C’è un’aria che manca l’aria


29 Lug , 2021|
| 2021 | Visioni

C’è una canzone bellissima di Giorgio Gaber che mi pare di un’attualità quasi sconvolgente: forse lo è più oggi rispetto a quando è stata scritta, nel 1994.

Il titolo è “C’è un’aria” e comincia così:

«Dagli schermi di casa un signore un po’ agitato

o una rossa decisa con il gomito appoggiato

ti rallegran la cena sorridendo e commentando

con interviste e filmati ti raccontano a turno a che punto sta il mondo»

Ci ho ripensato in queste sere, guardando masochisticamente il TG (uno vale l’altro), nel momento in cui il dissenso, e financo le mere perplessità in merito alle ultime misure dell’esecutivo, venivano bollati come espressioni del mondo negazionista, complottista, no-vax. Per poi sfociare ovviamente nell’etichetta di estremista e fascista: immancabili.

È davvero soffocante: assisti a dibattiti televisivi che di dibattito ormai non hanno assolutamente più nulla. Una schiera di figuri tutti d’accordo tra loro: si richiamano nei vari interventi, si rafforzano vicendevolmente e ripetono ossessivamente la nuova religione civile, quella che in Draghi vede l’unico pontefice massimo, quella alla quale devi cedere, fideisticamente, lasciandoti andare alla forza centripeta di questo nuovo ápeiron di verità assolute.

E infatti Gaber cantava proprio questo:

«C’è un’aria, un’aria, ma un’aria che manca l’aria…».

Dopotutto è quanto da queste stesse colonne affermava recentemente Geminello Preterossi, nel rimarcare come «la questione non è il vaccino, ma la libertà» e aggiungendo come sia «inaccettabile un fideismo irrazionalista che pretende di troncare qualsiasi discussione nel merito e far passare un’imposizione di fatto generalizzata, (…) colpevolizzando e ricattando i cittadini, sottraendo loro libertà e diritti. Cioè trasformando tutti noi in inermi sudditi nelle grinfie del potere, che toglie e concede spazi di libertà senza appello e senza limiti».

Versiamo in un contesto di tale prostrazione in termini di dialettica e di elaborazione politica, da far passare ormai quasi in secondo piano il merito delle questioni. E ciò che davvero sorprende (i meno avveduti) è che a reggere il moccolo a questo scempio siano proprio coloro i quali videro nel ventennio berlusconiano un rischio serio alla libertà di informazione, coloro i quali organizzarono persino manifestazioni di piazza in sua (di essa) difesa contro l’imperante narrazione monocorde a sostegno dell’allora cavaliere.

«Il tema della discussione da me aperta è quello di esaminare se la stampa italiana si stia rendendo conto della deriva in avanzato corso verso un regime autoritario, nella direzione voluta dal capo del governo. Una deriva che implica una concentrazione di potere nelle mani del presidente del Consiglio e un contemporaneo indebolimento o addirittura cancellazione degli organi di controllo e di garanzia ancora esistenti: magistratura inquirente e giudicante, (…) poteri di controllo del Parlamento, Corte costituzionale, presidente della Repubblica, stampa e emittenti radio-televisive.

«A nostro avviso una notevole parte della stampa e delle emittenti radio-televisive non sta informando i cittadini della gravità di quanto accade sotto i nostri occhi, smorza volutamente il significato dei fatti e dei comportamenti adottando il metodo così bene illustrato nei “Promessi sposi” laddove il Manzoni racconta il colloquio tra il Conte-zio e il padre generale dei Cappuccini al quale si chiedeva di trasferire in altra sede il combattivo fra Cristoforo che difendeva i poveri Renzo e Lucia dalle soperchierie di don Rodrigo. “Sopire, troncare, padre reverendo; troncare, sopire”. Così diceva il Conte-zio e così fu costretto a fare il generale dei Cappuccini. La conseguenza fu l’intimazione a don Abbondio di non eseguire quel matrimonio, il rapimento di Lucia, la fuga di Renzo. Non ci fosse stato il pentimento dell’Innominato e poi la peste, quel matrimonio non si sarebbe mai fatto. (…)

«I giornali non sono partiti ma sentinelle a guardia del pubblico interesse, che dovrebbero rimandarsi l’un l’altro la parola d’ordine e la risposta: “All’erta sentinella”, “All’erta all’erta sto”. (…) Io vorrei, noi vorremmo, che la stampa italiana non fosse meno lucida e meno coraggiosa di quella internazionale. Mi sembra purtroppo un vano desiderio».

Questo era Eugenio Scalfari il 13 ottobre 2009, dalle colonne di Repubblica con un pezzo dal titolo “Il coraggio della stampa”: della serie, articoli invecchiati male. Malissimo.

Ci sono dei temi che risultano incandescenti e allo stesso tempo velenosi: se li tocchi ti ustioni se va bene; muori nell’oblio se ti va male. Molti li ha ricordati Nello nel suo prezioso intervento, molti altri se ne possono aggiungere.

Certamente la questione sanitaria, come pure quella dei diritti civili e politici ad essa connessi (perché se non consenti liberamente alle persone di incontrarsi allora incidi inevitabilmente nelle dinamiche politiche del paese); immancabilmente il ruolo della (Dis)Unione Europea, del suo “chiedercelo”, delle politiche di austerità che poi ci son costate (loro più del virus!) migliaia di morti, di quello che Alessandro Somma definisce efficacemente come il “mercato delle riforme”; poi c’è tecnologia e il suo doverci governare necessariamente, dinanzi alla arrendevolezza argomentativa prostrata da chi potrebbe invece avanzare delle critiche, per non parlare delle implicazioni in materia di lavoro.

Il problema non è meramente contingente: in questi mesi, in questi anni, hanno creato coscienza, una specifica coscienza che vediamo ora espressa in tutta la sua ferocia nei confronti di chiunque, in ogni sede, prova ad esprimere un pensiero alternativo.

E Gaber infatti cantava:

«Lasciateci almeno l’ignoranza

che è molto meglio della vostra idea di conoscenza

che quasi fatalmente chi ama troppo l’informazione

oltre a non sapere niente è anche più coglione».

La sensazione è che ci sia qualcuno convinto di detenere una nuova versione del «diritto di costringere gli uomini a essere liberi» e allora guai ad avanzare critiche alla narrazione dominante: guai a far notare, ad esempio, che non è affatto vera la favoletta del lavoratore in smart working in riva al mare, a bordo piscina o dal cottage in montagna. Provaci a scriverlo e ad argomentarlo che i rischi per le persone aumentano e che gli effetti di trent’anni di precarizzazione del lavoro rischiano di acuirsi notevolmente: se ti va bene ti danno del luddista, se ti va così così sei antistorico, se ti va male sei tafazzista.

E allora siamo costretti a leggere di lavoratori in smart working dalla crociera (che non se la potevano permettere quando erano in ferie e pare che oggi possano pagarsela per lavorarci), di lavoratori che prestano la propria opera dal duomo di Milano (sic!), del lavoro agile come soluzione allo svuotamento demografico dei borghi, all’avvizzimento del Sud del paese, al traffico nelle nostre metropoli, all’inquinamento della nostra aria.

«E leggendo i giornali con un minimo di ironia

li dovremmo sfogliare come romanzi di fantasia

che poi il giorno dopo o anche il giorno stesso

vanno molto bene per accendere il fuoco o per andare al cesso».

Ad ogni modo, è come se il filo rosso di molti dei problemi che oggi viviamo fosse rappresentato dall’arretramento dello Stato, delle responsabilità politiche, rispetto a tutti i temi che riguardano le masse, evidentemente più fragili e deboli e agli obblighi che imporrebbe una visione sociale del paese. Nella contestuale costituzione del Leviatano posto a tutela della finanza, dello sfruttamento, della colonizzazione. Un mostro che si serve di zelanti alfieri, quelli che vediamo spesso cianciare in televisione col loro feroce e malevolo buonismo, schiacciando con acqua stagnante ogni forma di conflitto.

È proprio dal conflitto invece che evidentemente tocca ripartire, declinato entro i confini della Costituzione che del conflitto deve peraltro essere faro, (ri)politicizzando ogni cosa e trascinando tutto nell’agorà di un confronto serrato e spietato, costringendo il sistema a meditare sugli aspetti più importanti delle nostre vite individuali e della nostra vita collettiva. Tornando ad interrogarci sinceramente su chi vogliamo essere, su quale società vogliamo popolare, su quale paese vogliamo costruire.

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