilità. È sicuro che quella rabbia ritornerà, e dobbiamo sperare anzi che trovi forme politiche capaci di farne un processo interno ai contorni costituzionali.

Il grande rischio

Con una definizione a nostro avviso fortunata, Giuseppe Conte si propose come rappresentante di un populismo gentile. La sua figura era infatti un’ottima mediazione tra le istanze radicali di cambiamento espresse nel 4 marzo e una personalità rispettabile, accademicamente e professionalmente indiscutibile. Marco Revelli scrisse giustamente che l’ex premier mediava bene tra “populismo e istituzioni”.

Quello che oggi dobbiamo capire è che quella capacità si fondava, e si fonda tuttora, su un equilibrio assolutamente instabile, precario, costantemente minacciato dal rischio di cadere in una delle due polarità: un populismo demagogico o una conformità all’esistente. Ad oggi, dopo l’alleanza strutturale con il Partito Democratico e l’entrata nel governo Draghi, dobbiamo riconoscere che il vero grande rischio è il secondo: in nome della mediazione assumere posizioni troppo attendiste, moderate. Anche perché dobbiamo ammettere che il mondo democratico è il primo ad essere affetto dal virus di ciò che, nel libro “Contro Golia. Manifesto per la sovranità democratica”, scritto insieme a Geminello Preterossi (Rogas, 2020), chiamiamo falso radicalismo: a parole si è per l’ambiente, per la giustizia sociale, per l’uguaglianza, ma nella prassi politica ci si limita a rendere più presentabile il sistema che prima si criticava.  

Il grande rischio è cioè quello di indebolire la carica contestativa di cui si era fatto tramite il M5s, con l’obiettivo di renderlo l’alleato, un po’ green e un po’anti-casta, dello stesso centrosinistra di cui per lustri si erano dette le cose più tremende. Questa manovra, senza una reale conversione del centrosinistra, renderebbe inutile la stessa esistenza del M5s, che verrebbe ridotto a un mero competitor del PD sui voti dei ceti mediamente colti dei centri città.

Il senso del M5s è invece quello di offrire una risposta contestativa alle asimmetrie strutturali che colpiscono i ceti medio-bassi, le periferie, ossia proprio quegli ambienti che sono stati maggiormente traditi dalla sinistra italiana. Insomma, l’esatto opposto del “popolo delle ZTL”. Se si perde quella fonte originaria di contestazione, si perde la ragione stessa di esistere, che era proprio quella di offrire un orizzonte trasformativo inedito, oltre le ideologie del Novecento, a quella pandemia anti-democratica che colpisce le civiltà occidentali.

Unire il cielo con la terra

La sfida che abbiamo dinanzi è quella di creare un equilibrio politicamente produttivo tra orizzonte trasformativo e prassi politica, tra ideologia e amministrazione parlamentare, tra aspirazione al cambiamento e gradualità democratica. Per far questo, serve innanzitutto un’elaborazione culturale straordinaria, un’aggregazione di pensieri e di idee, su cui Giuseppe Conte sembra voler giustamente investire. C’è bisogno innanzitutto di chiarire quale sia l’orizzonte trasformativo che debba orientare il nostro fare pratico, quale sia la nostra ideologia, il nutrimento spirituale a cui vogliamo abbeverarci.

Su questo aspetto, si possono creare delle connessioni inedite tra la cultura laica e l’orizzonte cattolico-democratico, a cui Giuseppe Conte esplicitamente si rifà. Abbiamo bisogno di sorgenti di acqua viva per combattere “l’angusta visione dell’homo oeconomicus, l’uomo considerato nella mera limitata dimensione dell’utile personale, rimpicciolito rispetto allo straordinario” (Assisi, 24.1.2020). Abbiamo bisogno di riporre l’uomo nella sua dignità assoluta e nella sua libertà incoercibile, ben al di là dei riduzionismi, delle mortificazioni che questo sistema produce nei corpi e nelle anime degli uomini e delle donne del XXI secolo.  

La battaglia è cioè economica, ma è anche antropologica. La lotta è politica, ed è questa la dimensione su cui si valuta la coerenza di ciò che si dice, ma è anche spirituale, e anche questa è una dimensione prettamente pratica, operativa, proprio perché è destinata a contraddire il sistema dell’iniquità nella carne delle nostre esistenze, nel marasma quotidiano in cui l’orizzonte linguistico dominante ci fa decadere. Ecco allora che, ad esempio, la lezione di un cattolicesimo democratico preso sul serio ci può invitare “a un ripensamento integrale, a una conversione, a un ritorno alle ragioni stesse del nostro stare insieme” (Firenze, 14.5.2019).

L’orizzonte di un nuovo umanesimo deve cioè ispirarsi all’integrità morale, alla radicalità evangelica di persone come Aldo Moro o Enrico Mattei, veri e propri martiri della loro immensa vocazione. Ma può andare anche al di là, ad una concretizzazione non solo razionale o morale, per come era possibile negli anni ’50 del secolo scorso, ma anche esistenziale, spirituale. Anche perché, è proprio “nei momenti difficili [che] la spiritualità sostiene più che mai la forza dell’impegno e dell’azione concreta” (Intervista a Famiglia Cristiana, 29.3.2020).

La sfida di Giuseppe Conte sembra cioè tutta interna ad un equilibrio precario tra radicalità e gradualità, tra orizzonte spirituale e prassi politica, tra Cielo e Terra. Senza il Cielo, la Terra diviene la terra desolata, di cui sempre Eliot ci mette in guardia. Senza Terra, il Cielo diviene un luogo dove fuggire con i propri falsi radicalismi e ipocrisie. Il compito, su questo prettamente cristico, è invece di coniugare in forma creativa il Cielo e la Terra, l’orizzonte simbolico e la prassi economica, l’ambizione alla trasformazione e la coerenza pratica.

Su questo, chi scrive ritiene che ci sia un campo di azione immenso e fecondo, praterie per una cultura politica nuovamente rivoluzionaria. Dopo il crollo degli orizzonti trasformativi novecenteschi, e il congelamento neoliberale, possiamo ritornare ad ambire ad una contestazione radicale degli ordini economici, morali e spirituali di questo mondo. La sfida è quella di rimanere radicati in questa ambizione, giorno per giorno, creando luoghi di aggregazione dove elaborare una nuova cultura, rigenerando da dentro tutte le discipline, facendo dialogare il pensiero alto con le esigenze del popolo, grandi riflessioni con eventi di massa. Insomma, serve un contenitore politico dove costruire questa nuova grande speranza.

La sfida è quella di rilanciare una processualità democratico-radicale, assumendoci un compito storico alto, prendendo ciò che era giusto ed essenziale dal 4 marzo 2018, per farne una proposta politica ancora più forte e seria di quella che si diede allora. Noi, certamente, proveremo a contribuire.

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