Maurizio Sarri: l’icona proletaria del calcio


13 Giu , 2021| and
| 2021 | Sport

I laziali lo hanno riconosciuto dal primo momento come uno di loro. Un nome pesante, un personaggio partito dal basso e arrivato lassù, nel firmamento del calcio che conta, che però non ha cancellato le origini. Maurizio Sarri, prima ancora di iniziare, appartiene già di diritto alla storia del club, insieme ai Maestrelli, ai Chinaglia, ai Fiorini. Umili e trascinatori, battaglieri, eroi miti e ruvidi, nel bene e nel male, all’insegna di un calcio fatto di sudore e passione.

Un nome – una «suggestione» – accostato alla panchina della Lazio solo poco più d’una settimana fa. Da allora, giorno per giorno, ora dopo ora, minuto per minuto, i tifosi biancocelesti hanno invaso il web e i social. Scaramantici, come chi è abituato a vivere nella propria città sempre sulle barricate, ma fragili al sogno. Tutti lì, a sperare e disperare insieme, a rincorrere le voci, le indiscrezioni, le false piste dei cronisti sportivi, sulla scia di improbabili account twitter e sedicenti guru del calcio mercato. A pendere dalle virgole e dai punti, a commentare post e commenti, tra un’esegesi e l’altra. E’ una piccola via crucis nell’attesa del comunicato ufficiale, una settimana o poco più, ma intensa, estenuante. I forum scottano, traboccano, fanno da camera di compensazione 24 ore su 24, notte inclusa. Ci si consola e conforta, trascinandosi sottobraccio, ripetendo “è fatta, manca solo la firma”, ma temendo il peggio. C’è chi non vuole crederci, chi aspetterà l’ufficialità e anche oltre. La paura della brusca frenata e del duro ritorno alla realtà è sempre dietro l’angolo. I laziali ricordano Bielsa, Giroud e il caso David Silva, tutti sfumati all’ultimo e dopo averci creduto. Stavolta non è stata così. Anche il più atavico dei tifosi, di fronte al nome di Maurizio Sarri – prima bisbigliato, infine urlato – ha dovuto scrollarsi di dosso i cliché avvelenati di una narrazione mefitica. L’increspatura è cresciuta, poi è diventata un’onda e alla fine ha travolto schemi e fisime del tifo biancoceleste. Ha sotterrato pessimismi ancestrali, riti scaramantici, persino gli scetticismi sulla gestione di Lotito, additato a eterna macchietta sulla stampa nazionale.

Sarri arriva non come un qualsiasi allenatore. Con sé porta uno stile, un modo di vivere lo sport, un’etica – una filosofia addirittura, come da più parti si legge. Di gioco, innanzitutto. 4-3-3 o 4-3-1-2 per gli esperti di moduli. Il calcio sarriano è divertimento, offensività, gioco di prima, verticalità e niente paura, solo rispetto per l’avversario. Soprattutto, motivazione, fiducia nei propri mezzi. Il sarrismo è oramai un neologismo riconosciuto anche dalla Treccani: «concezione del gioco del calcio fondata sulla velocità e la propensione offensiva», ma anche «modo diretto e poco diplomatico di parlare e di comportarsi». Le sue squadre giocano senza remore, una rete fitta e rapida di tocchi, fosse anche nella propria area di difesa e sotto il fuoco del pressing avversario. «Mi piacerebbe vedere undici facce di cazzo che palleggiano sulla faccia del Manchester City», disse ai tempi del Napoli, alla vigilia di una delicata partita di Champions. Questo è il Comandante. Lo chiamano così per i suoi principi e per il modo di applicarli, ma anche perché piace giocare con il personaggio e farne un’icona alla Che Guevara. Anticonformista lo è di sicuro e non si dà cura di nasconderlo. «Sono uno diretto a cui piace dire le cose in faccia e a cui piace che gli vengano dette le cose in faccia». Il politicamente corretto non gli appartiene, ne sanno qualcosa i giornalisti che hanno avuto a che fare con lui nelle conferenze stampa. Anche il look è ribelle ai canoni, tuta e barba rasata male, né giacca né cravatta, l’immancabile sigaretta a pendere dalle labbra. Sul proprio account la Lazio ha dato l’annuncio ufficiale della firma con l’emoticon di una sigaretta. Le tabaccherie faranno affari d’oro. E guarda caso le sue iniziali coincidono con una nota marca di sigarette. Ma non sono quelle che fuma, pare.

Sarri ha allenato anche squadre dell’establishment, la Juventus e il Chelsea, e con loro ha fatto quel che doveva, ha vinto uno scudetto e un’Europa league. Ha scalato l’élite del calcio ed è entrato a farne parte. In quegli ambienti è stato acclamato e criticato. Ma il suo mondo è un altro. Il curriculum vitae registra una carriera di calciatore nei tornei dilettanti, poi un lavoro da impiegato di banca, per approdare solo dopo nelle vesti di allenatore. Parte dal basso, con lo Stia, nei campionati d’eccellenza. La stoffa c’è. Passa alla Sansovino e alla Sangiovannese, arriva in serie C, e finalmente con il Pescara esordisce nella B. Da quei campi di provincia Sarri porta con sé la voglia di riscatto, l’ambizione, la terra sotto le scarpe. La consacrazione definitiva arriva con l’Empoli, squadra rivelazione nel campionato di massima serie, stagione 2014/15. La sua formazione gioca un calcio spumeggiante, dà spettacolo e si salva, dopo una partenza disastrosa, con quattro giornate d’anticipo. Spettacolo sì, ma non quello senz’anima da Superlega che i top club – dopo essersi indebitati – vorrebbero organizzarsi a porte chiuse, lasciando fuori tutti gli altri di serie inferiore. La filosofia del sarrismo è l’antitesi del calcio globalizzato in full-hd, giocato da star dello schermo. I suoi screzi con Ronaldo, ai tempi della Juve, sono storia nota.

Sarrismo è la bellezza del 4-3-3, ma senza i dogmatismi del suo antesignano Sacchi. Una bellezza efficace, propter hoc rivoluzionaria. Sarri guida e dirige come un direttore d’orchestra. Il movimento delle sue squadre sembra caos, invece è ordine. I suoi calciatori corrono come elastici che si allungano e s’accorciano. Sul terreno, disegnate, sembra di vedere linee e rombi, e si sente persino un ticchettio di meccanismo sincrono. Il suo Napoli era un tributo di bellezza. «Credo che diciotto persone possano fare un colpo di stato e prendere il potere». Comandante, non per caso.

Figlio di un operaio toscano emigrato a sud, verso l’Italsider di Napoli, pare che Sarri sia uomo di sinistra, di una sinistra che non c’è più. Un comunista, addirittura, qualcuno sostiene. Il nonno era un partigiano. «Se si candidasse, voterei Landini», ha confessato una volta. Un’aria antica che pare ancora di cogliere nel calcio delle sue squadre, tatticamente moderno, ma con quel retrogusto proletario di terra e sudore. Qualcuno era inevitabile non resistesse alle battute sull’allenatore comunista alla guida della Lazio. Ma, fuori di goliardia, se si getta uno sguardo ai social, l’inflazione di fotomontaggi di Sarri in versione Che Guevara fa capire che i laziali apprezzano questa narrazione. Vale anche il contrario. Per Sarri la Lazio è l’occasione di tornare sul campo per mettersi nuovamente in gioco dopo essere uscito, forse anche nauseato, dai salotti buoni del pallone. E i tifosi esultano per il ritorno di questa icona visionaria e, perché no?, anche un po’ “proletaria” del calcio. Fatevi un giro sul web e vedrete l’immagine di Sarri anche nella veste di un Lenin alla guida degli oppressi, in una moltitudine di bandiere biancazzurre, e persino in classica posa iconografica in compagnia di Marx, Engels e Stalin.

Tacciono al momento le sigle della curva – o di quel che ne resta dopo la pandemia e la chiusura degli stadi – ma è un riflesso autoreferenziale. Lasciamo ad altre sedi ragionamenti più seri e approfonditi. Ma non sarebbe male metter fine a un corto circuito mediatico che ha schiacciato un’intera comunità – composita come lo sono tutte le comunità – sulla narrazione dei gruppi neofascisti che, indisturbati, hanno preso il controllo delle curve. Sarri alla Lazio significa anche questo: un simbolo di appartenenza e di riscatto per un popolo controcorrente e ostinato, antico e geloso dei suoi natali, unica tra tutte le altre tifoserie a dover rispondere in blocco di pregiudizi e stereotipi che sono ovunque, negli stadi e fuori degli stadi.

«Io che vengo dal fango dei campetti provinciali / gli stadi semivuoti calcati da criminali / dal calcio del pueblo al calcio dei signori / giornali e televisioni come calci nei coglioni», cantava di lui ai tempi del Napoli un giovane rapper partenopeo. Sarri l’antipatico, il fumatore incallito, il trasandato in tuta. Chissà che non abbia anche qualche difetto.

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