Perché, nonostante tutto, ho scommesso sui vaccini


26 Lug , 2021|
| 2021 | Voci

La crisi pandemica è stata fin da subito politicizzata e ideologizzata impedendo l’apertura di una discussione seria, aperta, approfondita, non urlata. Di conseguenza anche sul tema dei vaccini non è stato possibile sviluppare un dibattito, magari aspro, ma laico e razionale perché la scelta di vaccinarsi o meno – che dovrebbe essere presa lucidamente e consapevolmente da ciascuno di noi sulla base di una riflessione larga e ponderata – è diventata oggetto di una contesa politica che ha assunto toni manicheo-religiosi, una scelta di campo a favore o contro il sistema.

Per quanto mi riguarda ho scelto di vaccinarmi, senza entusiasmo e fra mille dubbi e perplessità, cercando di non farmi condizionare né dal bombardamento mediatico mainstream né dalle esagerazioni di alcuni gruppi no vax a prescindere, consultando alcuni amici medici e scienziati di cui ho fiducia e che, sulla base di una serie di considerazioni, mi hanno consigliato di vaccinarmi. Insomma, è stato un atto di fiducia e la fiducia non è un qualcosa che si assegna o si toglie in base a quello che vorremmo sentirci dire. Quasi una scommessa, nei modi in cui la intendeva Pascal: una scommessa in questo caso sui vaccini come strumento in grado di riportarci alla “normalità” (termine certo problematico) di prima, confidando nelle convinzioni di medici e scienziati autorevoli ai quali ho sempre guardato con fiducia e ammirazione (da Alberto Mantovani a Franco Locatelli, ad esempio).

Naturalmente, sostenere questo non significa non vedere tutti i problemi che la gestione dell’emergenza sanitaria ha sollevato e continua a sollevare. Tanti sono gli interrogativi: su tutti il fatto che la campagna di vaccinazione (la produzione dei vaccini, in particolare) sia stata delegata ad aziende private, peraltro straniere, le famose multinazionali del farmaco (protagoniste in passato di speculazioni ai danni dei cittadini e di sperimentazioni su popolazioni di paesi del terzo mondo che hanno causato in alcuni casi delle vere e proprie tragedie), le quali a loro volta si sono comportate in maniera analoga scaricando ogni responsabilità di eventuali effetti collaterali sui cittadini chiamati, all’atto stesso della vaccinazione, a sottoscrivere una dichiarazione in cui le aziende si sollevano, appunto, da ogni responsabilità in tal senso.

Tutto questo non può che ingenerare ragionevoli dubbi e perplessità in molti. Inoltre, mi sembra del tutto normale che di fronte ad una decisione di questo tipo ci siano diverse risposte che scaturiscono da punti di vista e analisi diverse e che queste differenti risposte debbano essere rispettate.

Non è per niente normale invece l’atteggiamento intollerante e altrettanto fanatico di chi tratta da ‘subumano’ i cosiddetti renitenti al vaccino, additati a responsabili della diffusione del virus: questo non è certo il modo migliore, non dico per convincere a vaccinarsi, ma anche solo per avvicinare, per aprire una riflessione equilibrata e razionale sul da farsi, e quindi anche sulla necessità di vaccinarsi, per lo meno per alcune fasce consistenti della popolazione, con particolare riferimento ai soggetti più fragili.

Non c’è alcunché di laico, di razionale, di equilibrato e di ragionevole in questa reazione inquisitoria da caccia alle streghe; al contrario, si tratta di un atteggiamento profondamente ideologico, integralista e oscurantista. E penso che questo sia anche il risultato di un clima che è stato costruito in questo anno e mezzo di crisi pandemica.

Questa politicizzazione/ideologizzazione della crisi pandemica, come scrivevo all’inizio, ha difatti impedito fin dall’inizio un approccio lucido, razionale e realmente scientifico alla questione, alimentando una reazione altrettanto estremista e ideologizzata da parte delle frange, più o meno consistenti, dei no vax a prescindere.

Sembra quasi che un certo atteggiamento “scientista”, che tende a sostituire i dogmi religiosi con quelli dell’infallibilità della scienza (la quale è per definizione fallibile), trasformando quest’ultima in una sorta di nuova religione secolarizzata, non possa che produrre il suo opposto speculare, cioè una nuova forma di superstizione postmoderna, ostile per alla scienza stessa.

Se, dunque, la scienza e la tecnica vengono assolutizzate ed elevate a idoli del nostro tempo, dall’altra proprio questa feticizzazione ideologica non poteva che produrre il suo opposto speculare.

Io mi sono vaccinato, ma ciò non toglie che sia da temere come un virus la furia invasata di chi nega ogni dubbio, ignora le ragioni di chi quei dubbi nutre, impugna il catechismo, finge certezze che non può avere, è in preda all’immonda passione per giudicare, mettere al bando e all’indice, sorvegliare e punire, facendo slittare i termini della questione dal piano consono “utile/dannoso” a quelli del tutto inappropriati e malati “buono/cattivo”, “responsabile/irresponsabile”, “ragionevole/delirante”.

Io mi sono vaccinato, ma conosco diverse persone che hanno deciso di non vaccinarsi, e questo per varie ragioni. Spesso non sono né ignoranti né egoisti. In molti casi alla base c’è un sentimento di paura dovuta a situazioni di salute particolari o a esperienze vissute più o meno tragiche.

Posso considerare la loro scelta esagerata e irrazionale, ma con che autorità mi ergo a giudice? Tutto quello che facciamo è razionale? Non ci facciamo forse spesso guidare da paure e convinzioni che altri giudicano irrazionali?

Del resto, ci sono tante persone dotate di equilibrio e razionalità che, sempre in virtù di una logica e di una analisi, sia pure diversa dalla mia, hanno invece scelto consapevolmente di non vaccinarsi. Altre invece hanno fatto la stessa scelta, ma sulla base di una specie di irrazionale sospetto, di scetticismo radicale nella modernità e nella scienza.

Allo stesso tempo, molte persone, soprattutto fra i più giovani ma non solo, hanno scelto di vaccinarsi solo per evitare complicazioni di vario genere relative alla possibilità di spostarsi, viaggiare, andare all’estero, partecipare ad eventi pubblici, ecc. 

Molti altri invece si sono sottoposti alla vaccinazione solo per non essere additati come untori, come complottisti/negazionisti e per non essere emarginati, per poter continuare a far parte della grande comunità dei “buoni”. 

In entrambi i casi queste persone sono state spinte a vaccinarsi in ragione non solo di elementi pratici, ma anche e soprattutto di ordine psicologico/emotivo. D’altra parte anche nel mio caso la spinta maggiore poggiava su elementi quasi prerazionali, ruotando sul nesso fiducia/scommessa. Proprio perché il dibattito scientifico su efficacia e rischi dei vaccini è aperto, fatta salva l’opzione (l’unica sensata, a mio avviso) legata al calcolo rischi/benefici, la mia scelta non poteva che attingere ad un’idea di ragione larga, nel senso che ricomprende hegelianamente al suo interno anche ciò che ragione in senso stretto non è.

Insomma, capisco chi oggi, in buona fede e non per interessi politici e personali, non si fida. D’altronde, siamo stati abituati a vivere in un Paese dove lo Stato non si assume mai le proprie responsabilità, un Paese dove si negano risarcimenti e riconoscimenti ai tanti morti causati da Ilva a Taranto, dove bisogna intraprendere cause decennali per vedersi riconosciuta giustizia anche di fronte a fatti palesi. Un Paese dove alcuni virologi sono diventati star televisive, dicendo tutto e l’opposto di tutto, rimangiandosi le affermazioni decine di volte, senza un minimo di vergogna. Dove tanti scienziati hanno abdicato ai principi di base della ricerca scientifica, cioè la cautela, il dubbio e la precauzione, e si comportano da strafottenti, come se la scienza fosse un affare da tifoserie. Dove chi fa delle domande viene silenziato, oscurato o ridicolizzato dai propri pari.

Un Paese dove si fanno gli OpenDay aperti agli adolescenti solo perché si deve “fare numero” per fare bella figura, nonostante la grande cautela che andrebbe esercitata con alcune categorie di cittadini (soprattutto i più giovani, per i quali il Covid rappresenta un rischio molto basso a fronte delle incertezze a medio e lungo termine dei vaccini, soprattutto quelli a mRNA)

Nel frattempo la retorica del “siamo in guerra” ha fatto breccia nelle persone in maniera così forte, che ogni titubanza viene associata alla diserzione e ogni dubbio alla propaganda complottista. Anche se non c’è nulla di complottista nel sostenere che la pandemia sia ormai il perno di una ristrutturazione in senso sempre più oligarchico del sistema economico e sempre più coercitivo del sistema sociale.

La fantomatica figura del no vax, costruita ad arte per portare avanti una narrazione emergenziale, sembra l’ennesimo capro espiatorio della gestione disastrosa della crisi sanitaria e sociale.

Cosa cambia tra il runner del marzo 2020, lo studente fuori sede che da Milano vuole tornare in famiglia, il bagnante della Sardegna dell’estate 2020, il tifoso in festa della nazionale campione d’Europa e il no-vax? Nulla. È la valvola di sfogo data in pasto a una popolazione a cui, in un anno e mezzo, si è chiesto qualunque tipo di sacrificio. Una serie infinita di sacrifici spacciati ogni volta come unica via, soluzione finale, scelta inevitabile, per poi ritrovarsi dopo qualche settimana al punto di partenza (col sospetto più che legittimo, a questo punto, che senza quei sacrifici nulla sarebbe cambiato).

Non è vero che è stato fatto tutto il possibile nella lotta a questo virus. È vero invece che le strategie sono state imposte dalle aziende farmaceutiche ai governi, che di buon grado le hanno accettate. E ora ci si prepara a spiegare a decine di milioni di italiani che se la Salvezza tarda ad arrivare è colpa di qualcuno di loro: questa almeno la sensazione che si ha ascoltando le invettive e i moniti degli ultimi tempi.

Il rischio è di sdoganare un modo di relazionarci con il potere assolutamente acritico e sempre più violento e tossico con il prossimo, assecondando la competizione feroce tra esseri umani che sta trasformando la società in una trincea, distruggendo ciò che restava di un tessuto sociale sempre più polverizzato e individualizzato.

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