Giustizia educanda


4 Giu , 2021|
| 2021 | Visioni

 La legalità ha – o dovrebbe – avere dentro di sé un’idea, un valore, una funzione istituzionale. La parola, quasi bandita dalla odierna tecnocrazia giuridica, è di quelle con cui si è fatta la storia occidentale: la sua prima dimensione è tuttavia processuale e la legalità ne è semplicemente un mezzo, né l’unico né il migliore. Una parola emozionante, naturalmente nobile, una divinità, nel linguaggio, secondo l’incipit del Digesto giustinianeo, dei “sacerdoti del diritto”, cioè degli autentici giuristi, che appunto la adorano: Giustizia

 Retorica, anche verbale, d’altri tempi? Nient’affatto. Semmai il luogo comune è legalità e dintorni. Luogo comune perché integra un canone ormai universalmente accettato ma deviante. Luogo comune in quanto il sistema è esso stesso panlegale: il diritto ridotto a legge, la cultura giuridica ridotta a cultura della legalità. Riduzione implica qui la dimidiazione di un progetto umano potentemente civilizzatore e comunitario: la riparazione dei torti subiti (e molto altro ancora). Con (sola) legalità in campo ci si accontenta di essere ossequienti alle formule – spesso mal composte, mal combinate, astutamente interpretate – della legge. Agli studenti delle facoltà giuridiche non si pensa nemmeno di ricordare loro che la missione è quella di impegnarsi per offrire agli uomini (e particolarmente ai più deboli e alle vittime) un’occasione di giustizia in terris. No, a loro si chiede di mandare a memoria catene verbali spesso astruse: asetticamente, senza alcuna partecipazione, come dei cantastorie.

 Non è sempre stato così. Per un paio di millenni nelle scholae di diritto si insegnava la iuris prudentia: la prudenza come viatico per la giustizia alla quale venivano innanzi tutto introdotte le matricole. La prima parola da pronunciare non era lex, e nemmeno ius, ma iustitia: un approccio al diritto squisitamente etico-filosofico.

 L’illuminismo, che pur aveva le sue (buone) ragioni, finì con il mettere in crisi irreversibile questa tradizione educativa: il campo veniva occupato per intero dai codici, cioè dalle leggi. Irrompeva una nuova prospettiva, destinata a divenire totalizzante nel Novecento e ancora viva ai nostri giorni. Fichte aveva lucidamente presagito il passaggio epocale annunciando che l’incipiente legolatria avrebbe avuto una conseguenza non indifferente, questa: l’irrilevanza dell’idea di giustizia in quanto non legale, con il che ciascuno avrebbe potuto pretendere «soltanto la legalità dell’altro».

 Noi siamo ancora qua; ma siamo inquieti e preoccupati perché non ci sentiamo veramente tutelati. Il primato della legge resiste e ciò non è in sé un male perché la legge, in una democrazia, è presidio di libertà. Sono però affiorati vari inconvenienti, tra cui almeno un paio di contraddizioni che compromettono gli obiettivi di sistema consegnati a un dispositivo – la legge – che dovrebbe accomunare e generalizzare il più possibile, quale viva vox populi.

 Prima contraddizione. Oggi la tendenza è quella di contenere le leggi generali e sono in lievitazione le leggi riferite non alle masse, ma a categorie, talora ristrette, di individui. È una linea di politica legislativa che crea un’anomalia sistemica: l’esigenza è la tutela delle minoranze e tuttavia la crisi della generalità può compromettere la priorità che è la tutela della maggioranza

 Seconda contraddizione (connessa alla prima). Alla legge si sono affiancati e, in certo senso, sovrapposti i (molti) diritti la cui matrice è spesso extra-legale. Su una disposizione oggettivamente vaga, quale l’art. 2 Cost., possono sempre incardinarsi nuovi diritti a cui i giudici, a loro volta, possono agevolmente dare riconoscimento concreto. Non faccio questioni di merito, ma di metodo. Questo circuito normocreatore – Costituzione, diritti, sentenze – esclude l’intervento del legislatore e, dunque, prescinde dal consenso popolare che non è certo barattabile con il gradimento di un giudice o di un gruppo di giudici.

 Sicché, evocando la legalità, occorrerebbe precisare che il sistema non è consegnato soltanto ad essa; e che essa, anzi, è in difficoltà per l’emergere di varie forze centrifughe alle quali non ascriverei soltanto il circuito dei diritti ma pure le normative di produzione privata che mirano al disciplinamento di settori importanti della vita civile. Se allora la legalità è ancora da intendersi, in una repubblica come l’Italia, quale manifestazione della sovranità popolare ed espressione di democrazia, è un fatto che è vi è una normatività che prescinde dalla volontà del popolo o dei suoi rappresentanti.

 Ciò nonostante, si è appena detto che la legalolatria resiste come un totem nell’immaginario collettivo e ostacola la desiderata, e mitizzata, riforma dell’amministrazione della giustizia. La convinzione è che il sistema si possa aggiustare attraverso nuove leggi. Ottenebrati dalla legolatria non si vede che il sistema è fallito perché ingolfato da troppe leggi e, nel processo, da troppe leggi inutili che impongono adempimenti procedurali insulsi e pesantemente dilatori.

 In questo contesto culturalmente povero le facoltà giuridiche introducono i giovani nel mondo del diritto e li corredano abbondantemente di schemi e schermi con cui sarà poi ardua impresa cogliere il nocciolo del reale da cui alla fine potrebbero non essere nemmeno mai tentati.

 Il problema autentico è l’assenza di educazione alla giustizia. Così siamo abituati, meglio assuefatti, all’amministrazione: la giustizia è mummificata e in luogo di lei vediamo e ci riconosciamo in sequenze di atti, un pro-cedere di tipo curiale, che incessantemente, e irriflessivamente, va lentissimamente verso l’ultima forma, la sentenza. E se c’è una sentenza, sia pur dopo un ventennio, il sistema è soddisfatto, la legge è stata applicata, la legalità ha trionfato.

 Ma al centro dello spazio pubblico processuale vi è la giustizia prima che la legge o la leggina dei nostri giorni; e ci attenderemmo di trovarvi professionisti educati a rispettarla e a perseguirla. Ma è possibile se scuole, facoltà giuridiche, organizzazioni professionali, ambienti forensi sono dediti ad altro? 

L’impressione è che coloro che dovrebbero dare opera per la giustizia sono attenti ad essere artefici soprattutto della propria fortuna e si servono dell’amministrazione (della giustizia) per ottenere fama, popolarità, denaro, ascese carrieristiche: non occorre far qui nomi e cognomi perché l’esemplificazione è ricca a tutti i livelli.

 Di questa latitanza nessuno parla; ma la giustizia è educanda nel senso sono da educare coloro che dovrebbero essere professionalmente dediti ad essa. Ma se non vogliamo educare alla giustizia in nome del tecnicismo, che valuta inutili filosofia, storia, etica per l’introduzione e la vita nel mondo del diritto, cessino allora le querule; e siam contenti di avere magistrati sempre meno indipendenti e avvocati pronti alla difesa ad oltranza del proprio cliente e, più ancora, del loro interesse economico.

 Vi è, in Italia, un’etica pubblica da ricostruire, anzi da costruire, penso ex novo. L’interesse comune deve essere il focus di qualunque spazio pubblico. Prendiamone atto, magari inneggiando un po’ meno ai diritti (e subendo un po’ meno il becero individualismo che anch’essi alimentano), insegniamo la grammatica dei doveri, combattendo avidità ed egoismo; e incominciamo a ricordarci che il diritto è anche sanzione e allora coltiviamo un po’ meno beatamente il diritto mite e non sentiamoci in difficoltà con l’art. 27 della Costituzione se qualche volta i colpevoli vengono puniti severamente perché rendere giustizia significa, se non erro, proprio questo.

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