Nulla sarà come prima. Cronaca di una «rivoluzione passiva» annunciata


2 Lug , 2021|
| 2021 | Visioni

Premessa

Forse «sovranità globale di mercato» (C.Galli) è la formula che meglio coglie il tratto specifico della cosiddetta “globalizzazione”, targata mainstream, chiamata a fare i conti col Covid (secondo alcune interpretazioni addirittura istigandolo) e che farebbe presagire un futuro in pratica già scritto, come nel più inquietante dei racconti di Gabriel García Márquez[1]. Quel presunto ordine globale, infatti, corrisponderebbe all’ingrosso, secondo la classificazione antica (Platone, Aristotele), alla forma di governo degenerata detta oligarchia, governo dei più ricchi, solo proiettata nel nostro presente su scala planetaria.

Più nello specifico, essa è incarnata da una ristretta élite economico-finanziaria apolide (capitalisti e banchieri), raccontata da quello stesso potere mediatico che largamente controlla, come un improbabile circolo di filantropi e benefattori a vario titolo dell’umanità. E questo, ad un occhio critico appena avvertito, segnala una prima doppiezza ipocrita, evidentemente necessaria, tra ciò che si è, parte dell’aristocrazia del denaro, e il come si appare, un membro permanente dell’esercito di salvezza mondiale. Nel più tipico dei travestimenti del lupo camuffato da agnello (Matteo:7,15-20).

Il raddoppiamento soggettivo, su richiamato, diventa poi un compiuto metodo di governo indiretto, là dove questa oligarchia cosmopolita si avvale di poderose istituzioni internazionali opportunamente convertite al credo neoliberista, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale su tutte (in grado di riorientare le politiche degli Stati, tranne forse quelli di stazza continentale). I capi di queste istituzioni si presentano come i massimi “esperti” in ambito economico e finanziario e depositari non più di politiche economiche, ma di una scienza economica dura,al pari della fisica, nello specifico il monetarismo di derivazione marginalista, in sé intangibile per la sua natura neutra e oggettiva.   

1.Guadagnare tempo

Il potere politico tradizionale, nell’attualità occidentale, è solo chiamato a fungere, a seconda della fase che attraversa il ciclo economico (per la verità, sempre più incline alla contrazione), da cassa di risonanza degli umori del momento, paure comprese, segnati in prevalenza dalla rabbia. Così è stato per Biden, che si è calato da subito nel ruolo del medico, vecchio e saggio, chiamato al capezzale dell’America, per lenirne le ferite. L’azzardo coltivato da questa prospettiva è che la sola narrazione (ideologia) possa rimpiazzare integralmente, sul piano ovviamente solo simbolico, l’azione politica trasformativa. E tutto questo per tutelare i privilegi di quell’aristocrazia finanziaria, di cui si è detto, saldamente sul ponte di comando anche Washington come altrove[2]. Insomma, pare che ancora una volta l’imperativo categorico della politica sia quello di «prendere tempo», come denunciato lucidamente da Wolfgang Streeck, rispetto ad una «resa dei conti» sempre rinviata con una società stremata dalle politiche neoliberiste, le quali da qualche tempo hanno preso ad agire cinicamente la leva dell’«indebitamento generalizzato», come meccanismo di controllo e ricatto[3]. Queste società, sia pure nei modi inevitabilmente scomposti, per l’estrema frammentazione indotta e patita, ambirebbero ad un’uguaglianza più sostanziale, di condizioni finali e non solo di pari opportunità iniziali, tra l’altro anch’esse ampiamente disattese. Non è un caso che Trump, il cui fiuto politico e pari solo al suo cinismo, sia ritornato in queste settimane a sparare a palle incatenate contro l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di distruggere il Paese.

Ora, considerata la nostra specifica qualità simbolica – l’essere da sempre altro rispetto alla natura –, una qualche forma di oggettivazione e di provvisoria alienazione, nel corso del processo storico e delle singole esistenza, era forse da mettere in conto. Samo difatti tra quegli abitatori del pianeta che assumono per criteri della propria condotta molto di più risposte a “domande di senso” che il presunto istinto (Goethe parla in proposito dell’uomo come «costruttore di senso», Sinngebung). Ma la reificazione, autentica cifra del nostro tempo, è ben altra cosa. E’ quella condizione persistente di estraneità a noi stessi, il farsi cosa (merce) della soggettività. Si tratta di una fuoriuscita da sé senza ritorno e con una politica che per giunta non assolve più al suo compito di «riumanizzare l’uomo» (C.Galli).

Qui, per inquadrare i termini del problema, può venire in aiuto una felice intuizione del vecchio Marx, che definiva il capitale non una cosa «ma un rapporto sociale tra persone mediato da cose», nella forma della merce[4]. Il capitalismo è, dunque, una relazione sociale. Questo significa che quando le società occidentali, come nella condizione attuale, hanno smesso di avere un’economia di mercato, per essere loro stesse integralmente società di mercato, in senso capitalistico, la forma di relazione capitalistica ha finito per trasferirsi nel nostro stesso immaginario, saturandolo, per divenire la condizione di possibilità del nostro stesso pensare ed agire. Il denaro, in particolare, è divenuto il generatore simbolico di buona parte delle nostre azione, che si muovono secondo una logica utilitaristica del mezzo-scopo dalla temporalità contratta, orientata sul presente o, al massimo, sull’immediato futuro. D’altronde, basta scandagliare il senso comune e il linguaggio quotidiano prevalente, fatto di «investimenti affettivi», «debiti formativi» e studenti quali «consumatori di formazione», per rendersi conto di quali siano gli impianti categoriali e discorsivi che entrano massicciamente in gioco.

Questa reificazione, di cui siamo preda, è poi responsabile di un ulteriore “danno collaterale”, quello di ritrovarsi, nell’inversione perversa che riproduce, tra soggetto e oggetto, al cospetto del mondo storico e stentare a riconoscerlo come tale, come un nostro prodotto, percependolo viceversa come estraneo e minaccioso, a partire dai mercati sempre incombenti. Dunque, nel contesto storico in cui siamo immersi non basteranno le tante raffinate analisi, che pure vengono svolte, se non si interviene sull’habitat, con un lavoro, si sarebbe detto un tempo, di lunga lena, a partire dai fondamentali della formazione e, dunque, della scuola. La lotta al capitalismo, per un suo necessario preliminare «disciplinamento», o si trasforma in lotta tra immaginari collettivi alternativi o rischia di girare a vuoto, come un criceto nella sua ruota.

2. Verso una rivoluzione passiva

Proviamo adesso “una messa a terra” delle categorie interpretative appena abbozzate, a partire dell’espressione «nulla sarà come prima della pandemia», rilanciata come un mantra a reti unificate. Pur nell’apparente generale convergenza, cela significati e produce sensi diametralmente opposti. Qui la doppiezza, di cui si parlava all’inizio, diventa divaricazione semantica e addirittura, per chi la interiorizza, cattura cognitiva. Nell’interpretazione dominante è intesa nel senso dell’accelerazione ulteriore di processi già in atto quali la digitalizzazione e la transizione ecologica. Al di sotto del fumo delle parole, si tratta del più formidabile riposizionamento strategico dell’accumulazione illimitata, sulla nuova frontiera della biosfera e dell’ecosistema biologico, in sofferenza da tempo e che si millanta di voler salvare.

Per i ceti subalterni, di contro, il sentire più che il pensare, avrebbe detto Gramsci, va esattamente nella direzione opposta: di voler abbattere le ingiustizie sociali, combattere la disoccupazione e la precarietà dilagante, superare realmente la devastazione della natura e lo sfruttamento sull’uomo. Come gli stessi sondaggi, pur nella loro rozza semplificazione, anche da noi, attestano da tempo: lavoro, ambiente, scuola e sanità sono costantemente le priorità per gli italiani, indicate da tutti i principali istituti di ricerca (Demos, Euromedia, ecc.), magari scalando solo di posizione a seconda della fase. Tradotto in un programma politico e portato avanti da una soggettività di parte, che sa di esserlo e agisce di conseguenza, equivarrebbero ad altrettanti assi strategici per esigere una più giusta ripartizione di potere e ricchezze (magari richiamandosi alla stessa interpretazione di logos come «calcolo sociale», autentica ossessione di Costanzo Preve).

Evidente, invece, che l’ambigua convergenza promossa dai media è funzionale a convogliare una cospicua carica di energia politica, sprigionata dalla crisi pandemica, in una discontinuità solo passiva, in quanto gestita dall’alto, che è divenuta da mezzo secolo prerogativa esclusiva dell’élite,come denunciato con dovizia di particolari da Cristopher Lasch[5]. Lo scopo è sempre quello di rinsaldare i legami di potere e tentare di rilanciare il consenso sociale perduto, come lucidamente indicato da Gramsci nei Quaderni a proposito del Risorgimento italiano, assunto come caso paradigmatico di «rivoluzione passiva». Si è trattato, per l’appunto, di una «reazione delle classi dominanti al sovversivismo sporadico e disorganico delle masse popolari con restaurazioni che accolgono una qualche parte delle esigenze popolari»[6]. Gramsci aveva ben chiaro che il limite strutturale di ogni «rivoluzione passiva» fosse il mancato protagonismo delle masse oppresse in un quadro inalterato di rapporti di forza tra governanti e governati.

L’élite al potere, anche oggi, è consapevole del vuoto di «egemonia» e cerca così di recepire una parte delle istanze che provengono dal basso, per evitare «fenomeni morbosi» più gravi, neutralizzandone però la carica emancipativa. La scommessa, come allora, è quello di puntare all’infinito sulla tenuta del «vecchio ordine»  – forse perché approfondendo la storia, i governanti (e anche i loro falsi oppositori) si saranno accorti che tentare di ridurre le persone a  plebe indistinta, a «polvere della storia» (Hegel), quasi mai produce sommosse o rivoluzioni, più di frequente assoggettamenti stabili, se non c’è una parte politica pronta con una visione che conferisce un orientamento a gruppi sociali altrimenti dispersi e «subalterni».

In un contesto siffatto, la teoria della «crisi del valore» (R.Kurz) e della connessa sempre annunciata implosione del capitalismo, al netto degli schematismi eccessivi, ha comunque l’indubbio merito di proseguire senza inibizioni di sorta una martellante critica del “sistema”, pure in assenza di un soggetto politico consapevole di sé, che anzi per certi versi è sollecitato a costituirsi, proprio sulla scorta del rischio di “crollo” sempre paventato. Pur non particolarmente tenero con quell’impostazione, Carlo Formenti segna un punto di analisi non tanto dissimile quanto a radicalità, là dove sottolinea che «Il dominio, negli attuali regimi liberal democratici, tende ad assumere forme inedite: quelle che chiamiamo post democrazie, democrazie oligarchiche, democrature, accomunate dal rafforzamento dell’esecutivo a spese del legislativo, dai processi di mediatizzazione e personalizzazione della politica, dal trasformismo, dallo smantellamento dei corpi intermedi, dal depotenziamento dei vincoli legislativi al super sfruttamento delle classi subalterne, dalle “riforme” del sistema educativo che lo trasformano progressivamente in una fabbrica di personalità docili e prive di strumenti e spirito critici»[7]. La continua erosione e contrazione della “società del benessere” con la sue promesse non mantenute, di interazione ed inclusione reali, ha favorito il proliferare di conflitti orizzontali tra ultimi e penultimi che possono portare ad esiti imprevedibili e soprattutto indesiderabili.

E’ ormai evidente che occorre fuoriuscire dal paradigma della crescita illimitata ma non lo si fa, perché questo rimetterebbe in discussione, per l’appunto, assetti e gerarchie sociali consolidate, fra l’altro in rapida concentrazione in pochi colossi multinazionali e piattaforme digitali. Allora si parla di “modello di sviluppo sostenibile” che è una contraddizione in termini, come se si affermasse allo stesso tempo che piove e non piove. Il principio di una «crescita perpetua» (J.Hickel) di suo non può essere sostenibile perché si scontra coi limiti fisici e biologici dell’ecosistema.

Nulla però è perduto, a dispetto della «gabbia d’acciaio» weberiana, sono consentiti scarti e reinterpretazioni, proprio in virtù di quella eccedenza simbolica e immaginativa del soggetto, che possono riconfigurare il campo e consentire vie di uscita sia pure non ultimative. E allora giova ripetere: la lotta al capitalismo o diventa lotta tra immaginari alternativi o rischia di naufragare nell’irrilevanza della testimonianza o della resilienza adattiva.

Ovviamente il compito davvero improbo è quello di munirsi di pensiero critico che non a caso, come ricorda Formenti alla fine del passo citato, è fatto oggetto di un vero genocidio culturale, al pari della discipline storiche, sia nell’Accademia che nelle Scuole di ogni ordine e grado. Eppure la prospettiva neutralizzante e spoliticizzante dei “tecnici”, dei “competenti” e dei presunti “governi dei migliori”, nazionali e non, non può essere la medesima di chi ha l’urgenza di convogliare l’energia politica, che scorre nel corpo sociale, in una vera rivoluzione, nei modi di pensare e nelle pratiche sociali, non violenta ma conflittuale e attiva, cioè finalmente agita dal basso.

3. La radicalità come metodo

Dal lato dei governanti, aver perso palesemente l’egemonia e doversi aggrappare al solo dominio, che l’emergenza transitoriamente consente, significa due cose: da un lato che il cambio di regime neoliberista non è alle porte, ma d’altro canto che una breccia per un ricambio possibile di egemonia, come si accennava, si è aperta. Basti pensare, per stare all’Europa, alla discontinuità segnata con la sospensione del “patto di stabilità” e la discussione che ne è scaturita con orientamenti divergenti. Per costruire un discorso realmente alternativo, occorre però partire da una disamina schietta di ciò che è stato il Coronavirus per l’Occidente, per provare a superare e non semplicemente rimuovere quella che sempre Gramsci definiva «la situazione di grande ipocrisia totale». Innanzitutto, è quasi patetico, da parte di Nord America ed Europa, ergersi a modello esemplare, dal momento che abbiamo sacrificato ampiamente libertà e salute sull’altare dei grandi flussi di merci e capitali. In una economia come la nostra, infatti, neppure vagamente mista, ma integralmente privata e neo-mercantilista, quel flusso non può subire blocchi prolungati o deviazioni di sorta. Basti qui segnalare che non si è riusciti neppure ad assicurare un rigoroso lockdown nel pieno della campagna vaccinale, fortemente sollecitato da centri di studio e di ricerca, per scongiurare l’insorgere parallelo di potenziali varianti. In secondo luogo, i sistemi sanitari territoriali, al di là della retorica del momento, si sono rivelati largamente inadeguati, talvolta dei gusci svuotati dall’interno da processi di privatizzazione strisciante, condotta scientemente negli ultimi decenni (in Italia, ad esempio, dai 500 mila posti letto del 1981 si è passati ai circa 250 mila del 2017). In terzo luogo, più che dare supporto psicologico individuale a valle, occorre intraprendere una lotta senza quartiere a monte, a partire dalle aule scolastiche, contro la cultura dell’individualismo nichilistico, alla base, fra l’altro, di due delle figure fenomenologiche più tipiche dei nostri spazi urbani: il consumatore euforico e il depresso adattivo, che spesso si alternano nella stessa persona. Occorre fare i conti fino in fondo con coraggio e radicalità con quanto accennato e tanto altro ancora. E solo così, mediante il lavorio della coscienza, «apparirà chiaro come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa» (Marx), nell’interesse e soprattutto per il bene delle generazioni avvenire.


[1] G. García Márquez, Cronaca di una morte annunciata, Torino, Einaudi, 2017

[2] Il coinvolgimento sin da subito di finanzieri di BlackRock, il primo fondo di investimento al mondo, all’interno del cerchio magico presidenziale è molto più che un semplice indizio.

[3] W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, Feltrinelli, 2013

[4] K. Marx, Il Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1964, I, Cap.25.

[5] C. Lasch, La rivolta delle élite. Il tradimento della democrazia, Vicenza, Neri Pozza, 2017

[6] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 8,25, p.957

[7] C. Formenti, Crisi e pericolo giallo, sulla seguente pagina web:

https://www.sinistrainrete.info/politica/19473-carlo-formenti-crisi-e-pericolo-giallo.html

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