A proposito degli imprenditori che “non trovano lavoratori”


12 Giu , 2021|
| 2021 | Visioni

In queste settimane (come ogni estate, a onor del vero) si susseguono le notizie sugli imprenditori che “non trovano lavoratori”. E questo – incredibilmente! – nonostante i milioni di disoccupati e le centinaia di migliaia di posti di lavoro persi solo l’anno scorso. Paradossale, no?

La colpa – a detta dei suddetti imprenditori, subito spalleggiati dalla coppia liberal-liberista Salvini-Meloni – sarebbe ovviamente del reddito di cittadinanza, reo di togliere ai giovani la voglia di lavorare e forse di allontanarli un po’ troppo dal contatto diretto con la durezza del vivere, come avrebbe detto Padoa-Schioppa. Perché uno dovrebbe andare a lavorare – ci ripetono i corifei della durezza del vivere – se può essere «pagato per starsene tutto il giorno sul divano» (formula che ci sentiamo ripetere ad nauseam da anni)?

Salvo poi scoprire che le “offerte di lavoro” in questione prevedono inequivocabilmente stipendi da fame, buste paghe false, orari infiniti. E questo quando le cose vanno bene. Proprio l’altro giorno Nicola Ferrelli, noto ristoratore milanese, ha denunciato lo “scandalo” dei giovani che prima di accettare il lavoro «ti chiedono quante ore devi fare, quanti soldi mi dai». Anche solo pretendere di sapere quanto si verrà pagati per svolgere un certo lavoro viene ormai considerato un sintomo dell’intrinseca svogliatezza dei giovani, che farebbero bene a «rimboccarsi le maniche» – come ha detto Tonio Anselmo, neoresponsabile CISL commercio, servizi, turismo – e a non fare troppe domande.

Insomma, più che la voglia di lavorare, ai giovani sembrerebbe mancare la voglia di fare gli schiavi. In questo senso, la “colpa” del reddito di cittadinanza sarebbe di alzare di poco l’asticella di quello che uno è disposto a subire semplicemente per sopravvivere e dunque di ridurre il bacino dell’esercito industriale di riserva: un fatto semplicemente inaccettabile per chi ha una concezione neoschiavistica dell’economia, in cui il lavoratore deve essere costretto dai morsi della fame ad accettare qualunque tipo di lavoro e qualunque salario gli venga offerto, come ai tempi del liberalismo ottocentesco.

E il bello è che non lo nascondono neanche. Proprio l’altro giorno l’ineffabile Salvini ha detto: «Molto semplicemente, se tu prendi 600 euro per stare a casa a guardare la televisione e ti offrono 600 euro per fare il cameriere… la soluzione la lascio intuire». Insomma, per Salvini sarebbe normale fare il cameriere, magari a tempo pieno, per 600 euro al mese (cioè per meno della soglia di povertà, oggi stabilita dall’ISTAT a 780 euro). Come si diceva, più che la voglia di lavorare, ai giovani sembrerebbe mancare la voglia di fare gli schiavi. E lo dimostra la vicenda della Sammontana, che ha avuto un’idea rivoluzionaria: offrire un contratto e un salario degni. E infatti si è vista sommergere da migliaia di domande di lavoro per 350 posti da stagionali. Ma pensa te!

L’aspetto più odioso di tutta questa vicenda, però, è l’idea – sottesa o esplicita – per cui questo non sarebbe il momento di fare troppo gli schizzinosi: il paese è in crisi e per far ripartire l’economia serve il “sacrificio” e “l’impegno” di tutti; in un secondo momento, una volta fatta ripartire la macchina, si potrà semmai tornare a parlare di diritti, retribuzioni degne e altri lussi che adesso non ci possiamo permettere.

Purtroppo, come ricordava Federico Caffè, si tratta di un artificio retorico che ha una lunga storia nel nostro paese: dall’appello, nell’immediato dopoguerra, a «ricostruire innanzitutto» fino alla “politica dei due tempi” (sacrifici oggi e contropartite domani) degli anni Settanta – peccato, diceva Caffè, che il secondo tempo non arrivava mai. È una logica contro cui Caffè si è battuto tutta la vita.

Così scriveva in un articolo illuminante del 1945, quindi all’indomani della guerra e con un’Italia ancora in macerie (e dunque in una situazione ben peggiore di oggi):

«Con un certo disappunto per il fatto di dover insistere su questioni tanto evidenti da potersi ritenere addirittura banali, si ripete spesso – da vari pulpiti – che, nelle condizioni attuali del nostro paese, ci si debba preoccupare “soprattutto ed innanzitutto dei problemi della produzione”. Tema, questo, da cui deriva tutta una serie di variazioni, in verità piuttosto monotone. Come avanzare pur rispettabilissime pretese in fatto di distribuzione, si dice, se prima non si pensa a produrre quanto più si può e come meglio si può? Che cosa si può dividere più o meno equamente, se prima non si accresce la quota da ripartire? Si vuol forse (potenza delle frasi ad effetto) collettivizzare la miseria? Quella di rendere la torta quanto più ampia possibile non è forse la via migliore per accrescere la fetta che spetta a ciascuno? Tali affermazioni che ciascuno ognuno di noi ricorda di aver lette e ascoltate e che non mancano di suscitare un notevole consenso, devono la loro diffusione più a una forma di inerzia mentale che a una loro reale forza persuasiva. In sostanza, esse riflettono una concezione secondo la quale produzione e distribuzione sono due fenomeni non solo distinti, ma tra i quali è inevitabile ammettere un “prima” e un “dopo”. L’immagine irresistibile della torta alla quale tanto spesso si fa ricorso, vuol esprimere appunto con immediatezza questo rapporto di subordinazione temporale e funzionale del distribuire rispetto al produrre, Pure questa stessa priorità della produzione non trova convalida ne nella teoria, né nel buon senso.

La frattura fra produzione e retribuzione si determina quando si è costretti a riconoscere che quest’ultima, attuata in base al principio suddetto, non è affatto socialmente giusta e obiettiva come sembrerebbe a prima vista. È a questo punto che si tira in ballo la distinzione fra il produrre come fatto tecnico ed il distribuire come latto sociale, tra l’affermata appartenenza del primo all’ordine dei fatti economici e del secondo all’ordine dei rapporti morali, con la finale conclusione della priorità del fenomeno della produzione, senza del quale – si dice – nulla si potrebbe distribuire. Quanto alle esigenze sociali di una “equa” distribuzione, vi si provvederebbe in un secondo tempo, attraverso strumenti distributivi fiscali, assicurativi, assistenziali. Ora l’equivoco e tutto qui: non esiste un problema di distribuzione che non sia al tempo stesso problema di “equa distribuzione”. La corrispondenza del riparto a ciò che la coscienza sociale considera come “equo” non può rinviarsi ad un “secondo momento”, mediante l’attuazione di processi redistributivi, ma deve essere garantita all’atto stesso in cui si organizza la produzione e nelle forme stesse in cui questa si realizza. Mantenere su due piani distinti il problema tecnico della produzione e quello sociale dell’equa distribuzione significa praticamente lasciare insoluto questo ultimo, come dimostra il fatto che la libertà dal bisogno, l’attenuazione delle disparità economiche individuali, l’uguaglianza nelle possibilità sono ancora oggi mete da raggiungere, pur essendo aspirazioni antichissime. Mete che non verranno mai raggiunte per il solo fatto che la produzione si accresca e migliori, perché ciò si è già verificato nel passato, senza che quelle esigenze sociali venissero soddisfatte».

Non si può che rimanere sbalorditi di fronte all’attualità delle parole di Caffè, che con la sua consueta lucidità ci mostra la via maestra per uscire dalla crisi: da un lato pretendere che tutti i lavoratori percepiscano un salario dignitoso; dall’altro, affrontare alla radice le cause strutturali che impediscono a molte imprese piccole e medie (soprattutto nel campo della ristorazione) – e parliamo dunque di quelle che sono in buona fede, non di chi punta a massimizzare i profitti sulle spalle dei lavoratori – di offrire livelli salariali decenti senza vedere irrimediabilmente compressi i propri margini. Questo vuol dire ribaltare il modello economico dominante, fondato sulla compressione della domanda interna, la disoccupazione strutturale di massa (principale nemica degli imprenditori che vivono di domanda interna) e la liberalizzazione selvaggia di interi settori, che trova ovviamente nell’architettura economica europea uno dei suoi pilastri fondamentali. Nella consapevolezza, come diceva Caffè, che l’uguaglianza sociale si costruisce «all’atto stesso in cui si organizza la produzione e nelle forme stesse in cui questa si realizza».

L’alternativa è continuare a gettare benzina sulla strisciante guerra sociale tra classe media in via di proletarizzazione, poveri e poverissimi.

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