Cosa abbiamo imparato da Genova 2001?


20 Lug , 2021|
| 2021 | Visioni

Ne “La Certosa di Parma” è celebre l’episodio quando Fabrizio Del Dongo si ritrova nel bel mezzo della battaglia di Waterloo senza capire cosa stia accadendo, nonostante il suo gran desiderio di andare in battaglia.

Stendhal ha così rappresentato una tipica condizione esistenziale, quando ci troviamo troppo immersi o vicini ai fatti per capirli. Per questo esiste la storia, che non è il racconto degli eventi, ma la loro comprensione critica.

Cosa capimmo di Genova 2001? Disponiamo oggi di atti giudiziari, libri, film, podcast, resoconti giornalistici basati sulle testimonianze di migliaia di partecipanti a quelle giornate, ma poche analisi politiche davvero convincenti e capaci di vedere la complessità e la durata degli effetti di quegli eventi.

Genova 2001 resta anche la riprova di un grande anticipo nelle idee e di un grande ritardo della politica, ed è probabile che se la sinistra avesse inteso per tempo le dimensioni e il potenziale di quel movimento, esso non si sarebbe trovato sguarnito di fronte alla violenza della repressione e smarrito a gestirne le conseguenze. Tentare di annodare il vissuto con la riflessione diventa allora un esercizio ineludibile per ricostruire le scelte e gli esiti di questi vent’anni, a livello personale quanto collettivo.

Cosa vedemmo a Genova

Quando partimmo da Milano Centrale la mattina del 21 luglio sapevamo che avremmo vissuto una giornata storica. Il giorno prima era avvenuta la tragedia di Carlo Giuliani, ma la stragrande maggioranza dei partecipanti credeva ancora possibile sanare con una grande manifestazione pacifica le violenze del giorno prima. Colpiva alla partenza il numero di partecipanti, sereni come se fosse una gita scolastica. Non era solo ingenuità. Era la convinzione diffusa che si andava a manifestare per ragioni etiche, per una visione del mondo generosa che oltrepassava le singole proteste e vertenze che avevamo sostenuto negli anni precedenti.

L’estrema tranquillità e disciplina dei partecipanti consentì ai vari tronconi di disporsi per la partenza del corteo dalla stazione di Genova Quarto senza grandi difficoltà. Eppure, già prima della partenza iniziarono a manifestarsi gruppetti di ragazzi vestiti di nero che cercavano infiltrarsi tra i manifestanti cercando di forzare i cordoni di sicurezza dei manifestanti senza che le forze dell’ordine, schierate a poche decine di metri, nemmeno si avvicinassero a verificare le identità dei mascherati coinvolti in questi piccoli tafferugli.

La marea umana si incanalò dalle strette strade di Genova per sfilare lungo Corso Italia. I partecipanti si distinguevano non solo per i colori delle bandiere e degli striscioni, ma per la loro composizione umana: i camion caciaroni del sound System dei Giovani Comunisti; le file ordinate dai bastoni di legno chiaro degli Scout Agesci; le facce indurite, anziane o giovani, degli operai Cobas, unici dotati di un servizio d’ordine con spranghe; i missionari e i religiosi di tantissime organizzazioni: Beati i Costruttori di pace, Francescani, rete Lilliput, tante suore da tanti paesi del mondo; i sindacati italiani, abituati a mobilitare i loro iscritti ma diluiti in quella massa eteroclita; Attac Italia; le Botteghe del commercio equo e solidale; vedevi addirittura sfilare nel corteo persone vestite come per l’aperitivo a Portofino, con Rolex e abbronzatura d’ordinanza.

La memoria non mi consente di ricordare tutta l’umanità che si diede appuntamento quel giorno a Genova, ma posso garantire che ogni cento metri raggiungevi un pezzo di mondo distantissimo da quello che lo precedeva o succedeva, eppure tutti lì, in quella mattinata che oramai era diventata calda, mentre si sfilava assieme e lentamente per Corso Italia.

Non era un corteo fatto solo di ingenui. In una pausa su Corso Italia un ragazzo sgusciò di corsa tra i manifestanti mentre un signore cercò di colpirlo sulla schiena con l’asta di legno di uno striscione. “Prendetelo, è un infiltrato”, urlò il signore. Ma noi eravamo troppo impreparati e pacifici per bloccarlo e il ragazzo riesci a scappare.

Vedevamo oramai il mare alla nostra sinistra quando gli elicotteri iniziarono a ronzare sempre più bassi. Il corteo era fermo e la mia solita curiosità mi fece inoltrare verso la sua testa.

I carabinieri si erano schierati di fronte, pronti alla carica, a circa cinquanta metri da quel troncone della manifestazione.

In prima fila vi erano varie organizzazioni cattoliche, Francescani, Beati i costruìtori di pace, rete Lilliput, non solo giovani, spesso signore di mezza età o proprio anziane, abituate più alle attività solidali in parrocchia che a protestare in piazza. Subito dopo gli scout Agesci e alcune federazioni di Rifondazione Comunista. Vedetti ritornare indietro parlando al cellulare Franco Giordano di Rifondazione che bisbigliava a chi incrociava “tornate indietro ché caricano”.

I cattolici alla testa del corteo, religiosi e laici, giovanissimi e nonne, iniziarono ad arretrare a mani alzate, spingendo così indietro, lentamente, tutto il corteo. Sembrava una ritirata pacifica. Improvvisamente, gli elicotteri iniziarono a sparare lacrimogeni dall’alto, da non più di dieci metri, inevitabilmente colpendo le teste di molti partecipanti, che cadevano a terra storditi e immediatamente calpestati, mentre di fronte i Carabinieri sparavano a ripetizione lacrimogeni e partirono alla carica, massacrando i più pacifici di quel corteo pacifico. La lenta ritirata divenne un panico concitato e ululante, accecato dai lacrimogeni. Cercammo di scappare prendendo la prima traversa, ma era presidiata dai militari che ci respinsero nella tonnara. Anche la seconda e poi la terza traversa erano bloccate. Tanti preferirono sfuggire alle cariche buttandosi sugli scogli. Oramai esausti e senza fiato a causa dei lacrimogeni, trovammo libera la quarta traversa e potemmo scappare su una scalinata, dove ci sedemmo a riprendere fiato.

Era metà giornata e decidemmo di non tornare su Corso Italia, ma di perderci nelle stradine del centro di Genova. Ci ritrovammo in una città deserta, con i negozi sprangati, tranne una salumeria nei pressi di via Tolemaide che faceva ottimi affari vendendo panini e acqua ai manifestanti che si erano trasformati in turisti dispersi. Per le strade e le piazze, barriere di new jersey si alternavano a grate e posti di blocco: una città posta in stato di emergenza non a causa di una guerra o di una rivolta, ma per imposizione del suo governo nazionale. Era impossibile per qualsiasi veicolo civile circolare, eppure vedemmo più volte ragazzi vestiti di nero in motociclo muoversi liberamente e fermarsi a parlottare con le forze di polizia. In quel momento, ci sembrò una scena surreale, come quando di un film non riesci a capire il senso e le idee del regista.

Passammo qualche ora muovendoci da latitanti, evitando i posti di blocco e con il panico di venire fermati da qualche pattuglia della polizia.

Altri scontri stavano scoppiando in altre zone, ma in quella parte la città sembrava come sgomberata.

Non sapevamo cosa stesse succedendo su Corso Italia, ma era l’unica strada che conoscevamo per ritornare a Genova Quarto. Chiedemmo come arrivarci e fu abbastanza facile raggiungere i pressi della zona dove eravamo stati attaccati. Corso Italia era ricoperto di bossoli di lacrimogeni. Decidemmo di contarli, ma superati i cinquanta desistemmo. Per terra erano rimaste bandiere e striscioni, scarpe e sandali, occhiali da vista e da sole, orologi, braccialetti a motivi etnici e religiosi, e sangue, tante macchie di sangue. Non era la prima volta che partecipavo a manifestazioni politiche, anche con corredo di bombe carta e cariche della polizia, ma mai mi ero ritrovato in qualcosa più simile a un attacco militare punitivo che le ordinarie azioni di mantenimento dell’ordine pubblico.

Lì a Genova no: sentivi lo Stato italiano che aveva voluto provocare sofferenza fisica ai suoi cittadini, senza alcun motivo nei fatti, se non il piacere della repressione e della violenza pianificate.

Quasi come drappelli di un esercito in rotta, ci aggregammo su Corso Italia a un gruppo in cui riconobbi Marco Ferrando che si dirigeva anch’esso a Genova Quarto, con le bandiere di Rifondazione che venivano tenute alte, più come segno di resa, una bandiera bianca.

Nell’atrio di Genova Quarto c’erano ad attenderci pile di panini e di bottigliette d’acqua: violenza e solidarietà in quello strano impasto di giornata.

Ripartimmo per Milano contenti di non ritrovarci neppure un graffio. Ovviamente non sapevamo quello che stava per accadere alla Diaz.

Cosa capimmo prima o dopo Genova?

All’epoca, ero un militante di Rifondazione. Credo che sia un fatto oramai assodato la scarsa qualità culturale e umana dei suoi dirigenti, e ancor di più di chi avrebbe dovuto dialogare con i tanti fermenti che muovevano allora il mondo giovanile. Ricordare che il leader dei più giovani era l’oggi renziano Gennaro Migliore basterà a chiunque per preferire altri argomenti.

Più interessante è semmai ricordare come i tanto vituperati anni Novanta venissero attraversati da tantissime istanze di equità che non trovavano sbocco politico per i già citati limiti del principale partito di opposizione di sinistra. Non vi erano solo i centri sociali e le iniziative di sinistra radicale, su cui Rifo cercava di mettere il cappello per poi accreditarsi come loro rappresentante politico ai tavoli delle élite che tanto piacevano a Bertinotti. Sorsero innumerevoli esperienze di attenzione ai sud del mondo, compresi i sud all’interno delle città, a volte vicino al mondo cattolico tante altre volte frutto di puro volontarismo di singoli gruppi. E se queste esperienze mancavano di sagacia politica, è perché avevano scelto di starne lontane e nessuno dei politici di professione cercava di ripoliticizzare quell’impegno. 

Eppure, con un internet a 56k, si crearono reti internazionali che univano mediattivisti, comunità indigene, volontari, intellettuali, uomini di fede, militanti dal basso, addirittura liberi professionisti e uomini d’impresa. Tutte soggettività che faticosamente stavano cercando di sviluppare concetti e lessico per una globalizzazione alternativa, uscendo dagli slogan del terzomondismo di sinistra e dai concetti leninisti di presa del potere. Vi era una visione dei problemi globali oggi quanto mai attuale assieme a limiti organizzativi, all’immaturità di una piattaforma politica che andava definendosi, alla necessità di elaborare un nuovo linguaggio che superasse le classiche relazioni di potere tra ricchi e poveri, uomini e donne, integrati e marginali.

Nessuno comprese quanto queste microiniziative avessero lavorato in silenzio negli anni precedenti e così quando a Genova accorsero in un numero impensabile gli stessi organizzatori del Genoa Social Forum e le forze di polizia rimasero spiazzati.

Scajola, Fini e Berlusconi vollero assumersi il disonore, nei confronti dei vertici visibili e invisibili del mondo, di disarticolare e umiliare la grande ondata di contestazione del neoliberismo, la quale stava acquistando troppo consenso, perché accorsero a Genova a manifestare non solo i disobbedienti, gli intellettuali, gli operatori di pace e solidarietà, ma i product manager, i consulenti di PR, i professionisti del marketing, ovvero gli ingranaggi del sistema neoliberista, e questa crescita di consenso per un’alternativa che almeno limitasse lo sfruttamento della natura e degli uomini non era accettabile. I famigerati Black Bloc non erano che squadre speciali dei servizi di sicurezza dei vari paesi europei (in primis Germania e Francia) frammischiati a nazisti di altrettanto varia provenienza, supportati nella logistica dai camerati italiani.

Provocando le violenze, si puntava a erodere il consenso che cresceva verso la piattaforma di rivendicazioni altermondialiste e spezzare le ossa e l’anima dei suoi promotori. Ancora oggi e in questi giorni, i benpensanti associano Genova 2001 a orde di scalmanati di sinistra che misero a ferro e fuoco Genova, provocando anche la morte del loro amico Carlo Giuliani: un grande risultato in termini di manipolazione dell’opinione pubblica per chi ha conosciuto la sostanziale innocuità di quel movimento.

A differenza degli anni Settanta, quelle realtà tanto composite che avevano visto nel G8 di Genova una grande occasione per far emergere e rivendicare il loro lavoro silenzioso degli anni precedenti, non erano preparate né psicologicamente né politicamente a reagire alla violenza che mise in campo lo Stato italiano. Gianfranco Fini con la sua presenza a Genova diede il suo avallo politico alle violenze degli uomini in divisa e non, cercando di raggiungere due risultati: rafforzarsi come il punto di riferimento politico delle forze dell’ordine, accreditarsi come affidabile rispetto ai potenti del mondo anche in ottica di successione a Berlusconi.

La vecchia politica e i metodi tradizionali di repressione vinsero contro una nuova politica che ancora si stava costruendo, e che, nonostante gli slogan bellicosi, escludeva la violenza reale come strumento di lotta politica.

La più grande critica che si può fare a chi aveva ruoli di indirizzo nel Social Forum Globale è di non aver aver capito quanto le loro idee avessero travalicato i tradizionali confini sociali e stessero diventando un sentire comune anche in strati sociali anche tradizionalmente lontani o poco sensibili a queste istanze. L’enorme affluenza del 21 luglio a Genova era ancora solo una minima rappresentanza di chi in Italia e in Europa si sentiva sempre più vicino a quelle posizioni. Eppure gli organizzatori, che tante altre volte avevano peccato di ottimismo, non capirono che invece si stava verificando un cambiamento di indirizzo nella società. Lo capirono invece bene gli analisti politici del fronte della globalizzazione: la violenza non sfuggì di mano come raccontano da vent’anni, ma fu pianificata per massacrare psicologicamente e fisicamente un fenomeno che rischiava di far mettere in discussione gli accordi sul commercio mondiale e solo sfruttamento della natura e degli uomini che ci hanno portato alle crisi attuali. 

Come tante rivolte che si sono succedute nella storia, anche quella finì in un fallimento, nonostante le tante idee che allora sembravano utopia e oggi sono necessità. Ma a fronte di quel fallimento resta un punto fermo: tra chi partecipò alle manifestazioni anche dopo vent’anni non è venuto meno l’orgoglio di esserci stati; al contrario, la vergogna e il rammarico albergano in tanti che operarono o approvarono le violenze.

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