I consulenti liberisti fra incoerenza e ridicolo


29 Giu , 2021|
| 2021 | Sassi nello stagno

La polemica sulle nomine del governo Draghi di cinque economisti marcatamente liberisti in sé sarebbe trascurabile se non avesse segnato una decisa reazione di studiosi di rinomanza internazionale che hanno firmato un civilissimo appello (dai toni che certo non possiamo certo definire barricaderi). I temi che solleva sono (con importanza decrescente) le caratteristiche dei decisori in merito alle politiche economiche; la natura del governo Draghi; e le sbracatissime reazioni contro tale appello da parte della scombiccherata manica dei vari liberisti. L’ultimo punto, ovviamente il meno importante, non è privo di risvolti di (involontaria) comicità – per chi segue la polemica sui social quasi esilarante.

Il primo punto disvela una importanza cruciale nel panorama attuale. In linea generale non si può sostenere che una politica economia sia una questione di meccanismi neutri in cui conta solo “come far girare la macchina”. Nella misura in cui essa impatta sullo spostamento di ricchezza fra i ceti, determinando chi paga più tasse, chi riceve più contributi, chi viene favorito dalle politiche pubbliche che costruiscono le infrastrutture (provate a vendere automobili senza che lo Stato abbia costruito le strade – cosa che i privati non fanno, guarda un po’) le competenze vanno inquadrate in una visione che esprime delle scelte fondamentali su che società vogliamo costruire. Qui il dibattito si consuma fra le correnti marxiste e postkeynesiane da una parte e l’ortodossia liberista dall’altra. Quest’ultima espunge l’inelegante e scomoda presenza di conflittualità di classe e di interessi dal disegno di una economia basata su delicati equilibri di automatismi, quasi fosse una costruzione armonica di ineffabile simmetria. Sfruttamento, conflittualità, che brutte cose da evocare, come spalmare del ketchup su un quadro di Raffaello.

Naturalmente anche chi fa parte dei dominanti e ha a che fare con dinamiche reali questo lo sa perfettamente, al netto di conversioni piuttosto bizzarre.

Perciò è evidente che le nomine dei decisori politici riflettono la curvatura che si intende dare alla linea politica che essi devono determinare. Questa semplice verità viene confermata dai comportamenti di coloro che l’hanno sempre negata, con una noncuranza sbalorditiva.

Il secondo punto potrebbe chiudersi facilmente nella frase: ma ci voleva tanto ad indovinare l’orientamento del governo Draghi? Senza ricorrere a poteri mutanti, alle facoltà divinatorie stile Nostradamus o al supercomputer Aladdin per gli investimenti BlackRock, bastava guardare alle sue dinamiche di fondo per capire quanto sia espressione dei poteri forti; e quale fondatezza avevano le aspettative di keynesismo o di attenzione ai temi sociali con cui M5S e Pd hanno scelto di autoilludersi per avallare la fiducia alla più abbietta operazione di promozione degli interessi costituiti messa in campo dai tempi del governo Monti. Per cui Emanuele Felice e Beppe Provenzano è inutile che facciano le verginelle: sul punto hanno sicuramente ragione, ma è futile muoversi contro il sintomo senza inquadrare la patologia (cioè Draghi al potere). Se sono sulla via di capire che il deprecabile intruglio di euroliberismo bancario-finanziario ai vertici dello Stato non è una idea brillante potevano accorgersene prima; magari potevano leggerci. Quasi in tempo reale la Fionda aveva ospitato molti contributi che demistificavano tanto le leccate sul versante di establishment che quelle più “sociali”: lo potevano leggere qui (3 febbraio), qui (4 febbraio) qui (8 febbraio) fra i primi; e già che c’erano non era male leggere su chi sia Mario Draghi, magari qui  e qui .

Ma veniamo al punto meno importante – ma più esilarante.

L’appello sulle nomine – da noi ripreso – non è certo rivoluzionario o radicale; il tono è molto rispettoso, quasi ossequioso (“è essenziale che l’esecutivo mantenga la fiducia degli operatori economici, cittadini ed istituzioni nazionali ed internazionali, acquisita anche grazie al prestigio del Presidente Draghi”… “I firmatari ritengono che il governo Draghi per tutelare il suo prestigio nonché la sua efficacia operativa dovrebbe riconsiderare alcune nomine”…), il che farà alzare un sopracciglio a chi vede il governo come un avversario; ma pone problemi vari: di pluralismo (nomine di un unico segno: tutti ultras liberisti), di opportunità politica (nomine di personaggi scettici su politiche governative già assodate e che quindi non si capisce che utilità abbiano nella loro attuazione), di competenze (figure che anche per idiosincrasia ideologica si sono poco dedicate al tema degli investimenti pubblici che dovrebbero lavorare su tale tema?).

Apriti cielo! Per la scombinata platea di liberisti fan di Puglisi e dell’Istituto Bruno Leoni è il crimine più inaudito dai tempi della crocifissione di Cristo.

Il sempre moderato Foglio definisce rispettosamente l’appello “La buffonata” (25 giugno), e ai firmatari attribuisce “sprezzo della logica, ipocrisie accademiche, pulpiti grotteschi”. Toni accorati. “Sprezzo della logica” ben conosciuto da un giornale che pubblica cose come “la balla del Draghi liberista”.

Con sprezzo – assai notevole – del ridicolo, invece, Antonio Polito scaglia il sasso per nascondere la mano azzardando un paragone dei firmatari addirittura con i fascisti giapponesi (sic!) e -più velatamente – con i fiancheggiatori delle BR; il grande crimine? Presto detto: le critiche sulle competenze sono sempre legittime, ma… non la “discriminazione professionale” a scopo “politico”. Insomma se le critiche le bisbigliavano sommessamente ai propri amici, o al massimo le dicevano al vicino sul pianerottolo (con effetti ovviamente nulli) andava bene; invece hanno sciorinato tutto in pubblico, e questo non va bene, signora mia. In merito al fatto – abbastanza disturbante in effetti – che chi ha infangato fino al giorno prima l’intervento dello Stato non si sa che utilità possa avere in merito alle politiche pubbliche, il Polito si lancia nell’esempio del secolo: “come se fossero preti cui è richiesto di avere fede nella transustanziazione per officiare messa”. Evidentemente il povero tapino, comicamente ignora che nella dottrina cattolica la efficacia del rito non dipende dalla fede né dalla santità del ministro. Fra i mille esempi doveva scegliere proprio quello che aggiorna la già lunga serie di ridicole scemenze proferite.

Sullo stesso Corriere Veltroni, il Gran Sacerdote della Paraculata, stigmatizza in merito “la pericolosa suggestione del fastidio per la diversità delle opinioni altrui”. Da inserire nel vocabolario alla voce “doppiopesismo”.

Ma se il maggior quotidiano nazionale pubblica questa roba, come stupirsi di cosa alberga in basso? Il clan dei liberisti-libertari variamente renziani, calendiniani, piueropini, ha dispiegato un chiacchiericcio petulante, vittimista, dai toni oltranzisti che è dilagato sulle bacheche social di alcuni dei firmatari, dando materia a legioni di psichiatri. Vediamo le più esilaranti: la Lettera è “intimidatoria”, secondo un commentatore (si vede che Draghi deve ancora dare qualche esame, se no come lo possono intimidire dei professori universitari?); “brutta iniziativa che ricorda certi errori ed orrori del passato” (Pol Pot scansate, proprio); una “lista di proscrizione su base ideologica” – “come nel ventennio” aggiunge un altro genio; “puzza di fascismo”. Sembra di risentire il Berlusconi di un tempo: “miseria, morte e terrore”. Certo, tutti inoppugnabili campioni dell’antifascismo. Che avranno fatto le barricate quando JP Morgan nel 2013 stigmatizzava l’eredità antifascista delle costituzioni dei paesi del sud Europa rispetto alle riforme fiscali ed economiche, no?

Ma del resto fra questa allegra congrega la coerenza non è nelle priorità: per uno è colpa dell’ “assemblearismo sessantottino” (nota forma di sedizione fascisteggiante); per altri si tratta di un “manifesto di difesa della casta”, generato da “baronie dell’università”. Poi chiaramente c’è il movente prediletto dalle comari di paese: “l’invidia è una brutta bestia”, la lettera è proposta da “bambini invidiosi” per un altro.

L’invidia sarà una brutta bestia, ed a quanto pare si è estesa a coorti di eminenti studiosi. Al parere negativo dei firmatari – la statura di diversi di essi, va ben precisato, è tale che i liberisti ammirati da tale sbracatissima tifoseria non arrivano loro nemmeno ai lacci delle scarpe – si è aggiunta una nota condivisa da alcune delle maggiori associazioni nazionali di studiosi economici: AIEE – Associazione Italiana Economisti dell’Energia; AIEEA – Associazione Italiana di Economia Agraria e Applicata; AISRE – Associazione Italiana di Scienze Regionali; AISSEC – Associazione Italiana per lo Studio dei Sistemi Economici Comparati; AMASES – Associazione per la Matematica Applicata alle Scienze Economiche e Sociali; EACES – European Association for Comparative Economic Studies; EPS – Economists for Peace and Security; IAERE – Italian Association of Environmental and Resources Economists; IT&FA – International Trade and Finance Association; SIdE – Società  Italiana di Econometria.

Il punto più divertente è che alla fin fine la richiesta dei liberal-liberisti è naturale, e trova il suo fondamento nella essenza stessa della democrazia: pretendere che nel ruolo di decisori pubblici vi sia qualcuno che non solo abbia le competenze necessarie ma che esprima una simile visione politica. Che è il motivo per cui i vertici politici sono scelti tramite elezioni e non in base ad attestati di ortodossia o per nascita. Ma questo non si può dire, perché fa crollare come un castello di carte la credibilità sulla mitologia del “merito” e delle “competenze”: se i loro propugnatori ci credessero davvero basterebbe vedere titoli e pubblicazioni e al MEF potrebbe insediarsi un marxista; invece come tutti sanno – salvo chi ha passato su Marte gli ultimi decenni – le nomine sono sempre un campo di battaglia durissimo, in primis la censura da parte di Mattarella del prof. Savona quale ministro, proprio per la visione politica che viene espressa. Quando devono accedere ad un ruolo importante personaggi “sgraditi” (si pensi al cancan su Barbara Lezzi, sul viceministro Castelli, su Di Maio, che ha fatto il pieno di insulti densi di classismo) si tira fuori la storiella delle competenze; quando i liberisti debbono piazzare i loro sodali allora vanno bene delle mediocrità, e le critiche (di chi ha un profilo più alto) sono “invidia”. Un po’ come i terroristi che se sono nemici degli Usa sono veri terroristi; se sono loro amici sono dei “freedom fighters”. Magari lo diventeranno terroristi. Ma dopo.

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