La cultura dell’ipocrisia: al di là dello sfogo e del piagnisteo


5 Giu , 2021| and
|2021|Visioni

La cultura in Europa (e un po’ in tutto il mondo) si trova in uno stato di narcolessia acuta da almeno trent’anni. Da tempo infatti non si riescono più a sentire voci capaci di risvegliare, con la forza di un pensiero profondo, le coscienze civili ormai sempre più disperse e lasciate sole in preda al panico generale. La spinta verso una deriva totalitaria, in molte delle decisioni politiche di questi ultimi tempi – pensiamo ad esempio all’estensione a oltranza di quel delicato principio giuridico che si chiama stato di emergenza – è diventata una spinta sotterranea che rischia di spostarci sempre di più in scenari politici e sociali poco confortanti. Stiamo assistendo a una continua delegittimazione, da parte della stampa di regime, di tutte quelle posizioni non allineate al sistema. Esse subiscono etichettature d’ogni genere: “complottiste”, “negazioniste”, “antidemocratiche”, “massimaliste” eccetera eccetera. Senza, tra l’altro, distinguere i ciarlatani dai premi Nobel, creando così una confusione tremenda che non aiuta nessuno a comprendere quale sia davvero l’entità dei problemi.

Chiedere, ad esempio, di avere uno spazio pubblico in Rai dove far dialogare scienziati di opinione diversa sul caso dei vaccini, sulle procedure mediche sanitarie alternative allo strapotere delle Big Pharma; oppure chiedere che vengano messi a confronto i molteplici punti di vista in materia economica e finanziaria, visto che la gestione dei soldi del Recovery Fund non è qualcosa di tecnicamente a-politico come vogliono lasciare intendere gli amanti del pensiero neoliberista; ecco, chiedere queste semplici cose è diventata una missione impossibile. Chiunque provi a farlo, chiunque pretenda che ci sia una maggiore pluralità nell’informazione del servizio pubblico, diventa come minimo un soggetto non controllabile, instabile e quindi incapace di intendere e di volere. Perciò dev’essere immediatamente messo a tacere, allontanandolo dalla agorà pubblicain quanto pericoloso per sé e per gli altri.

Persino lo storico conduttore televisivo Michele Santoro lo scorso martedì su La7 dopo essersi confrontato animatamente con i soliti giornalisti (tuttologi televisivi) sul tema della mancanza di una informazione libera e partecipata, ha dovuto gettare la spugna di fronte alla totale omologazione del pensiero unico dei sui interlocutori. Un pensiero unico che, in fondo, è tragicamente incapace di sintonizzarsi con i sentimenti di contestazione e di rabbia che stanno emergendo giorno dopo giorno in tutto il paese. Ciò che sembra non essere chiaro a costoro è che prima o poi queste animosità represse, come ci insegna da più di cento anni l’indagine psicoanalitica, esploderanno senza mezzi termini. La storia passata è piena di situazioni limite simile a quella che stiamo vivendo, ma mai come in questo momento l’ipocrisia di una informazione asservita al potere dominante si è resa così sfacciatamente evidente.

Intendiamoci, la stampa e l’informazione è da sempre (in grossa parte) il megafono della propaganda dei “valori” dei padroni di turno. Quello che è stato battezzato in sociologia col nome di quarto potere, in realtà, non ha mai del tutto realizzato di essere la vera spina nel fianco degli altri tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. E non solo di questi tre, ma, a dire il vero, di ogni potere precostituito. Questo è il motivo per cui le domande scomode, le inchieste pungenti, piuttosto che le interviste non preparate a tavolino sono ancora oggi delle rarità. Cosa che in un sistema “democratico”, che dovrebbe essere totalmente trasparente nei confronti del popolo, è davvero una malformazione su cui varrebbe la pena riflettere con maggior serietà.

All’inizio del XXI secolo, precisamente nel 2004, lo psicoanalista James Hillman in un suo libro dal titolo apparentemente ossimorico Un terribile amore per la guerra, fece un elenco di tutte quelle alienazioni che fanno capo alla struttura comunicativa di un paese che si dice fortemente democratico come gli Stati Uniti d’America. Egli comincia prendendosela con: “Gli strapagati speechwriters e gli accorti estensori di veline o le conferenze stampa calibrate in modo da nascondere e negare in nome di princìpi superiori, come «la sicurezza nazionale»; gli azzimati e neutrali conduttori di talk show; l’ipocrisia evasiva della «informazione imparziale»; la melassa che viene sparsa dopo un incidente; gli spot delle case farmaceutiche che seminano paura camuffandola da desiderio di curare e alleviare; i predicatori domenicali; il titillamento delle interruzioni («Mi dispiace, il tempo è scaduto, devo chiudere il collegamento») prima che si possa raggiungere una qualche conclusione soddisfacente”[1]. Finito di stilare questo elenco che a rileggerlo è di una lucidità analitica impressionante, aggiunse anche che tutto questo non può che essere un “incessante bombardamento del popolo” da parte delle agenzie di telecomunicazione. Le bombe che vengono sganciate quotidianamente sulla nostra testa egli le chiama: “tossine dell’ipocrisia”. Queste enormi macchine cacofoniche formano una vera e propria “arma di distruzione di massa” che “evoca una risposta subliminale di disgusto e di rabbia impotente e provoca la disaffezione per la partecipazione alla vita della polis, una crisi generale di senso, il degrado dell’innata intelligenza e dignità dei cittadini e della loro percezione della verità, accendendo la miccia di una rabbia terribile”[2]. Non ci sono molte parole da aggiungere. Chissà cosa direbbe oggi Hillman se fosse ancora in vita. Probabilmente constaterebbe allibito che ciò che aveva intravisto all’inizio del secolo, oggi, a distanza di diciassette anni, è diventata la norma contro cui è molto faticoso avere a che ridire. C’è stato in questi ultimi anni un arrugginimento del filtro comunicativo che ha fatto sì che ogni notizia, ogni informazione sui fatti e sugli eventi, siano essi locali o di carattere globale, non possa più essere raccolta senza porsi il problema del conflitto di interessi (tema completamente eclissato nel discorso politico attuale).


Lo stato di salute dei cittadini europei è uno stato prossimo alla cagionevolezza cronica. Questo anno e mezzo di pandemia non ha fatto altro che aggravare tale situazione. C’è molta impazienza, insoddisfazione, depressione e ansia mista a senso di riscatto sociale nel cuore del paese. L’atteggiamento del sistema nel suo insieme è quello di trincerarsi dietro una visione tecnoscientificadegliesperti”, unita all’avanzare di una tecnopolitica[3] sempre più preoccupante e su cui tanto ha insistito nel metterci in guardia l’ormai compianto giurista Stefano Rodotà[4]. È indubbio che questo sistema oligarchico si stia difendendo così: prima nascondendosi dietro i cavilli burocratici di uno stato Leviatano che fagocita sé stesso, poi riparandosi all’ombra di un falso consenso frutto di un’opinione pubblica disarticolata e tramortita dalle valanghe di numeri e di dati che vengono calati dall’alto – incessantemente – con la violenza del dogma incontrovertibile. Una politica che non ascolta le divergenze interne alla società è una politica morta. E non basta fare orecchie da mercante concedendo le briciole ai dissenzienti o regalando qualche comparsata televisiva per sentirsi in pace con la coscienza. Il conflitto fra una parte del paese disaffezionato al dibattito politico e l’establishment, arroccato e sordo ai richiami di quella parte, è ormai uno scontro aperto. Servirà del tempo prima che le cose possano ritrovare un assetto meno polarizzato e aggressivo, ma ciò non potrà accadere fino a quando l’intero governoeuropeo non prenderà atto di stare perseguendo una strada senza via d’uscita. Questo sarebbe il compito di una nuova Europa: ritrovare uno scopo comune che sia all’altezza delle sfide che ci attendono, abbandonando definitivamente la visione riduzionista e tecnocentrica di stampo neoliberista che l’ha posseduta fino a questo momento.

Per cambiare il paradigma di potere dominante servono denunce forti, ma, ancor di più, serve una visione culturale alternativa. “Strappare la maschera dell’ipocrisia dalla faccia del nemico”[5], come scriveva Hannah Arendt nel suo saggio Sulla violenza, può diventare presto un atto di “irrazionalità” politica. Desiderare di voler epurare l’informazione dominante attraverso l’uso di linguaggi e azioni violente è il modo migliore per alimentare quel sistema che, fino a un attimo prima, si voleva contestare e neutralizzare. È la famosa legge del taglione, che sappiamo bene dove ci conduce. Perciò, in questi casi, la cautela non è mai troppa. Mettere insieme la fatica della critica con la ben più grande fatica della costruzione di una nuova cultura più relazionale è il baricentro dell’azione politico-rivoluzionaria del futuro. È in questa direzione che occorre lavorare, tutto il resto è ipocrisia al quadrato che non serve a nulla e fa solo perdere del tempo prezioso. L’informazione è un nodo fondamentale da sbrogliare, per arrivare a raggiungere una dimensione politica migliore. Prima ce ne accorgiamo e meglio è.


[1] James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi, Milano, 2005 pag. 171-172 (corsivo mio)

[2] Ibid., pag. 171

[3] “Il rapporto tra la politica e la tecnica non può essere descritto solo in termini strumentali, come se la tecnica si limitasse a mettere a disposizione della politica dei mezzi di cui questa si serve senza per ciò veder modificate le proprie caratteristiche”. Dalla voce tecnopolitica dall’enciclopedia Treccani.

[4] Stefano Rodotà, Tecnopolitica. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Laterza, Roma-Bari, 2004

[5] Hannah Arendt, Sulla violenza, Guanda, Parma, 1996 pag. 48

Di: and