Vertenza GKN : le radici finanziarie di una vicenda vergognosa


24 Lug , 2021|
| 2021 | Visioni

La raffica di licenziamenti della GKN di Campi Bisenzio (Firenze) ha avuto una eco nazionale, con la manifestazione regionale di lunedì 19 luglio e quella nazionale del successivo 24 luglio indetta dal Collettivo di fabbrica.

Molto è stato detto a proposito degli eventi, dalla modalità assai criticata – in effetti rivoltante – della comunicazione del licenziamento dei 422 lavoratori, all’atteggiamento altezzosamente sprezzante anche nei confronti del Governo nella figura del viceministro del MISE A. Todde. Ai fini di una analisi più ponderata va rilevata l’impronta decisamente finanziaria dell’intera operazione.

GKN è una multinazionale britannica metalmeccanica; infatti il sito produttivo di Campi Bisenzio, la cui chiusura determinerebbe i licenziamenti, produceva componenti per automobili per la FIAT, prima che passasse nel 1994 alla nuova proprietà; il quale non è certo nuovo del settore, anzi le sue origini risalgono addirittura al 1700, nella fase della prima industrializzazione. Società per azioni quotata in borsa, nel 2018 è stato comprato da Melrose Industries, una società a responsabilità limita britannica fondata nel 2003. Essa, che è stata criticata per la generosità con cui retribuisce i propri dirigenti, è specializzata nell’acquisto di aziende anche con strategie aggressive (le famose « scalate ostili »: i tentativi di prendere il controllo di compagnie racimolando la maggioranza del pacchetto azionario, che com’è noto determina la possibilità di dirigerle).

Molti autori, in primis il compianto Luciano Gallino hanno indicato il processo di finanziarizzazione come intromissione del capitale finanziario nelle strutture direttive dell’economia materiale. Uno dei migliori interpreti di questa declinazione critica è il sociologo Angelo Salento,  di cui va segnalato un importante contributo. L’obiettivo di realizzare profitto avviene non attraverso un processo produttivo ma con la capitalizzazione in borsa e la emissione di obbligazioni. Non si ha né interesse né reali competenze per un processo produttivo.

Una sterzata molto decisa in questo senso è stata avviata su due direttrici : da un lato l’assetto giuridico delle aziende, dall’altro la facilitazione dei flussi di capitali attraverso gli Stati.

Sul primo versante va segnalata la possibilità di costruire architetture proprietarie complesse, le famose « scatole cinesi », con incroci azionari fra vari settori (banche, editoria, utilities, ecc.) ; quel genere di cose che il M5S di un tempo aveva promesso di abolire – ma la promessa pare totalmente dimenticata. Questo panorama legislativo ha permesso che il capitale finanziario prendesse piede negli assetti proprietari con la facilità con cui un coltello rovente penetra nel burro.

A tale dimensione « interna » delle aziende corrisponde un orizzonte di investimento ampio, oltre il semplice ambito nazionale : e cioè la possibilità di spostare i capitali ovunque, escludendo il controllo delle autorità politiche, con relativo indebolimento della possibilità di controllare l’economia. 

Entrambi gli aspetti sono tipici della fase attuale dello sviluppo economico, ma nel nostro contesto sono dirette promanazioni della Ue, tanto per il diritto societario calato a viva forza nelll’ordinamento interno che per l’aberrante accoglimento della proibizione di ogni vincoli dei capitali. La versione accattivante, che non sfigura mai nel talk show in prima serata è la « necessità di attirare capitali stranieri ». Ma per attirarli occorre dare delle garanzie di libertà di manovra che non è agevole ritirare a comando, per cui le autorità statali si trovano un po’ a corto di munizioni, se non per qualche forma di moral suasion.

 Questo pare un caso da manuale, tanto per gli assetti proprietari quanto per la logica dell’operazione.

Cominciamo dai primi. GKN appartiene, come si è detto, a Melrose Industries ; questa società è anch’essa quotata nella Borsa di Londra, ma chi la possiede ? Fra i maggiori azionisti c’è Capital Research & Management, una società che fa parte di un conglomerato finanziario statunitense – Capital Group – di 67 aziende ; Select Equity Group, società finanziaria basata a NY che vanta un portafogli di 30 mld $ ; Threadneedle Asset Management Ltd., società basata a Londra collocata sempre nel medesimo settore. Né mancano due presenze familiari : Vanguard Group e BlackRock, fra i due più possenti leviatani finanziari al mondo – l’ultima controlla alcuni trilioni di attività speculative in modo diretto, e circa 18 in modo indiretto (ricordiamo, per dare il senso delle proporzioni, che il pil dell’Italia sono circa 2 trilioni…). Ognuna di queste società è posseduta e ne possiede altre, rendendo l’assetto proprietario ultimativo un dedalo di complessità assai opaca.

Visto il peso di questa componente, non è sorprendente se constatiamo il peso del valore azionario nelle strategie d’impresa – che riveste anche un valore di interesse personale : è uscita la notizia che i due manager di punta di Melrose hanno venduto azioni della loro stessa società incassando – con una singola operazione – più del costo dei salari di un anno dei 422 lavoratori licenziati per mail.

Tali signori solo a maggio 2021 – pochi mesi fa, non anni ! – si presentavano con una presentazione diretta agli investitori in cui millantavano valanghe di profitti col passaggio all’ecologica auto elettrica. La crisi dell’auto – che non è certo una novità del COVID – che viene citata nella comunicazione dispensata ai lavoratori per annunciarne il licenziamento il 10 luglio non veniva affatto menzionata. Anzi vedendo i bilanci – come fa notare il CNA, l’associazione artigiani locale che li ha spulciati – i risultati attuali sono pure superiori al bilancio previsionale di fine 2020. Ma a maggio scorso si prometteva un rapido incremento dei profitti interno al 10%. La soluzione a breve ? – tagliare i costi. E per chi non lo capisse nelle slide presentate dai dirigenti le immagini stilizzate non sembrano mostrare troppa reticenza nell’alludere al personale dipendente :

Vertenza GKN : le radici finanziarie di una vicenda vergognosa

 Tagliare i costi per poi presumibilmente, rivendere l’intero comparto, lucrandoci. Bene fa il Collettivo di Fabbrica a scrivere  Insorgiamo nella convocazione della manifestazione. Ma va sfidata apertamente e colpita al cuore tutta l’intelaiatura che sottende l’operazione e la rende possibile. Altrimenti, terminata in un modo o nell’altro questa vertenza, potranno aprirsene altre mille.

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