Per una critica della riforma Cartabia sulla giustizia


27 Lug , 2021|
| 2021 | Visioni

Sembra destinata a non incontrare grossi ostacoli. Pare che il testo abbia serie possibilità di arrivare fino in fondo. Con la consueta forza magnetica di Draghi.  Il buco nero che inghiotte. Con il solito mantra ce lo chiede l’Europa. La tanto attesa riforma della giustizia è l’ultima tappa di un lungo percorso. Di un tratto distintivo che caratterizza la storia dell’integrazione europea. Lo scambio tra risorse e riforme. Tra prestiti e modifiche all’ordinamento giuridico interno. Oggi il nome prestito viene celato. Meglio parlare di Recovery Fund. Fa più tendenza. Desta meno preoccupazione. Dunque soldi in cambio di riforme. Recovery fund e modifiche al sistema giudiziario. Già questo basterebbe a far nascere il sospetto. Già questo basterebbe ad insinuare il dubbio che si tratti di una ennesima contro-riforma. Di una ennesima umiliazione del principio della rappresentanza popolare. Come lo è stato per tutte quelle precedenti che recavano il bollino di qualità: lo vuole l’Europa.

La riforma Cartabia ha lo scopo di assecondare le aspettative di chi crede in una risistemazione delle attività giudiziarie. Vuole anche zittire le voci di chi lamenta da anni una inefficienza della macchina giudiziaria. Ma sarà davvero così? Tocca davvero i temi fondamentali rispetto ai quali urge una modifica?

Una organizzazione seria delle attività processuali. Una redistribuzione del carico di lavoro di magistrati impegnati in una corsa contro il tempo. Una depenalizzazione seria. Un ritorno al principio del diritto penale minimo, del diritto penale come extrema ratio. Una magistratura credibile. Questi sono solo alcuni dei nodi cruciali. Temi enormi. Non più procrastinabili e tuttavia procrastinati. Anche questa volta le speranze sono vane. È illusorio attenderci un vero cambio di passo. Una nuova visione d’insieme dei procedimenti civili e penali. No. Non è così. Lo ha detto la stessa guardasigilli. È inutile mirare a risultati impossibili ha ribadito. Meglio concentrarsi sulla contingenza, sul necessario.

Siamo alle solite. L’emergenza ritorna. Sempre presente. Sempre pronta a giustificare. Utile appiglio di testi normativi che cambiano tutto per non cambiare nulla. Ancora non si esce dalla trappola del presente. Si pensa alle congiunture, alle aggiustature, alle limature. Limature di un sistema che non ha niente limare. Nessun progetto. Nessun futuro. Non è ancora il tempo della Giustizia. Non lo è stato. Non lo è stato con la riforma Orlando e con quella Bonafede. Non lo è ora. E forse non lo sarà ancora a lungo.

Una volontà reale di cambiamento non potrebbe non partire da una riforma del CSM. Lo ha ricordato pubblicamente uno dei magistrati più esposti del nostro Paese, Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica a Catanzaro.

È noto il deficit di credibilità di cui soffrono le istituzioni giudiziarie. La vicenda Palamara è solo la punta di un iceberg. Il problema delle correnti nel CSM è serio. Molto spesso i candidati chiamati ad esercitare le funzioni di autogoverno sono quelli che prima hanno avuto un ruolo di rilievo all’interno di una delle correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati[1]. Magistrati che prediligono la politica associativa. Non la funzione giudiziaria, per quanto gravosa possa essere. Con l’ovvio immiserimento dell’autonomia della magistratura. Di quella garanzia costituzionale, cioè, che serve a salvaguardare la terzietà ed imparzialità del giudice. Che serve a rendere effettivo il comma 1 dell’articolo 3 della Costituzione.

Il nodo della magistratura resta lì. Come ne restano lì tanti altri. Viene rinviato anche un altro problema che da anni rende lettera morta l’articolo 27 della Costituzione repubblicana. Il sovraffollamento carcerario. Un tema dai costi sociali enormi. Anche in questo caso siamo ancora lontani dalla soluzione. Siamo ancora schiacciati sul presente. Davanti al muro. La ministra non ha mancato di dire che utilizzerà i fondi del recovery per la sola ristrutturazione delle nuove carceri. Questo non basta. Il problema carceri è un problema di spazi. Spazi che, seppur ristrutturati, saranno comunque insufficienti. Il problema carceri è un problema di dignità. Di credibilità di uno stato che non può accettare sanzioni pecuniarie senza fare niente. Sono trascorsi otto anni dalla Torreggiani. È anche il problema di una CEDU solo attenta al valore monetario della vita.

I nodi sono arrivati al pettine. Ma il tempo della Giustizia non è ancora. I nodi vengono rinviati. Restano lì, in un tramonto che non passa. In un declino che non finisce. Davanti al pettine.

La riforma Cartabia fa tanto discutere soprattutto per un articolo in particolare. Si tratta dell’art. 14 bis del progetto di riforma che vorrebbe introdurre nel codice di rito un ulteriore istituto, l’improcedibilità dell’azione penale. Verrebbe così inserito un nuovo articolo, il 344 bis c.p.p., derubricato “Improcedibilità per superamento dei termini di durata massima del procedimento penale”. Quest’ultimo prevederebbe che, decorsi due anni ed un anno, rispettivamente per il giudizio d’appello e quello di legittimità, la sentenza di condanna eventualmente pronunciata nei gradi precedenti venga annullata. Abbiamo richiamato Gratteri. È proprio costui a essere portatore di una delle critiche più feroci verso questo istituto. La sua audizione in commissione giustizia, insieme a quella del procuratore nazionale antimafia Cafiero De Raho, rappresenta uno strumento prezioso per capire le criticità teoriche e le conseguenze pratiche di questo punto specifico della riforma.

Riguardo queste ultime, Gratteri definisce tali termini come dei “termini-tagliola” che finiscono per svilire la qualità del lavoro già svolto. Questo perché cadrebbero nel vuoto le attività investigative e l’esercizio delle funzioni giudicanti dei giudici di primo grado. Con conseguente spreco di risorse e di personale. Non solo. Questi termini comporterebbero un aumento notevole di appelli e di ricorsi in Cassazione. Impugnazioni che finirebbero per ingolfare ancora di più la macchina della giustizia al fine di giungere, vista la strettezza dei termini, ad una declaratoria di improcedibilità.

Su piano teorico invece, la riforma Cartabia cadrebbe nell’errore di apportare modifiche a valle e non a monte. Non ha senso per il procuratore di Catanzaro lasciare inalterato il sistema delle impugnazioni e prevedere un termine che rischierebbe di vanificare interi procedimenti. La soluzione piuttosto sarebbe quella di modificare il regime delle impugnazioni. Si potrebbe prevedere l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per il PM. Si potrebbe introdurre un appello a critica vincolata, rendendo tassativi i motivi di appello. Si potrebbe estendere l’appello incidentale del PM. Cosa che arginerebbe il divieto di reformatio in pejus, causa di un elevato ed ingiustificato numero di appelli pretestuosi.  Il tutto senza soluzioni estremiste come l’abolizione del secondo giudizio di merito come pure alcuni magistrati, a torto o a ragione, hanno sostenuto.

In secondo luogo, l’improcedibilità dell’azione penale prescinde dal tempo della commissione del reato. Si prenda il caso in cui il giudizio di primo grado si conclude il giorno successivo alla commissione del reato. Ipotesi che accade per i procedimenti per direttissima. In questo caso l’azione penale risulta improcedibile in un tempo di poco superiore ai due anni. In un tempo cioè notevolmente inferiore rispetto alla prescrizione minima prevista. Ad esempio si scenderebbe a 2 anni e poco più financo in caso di rapina.

In terzo luogo il termine di improcedibilità si applica a tutti i reati tranne quelli puniti con la pena dell’ergastolo. Casi rarissimi. Il termine invece si applica in via generalizzata, anche a reati di particolare allarme sociale. Come i reati di criminalità organizzata e di terrorismo. Negli ultimi giorni tuttavia si sta valutando di modificare la deroga, ampliandola. Mentre, inizialmente, il termine avrebbe dovuto riguardare anche reati di particolare allarme sociale, ora invece pare che la deroga potrebbe essere estesa anche a queste ipotesi delittuose. Dalle parole di Gratteri è emerso infatti come la improcedibilità dell’azione penale sia uno straordinario strumento di impunità. Impunità, se la deroga non venisse estesa, anche per quei reati particolarmente preoccupanti in termini general e special preventivi. A rischio è infatti il maxi-processo rinascita scott che si sta celebrando nell’aula bunker di Lamezia Terme. La teoria della non convenienza a delinquere, sulla quale il procuratore insiste da anni, anche in questo caso viene violentata.

Gratteri non è solo il magistrato della critica. Sono state già richiamate alcune soluzioni da lui proposte riguardo l’appello. È soprattutto il magistrato dei fatti. E di fatti in questi anni ce ne ha dati. Protagonista di una rivoluzione calabrese. Un cambio di registro nella lotta alla ndrangheta. La ristrutturazione in 4 anni di un convento per ospitare la procura di Catanzaro. La costruzione in sei mesi di un’aula bunker all’avanguardia per i maxiprocessi. L’impegno culturale costante rivolto ai giovani. Sono solo alcuni degli esempi. Una sfida. Un’idea di libertà. Un’idea che non è mancata di essere umiliata dalla commissione per il sud. Una commissione voluta dalla stessa ministra Cartabia. Ma Gratteri non è solo questo. Gratteri è autore, insieme ad altri collaboratori, di un articolato di legge che giace in parlamento. Di quel testo una sola norma è stata in precedenza approvata. Quella sul processo a distanza. Quella sulla possibilità per i detenuti di partecipare in video-collegamento al processo penale, evitando costi e rischi nell’attività di traduzione. Anche durante la sua audizione non ha tradito questo suo spirito di iniziativa.  Di irriverenza verso il potere. Proponendo l’improponibile. O forse dicendo cose di sano buon senso.

La riforma Cartabia diventerebbe, se l’improcedibilità andasse in vigore, la sacralizzazione di una sostituzione. Quella già Giancarlo Caselli ha intuito. Il tempo al posto del giudice. Il tempo al posto della sentenza. Il tempo dell’Ingiustizia. Perché il tempo è manipolabile, è gestibile. Il tempo non è neutrale come il giudice. Il tempo nel giudizio è il tempo del giudizio. Del suo evolversi, della sua fine. Il tempo è il grande nemico del merito.

A causa del tempo, il nostro sistema penale ha accettato la coesistenza di due distinti codici. Uno per i galantuomini, l’altro per gli straccioni. Uno per le per le persone perbene, l’altro per i buzzurri. Nel primo caso, grazie al tempo si finisce per farla franca. Grazie ad una difesa adeguatamente remunerata i difetti strutturali del sistema sono lo strumento per portare a casa il risultato. L’impunità è arrivata. Nel secondo caso invece, il giudizio molto spesso segna irrimediabilmente la vita degli esseri umani[2]. Con buona pace dell’uguaglianza formale e di quella sostanziale.

Tutto questo ci dice che urge un altro tempo.  Il tempo della Giustizia. Lo sostengono da anni magistrati che a vario modo si impegnano per portare avanti un certo principio di libertà. Quello che prima di loro camminava sulle gambe di chi per esso ha sacrificato la vita. Questo tempo lo invoca Di Matteo. Lo invoca dicendo di riannodare il rapporto con la società civile, con il popolo. Con quel popolo nel cui nome la giustizia deve essere amministrata.  Con la riforma Cartabia invece, per l’ennesima volta, questo non avviene. Le istituzioni si arroccano.  Un potere autoreferenziale. Che non parla né tantomeno ascolta. Muto ma feroce. Silente, o resiliente, ma cinico. Cinico nel non preoccuparsi che la sensazione per cui la giustizia sia più uguale per alcuni piuttosto che per altri resti lì. Intatta. Perenne.

È il tempo della Giustizia. Lo invoca anche Caselli. Per il quale le pronunce della CEDU e della Corte Costituzionale italiana sull’ergastolo ostativo destano non poche preoccupazioni. Comportano una sovraesposizione del magistrato di sorveglianza. Ma non solo questo. Si vanifica il sacrificio di magistrati eccellenti, innominabili. I migliori che la Repubblica abbia mai conosciuto e che forse mai conoscerà di nuovo.

È il l tempo della Libertà. Della Costituzione. Dell’uguaglianza sostanziale. Della giustizia del giudice Livatino. Di una giustizia che pesi in eguale misura tutte le condotte, a prescindere dalla posizione sociale. Di una giustizia che veda nella mafia il nemico da combattere e non un male tutto sommato tollerabile. È il tempo della norma che esprima “il potere di chi non ha potere”[3]. Della decisione che concretizzi questo principio. Ma questo tempo non è ancora. Tra una fine che non finisce. E un inizio che non inizia. I temi importanti restano. Intatti. Ignorati. Lì. Davanti al pettine. Davanti al muro del presente.


[1] N. Di Matteo, S. Palazzolo Collusi, BUR, Milano 2015, p.168

[2] G. Caselli, Una proposta per riformare la giustizia: aboliamo l’appello, huffingtonpost, dicembre 2019

[3] Gratteri, la giustizia è una cosa seria

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