Agamben, il green pass e il ruolo della filosofia


21 Lug , 2021|
| 2021 | Recensioni | Visioni

“Negli anni a venire ci saranno solo monaci e delinquenti. E, tuttavia, non è possibile farsi semplicemente da parte, credere di potersi trar fuori dalle macerie del mondo che ci è crollato intorno. Perché il crollo ci riguarda e ci apostrofa, siamo anche noi soltanto una di quelle macerie.[i]

Ci sono epoche della storia in cui il bivio che ci contraddistingue come umani si radicalizza, i tempi impongono una demarcazione netta, delle soglie antropologiche, che costringono la storia umana ad una scelta, ad una vocazione, ad una svolta. Il libro di Giorgio Agamben, “La casa che brucia”, parla di questo. Negli anni futuri ci saranno solo monaci e delinquenti, poeti e assassini; le terze vie, i compromessi, le zone di confine saranno sempre meno abitabili, si imporranno delle decisioni ultime, degli scatti, su cui o saremo di qua o di là. E questa, tutto sommato, è una buona notizia.

Agamben non parla della pandemia, delle giuste misure di prevenzione, delle risposte sanitarie. Il punto è proprio imparare a decostruire il discorso monolitico che i principali media e partiti politici impongono, per comprendere da dentro le contraddizioni, le assurdità, le derive irragionevoli e perciò sospette. Si tratta di discernere il grano dalla gramigna, senza estremismi, senza complottismi, ma neanche con l’ingenuità subdola che ogni potere auspica sempre di poter suscitare nel popolo e nei suoi rappresentanti.

Il bivio si radicalizza proprio in questo: le derive antidemocratiche non prendono le forme classiche dei totalitarismi. I rischi per le nostre democrazie non stanno, come in realtà molti avevano ingenuamente pensato, (tanto) nei ritorni di potenziali fascismi o razzismi (che esistono ma come fenomeni minoritari), ma nell’applicazione pratica di principi giusti, su cui nessuno potrebbe dissentire, come la prevenzione della salute dei cittadini. È lì che si cela il pericolo, è lì che va maturato un discernimento millimetrico, un olfatto raffinato, un sistema sensoriale di anticorpi per avvertire subito una determinata deriva. Bisogna distinguere il bene dall’uso distorto che ne fa il potere, che lo utilizza sempre come valore surrettizio per incrementare la sua volontà di potenza, come un certo Novecento ci ha mostrato.

Non abbiamo forse più occhi. I cinque sensi sono stati talmente abituati all’orrore, con migliaia di ore di film, di immagini, di storie Instagram, che oramai non distinguiamo più la realtà dalla finzione. Non siamo più in grado di sentire, di intuire, di odorare, di ascoltare. L’ottundimento è fisico, è un indebolimento delle capacità umane basilari, il tutto condito da un conformismo, dal terrore di essere esclusi, da meri ragionamenti privatistici di convenienza e di bottega. Ma la stessa bottega brucia, e le dimore in cui pensavamo di rifugiarci già sono state abbattute, e noi tentiamo di riscaldarci attorno a delle fiammelle di identità sociali, mentre esse sono già macerie, polvere di polvere, terra riarsa da cui potrebbe nascere qualche arbusto se non le occupassimo con le nostre paure.

In questo tempo, le cose emergono, vengono alla luce del sole, c’è un tempo apocalittico, rivelativo. E cosa viene primariamente alla luce? Cosa stiamo vediamo in questi tempi estremi, in questo intorpidimento dello spirito sociale, in questa involuzione? 

Vediamo una casa che brucia.

“Quale casa sta bruciando? Il paese dove vivi o l’Europa o il mondo intero? Forse le case, le città sono già bruciate, non sappiamo da quanto tempo, in un unico immenso rogo, che abbiamo finto di non vedere. Di alcune restano solo dei pezzi di muro, una parete affrescata, un lembo del tetto, dei nomi, moltissimi nomi, già morsi dal fuoco. E, tuttavia, li ricopriamo mendaci, che sembrano intatti. Viviamo in case, in città arse da cima a fondo come se stessero ancora in piedi, la gente finge di abitarci ed esce per strada mascherata fra le rovine quasi fossero ancora i familiari rioni di un tempo.[ii]

Questa casa che brucia, brucia da tempo, probabilmente il Novecento è tutto un grande incendio di quella cultura metafisica, cristiana, nichilista, progressista, materialista, su cui in un modo o nell’altro avevamo fondato tutte le filosofie della storia, compresa quella marxista[iii]. Non è la pandemia l’incendio. Essa intensifica solo il carattere rivelativo di questo fuoco, lo mostra in diretta Tv, nelle maratone elettorali o pandemiche non importa. L’incendio diventa ossessione mediatica, lo portiamo in bagno nei nostri smartphone, nelle nostre camere da letto, nelle nostre metropolitane affollate dove manca oramai qualunque esperienza umana, nelle città divenute cumuli di macerie, dove continuano però le razzie dei mercanti, il pianto delle vedove e i varietà osceni dell’industria culturale.

Un elemento caratteristico di questo incendio è infatti la profondità che ha raggiunto. Esso è divenuto un’infiammazione dei corpi, dei nostri polmoni. La casa che brucia siamo noi, i nostri linguaggi fiacchi, i nostri corpi bulimici o iperallenati, le nostre istituzioni, le parole delle chiese come quelle dei partiti, dei preti e dei presidenti, involucri vuoti, mere ripetizioni, cerimonie scadenti che ossequiano un culto a cui nessuno crede, a cui nessuno spera. Le parole sono senza ossigeno, hanno un tasso di saturazione basso, le risorse spirituali, politiche, poetiche si sono rivelate deboli, fiacche, con poca voce, poco fiato. E noi oggi avremmo bisogno di polmoni robusti e duraturi, capaci di grandi scatti di denuncia, di polmoni sfacciati ma perseveranti. “Ci occorre un fiato da fracassare dei vetri. E nondimeno abbiamo bisogno d’un fiato che possa esser trattenuto a lungo.[iv]” Scriveva René Char.

Pandemia e ruolo della filosofia

Il compito della filosofia nella pandemia non può certamente essere quello di indicare evidenze scientifiche sull’efficacia dei vaccini. La filosofia in Occidente svolge innanzitutto un ruolo di ordinamento razionale.  Sebbene questa funzione sia stata (giustamente) criticata nel corso degli ultimi centocinquant’anni, è indubbio che questa funzione sia connaturata al corso del pensiero europeo fin dalle origini. Questa capacità di valutazione razionale delle cose sembra essere venuta meno nel dibattito pubblico.

La realtà che osserviamo è che la presunta ragionevolezza della gestione e del racconto mainstream è abbastanza irragionevole, piena di punti deboli, di incongruenze, di idee modificate dal giorno alla notte i cui cambiamenti non vengono mai discussi né spiegati. La filosofia dovrebbe assumere il ruolo di mostrare le incongruenze all’interno dello stesso monolite scientifico, che se studiato (anche poco), mostra grande pluralismo, grande dibattito, idee divergenti. Non si parla di no-vax, ma di studiosi, medici, epidemiologi, che semplicemente dissentono su alcune questioni. È giusto dare il vaccino ai minori quando il loro tasso di mortalità è pari a zero? In che misura i vaccinati riducono il rischio di contagiare? Qual è il rapporto rischi/benefici? Che nesso c’è tra la vaccinazione di massa e la proliferazione di varianti? Che senso ha auspicare di bloccare la proliferazione di varianti con la vaccinazione di massa nei paesi occidentali quando intere nazioni nel mondo hanno tassi di vaccinazione ancora irrisori? E poi, nel caso in cui la vaccinazione di massa riduca la diffusione del virus di una percentuale, questo guadagno è comparabile al costo di ridurre in maniera così drastica le libertà civili introducendo forme di discriminazione? È rispettato il principio costituzionale di proporzionalità? Oppure, è corretto introdurre surrettiziamente un obbligo vaccinale rendendo la partecipazione sociale a moltissime attività vincolata alla vaccinazione?

Oggi nessuno fa più domande. Siamo una società pre-socratica, non nel senso heideggeriano, ma nel senso che l’agorà ha perso il pungolo della ragione che decostruisce le convinzioni più radicate nel discorso con la potenza discreta del domandare. Il domandare è il nemico del tiranno. Perché il tiranno vuole sempre convincere il popolo di una totalità dotata di senso alla radice del suo comportamento. Vuole dare sempre delle ragioni (scientifiche) che spieghino che anche i suoi atti più orrendi e inumani siano fondati, sensati, all’interno di un mondo ordinato e, alla fine, buono. Per questo, bisogna dissentire, sospettare, distaccarsi quando il discorso si fa troppo compatto, e l’entusiasmo osannatore permea la mente anche dei cosiddetti uomini di cultura.

Incendio o fuoco battesimale?

C’è forse però un’altra prospettiva da cui guardare questo incendio, questa infiammazione universale. In questi tempi estremi, sembra che si stia radicalizzando un bivio, una scelta che da sempre abita l’uomo, per come almeno viene rivelato nella nostra cultura. Monaci o delinquenti, poeti o assassini. Il bivio che si radicalizza non è che un’estremizzazione di una scelta che abita l’uomo. La vera differenza è che questo bivio oggi non riguarda più solo il campo individuale, l’ambito delle decisioni personali, ma diviene la scelta politica fondamentale, un bivio che interessa tutti e che tutti interpella.

La vocazione non è più solo un fatto individuale, per pochi santi, ma diviene l’ordine del giorno di una intera comunità storica. Si pone dinanzi all’uomo occidentale, oramai divenuto planetario, quella revocazione di ogni identità falsa su cui aveva costruito i propri mondi storici, le identità fittizie, e aumenta il volume di una vocazione altra, di una identità altra. C’è un bivio che urge nelle nostre vene come nei discorsi politici, che ci obbliga a scegliere, in quale mondo voler abitare, quale uomo o donna diventare, che tipo di società vogliamo costruire.

“La vocazione messianica è la revocazione di ogni vocazione. In questo senso, essa definisce la sola vocazione che mi sembra accettabile.[v]

Questa bellissima definizione che Agamben usa per commentare lo straordinario passaggio paolino della Prima Lettera ai Corinzi oggi diviene una descrizione dell’uomo comune nella sua media quotidianità. Il tempo si è fatto breve, si è contratto, si è addensato nelle soglie di una società desolata, di una terra del tramonto, con uomini impagliati ma con tutte le applicazioni social sullo smartphone, compreso quel green pass che decide per noi l’accesso alla socialità. E questa universalizzazione della vocazione, questa provocazione alla soglia dei tempi, non è una tragedia, non è la fine dei tempi, ma la fine di un tempo, quello sì, il dissolvimento di un ordine storico.

Chi revoca ogni sua identità, chi accetta di morire all’uomo vecchio nella casa che brucia, si sintonizza con il bivio che ora lo reclama e lo appella, in quelle macerie che diventano sempre più visibili. Il Regno di cui parla Agamben, il tempo messianico, accade ora, per chi lo vuole vedere, nel tempo che confuta questo tempo. È un’esperienza della temporalità diversa, che ha contraddistinto tutto il pensiero rivoluzionario moderno, anche quando esso rimaneva inconsapevolmente ancorato ad una concezione del tempo diversa. Questo irrompe nella vita quotidiana di tutti noi, dove emerge l’urgenza di una forma nuova di militanza, o meglio di testimonianza, che è sempre, come l’etimologia ci dice, anche un’esperienza di martirio.

“La testimonianza è quell’esperienza della lingua che resta quando tutte le frasi sono state dette, tutte le opinioni dotate di senso sono state proferite – o si suppongono tali.[vi]

La testimonianza è il martirio di una esperienza del linguaggio, è cioè un fenomeno battesimale. La testimonianza è quella vocazione politica inserita nella rivelazione giudaico-cristiana, e quindi non astrattamente universale, che si appropria dell’uomo al bivio. E questa testimonianza sembra non dire nulla, inizialmente, non avere grandi obiettivi. Non ha nulla da dire se non ricordarci di questo bivio, riportarci nell’aperto dove questo bivio ci attrae a sé, ora, soprattutto in questa estremizzazione dei tempi.

Chi accetta di morire al nulla della revocazione di ogni identità, al nichilismo che non è che “il limite ultimo cui giunge una filosofia che non trapassa in testimonianza”[vii], diviene quel principio di contraddizione della temporalità mondana e dell’ordine politico su cui essa si fonda. Il bivio che si sta facendo universale accade cioè alla fine dei tempi, esattamente ora. È una sociologia battesimale, dove l’essere viene rigenerato nella parola che lo nomina, che è sempre povera, mendicante. È una parola alla fine di sé, al limite, che elemosina un verbo che la ridica.

La possibilità di una politica incendiaria

Forse questa casa che brucia, questo incendio, non è che questa esperienza battesimale di un dissolvimento resosi news giornalistica quotidiana. E questa esperienza di rinnovamento è ben lungi dall’essere un racconto consolatorio. Innanzitutto, perché essa è un’esperienza precaria, instabile, che viene e va, mentre i megafoni di questo mondo ripetono h24, con la sicumera salda di chi sa, i loro bollettini di morte. Nel testo “La biblioteca è in fiamme” del 1955 René Char scrive che “il poeta non trattiene ciò che scopre; dopo averlo trascritto, presto lo perde. In ciò risiede la sua novità, il suo infinito e il suo pericolo”[viii]. Agamben scrive che il Regno non avviene “come una cosa, un gruppo, una chiesa, un partito. Il Regno coincide sempre col suo annuncio, che non ha altra realtà che la parola – la parabola – che lo dice.[ix]

Il Regno, il bivio, l’incendio, il battesimo, non sono cioè oggetti che possiamo controllare, maneggiare, non sono neanche solo concetti della nostra esperienza del pensiero, perché ogni esperienza del pensiero sgorga da quel bivio, da quell’incendio, da quel battesimo, che anche se nascosto, celato, perseguitato, continua ad ardere la legna raccolta. “Ascoltare la parola del Regno significa allora fare esperienza della sorgività della parola, di una parola che resta sempre veniente e illeggibile, che sta sola e prima nella mente e non si sa da dove venga e dove vada”[x]. C’è un’anarchia della parola ma c’è anche un Regno, ossia un ordine, c’è una libertà assoluta, che non possiede nulla ma dona, ma c’è anche una geometria millimetrica, un’esattezza dell’annuncio, che non ammette errori né disertori.

La domanda che allora sorge forte e urgente è come possiamo costruire una nuova comunità politica su queste basi. Questa parola che irrompe, che confuta, che contraddice, che spodesta i potenti dai loro troni e che annuncia ai poveri la buona notizia, può diventare esperienza comune, cammino collettivo, soggetto? Chi scrive ritiene di sì. Almeno questo è il mistero della Chiesa, e dei tentativi anche che nella modernità si sono fatti di creare comunità di senso attorno a questa esperienza di novità assoluta che irrompe nella storia (pensiamo ai partiti di massa).

Dovremo aggregare più persone possibili per organizzare una resistenza, quartiere per quartiere, parola per parola, disciplina per disciplina. Persone che non tacciano, che dicano che la casa brucia e che il potere cerca di sfruttare questo incendio per incrementare le proprie trame di dominio. Che ripetano giornalmente le verità basilari, testimoniandole, quelle stesse parole che furono incluse anche nelle più avanzate costituzioni moderne.

L’irrompere della parola, sebbene sia precaria e non possa mai ridursi ad oggetto di potere, può diventare un’esperienza collettiva, politica. Anzi, nella verità, lo è sempre. La parola che viene è storica, è una incarnazione, che entra nelle dinamiche più pratiche del vivere comune, per dissolvere da dentro le strutture di separazione, alienazione e violenza, e annunciare il Regno. C’è quindi una responsabilità politica del poeta, e cioè dell’uomo per come esso è, di vigilare, di salvaguardare, di opporsi a qualunque discorso antiumano, anche se viene, come sempre, colorato di umanitarismo e bontà. Questo è il compito del Regno e dei suoi cittadini, ci dice Agamben: monaci urbanizzati, poeti dell’agorà, lì avviene lo scontro, il conflitto. È lì che si dipana però anche la potenza della parola.

“L’esperienza del Regno è dunque esperienza della potenza della parola. Ciò che questa parola destituisce è innanzitutto la lingua. Non è possibile, infatti, deporre i poteri che dominano oggi la terra senza prima deporre la lingua che li fonda e sostiene. Profezia è consapevolezza della natura essenzialmente politica dell’idioma in cui si parla. (Di qui, anche, l’irrevocabile pertinenza della poesia alla sfera della politica).[xi]


[i] Giorgio Agamben, Quando la casa brucia, Giometti&Antonello, Macerata 2020, p.13.

[ii] Ivi, p.8.

[iii] G. Agamben, Infanzia e storia, Einaudi, Torino 1979.

[iv] René Char, Poesie, Einaudi, Torino 2018, p. 189.

[v] G. Agamben, Il tempo che resta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 29.

[vi] Giorgio Agamben, Quando la casa che brucia, Giometti&Antonello, Macerata 2020, p.75.

[vii] Ivi, p.79.

[viii] René Char, Poesie, Einaudi, Torino 2018, p.199.

[ix] Giorgio Agamben, Quando la casa brucia, Giometti&Antonello, Macerata 2020, p.40.

[x] Ivi, p.41.

[xi] Ivi, p.46.

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