Mitologia europea e agiografia di Mario Draghi


4 Ago , 2021|
| 2021 | Visioni

Mi ha colpito e mi ha fatto pensare la seguente dotta e celebrativa presentazione del profilo di un uomo di indubbio successo e di indiscutibili capacità del quale vengono esaltate qualità e virtù straordinarie. Ne riporto alcuni frammenti e dirò poi chi l’ha scritta.

<< Ciò che lo caratterizza è una qualità prodigiosa: un tipo speciale di intelligenza che è ben definita dalla parola greca “μήτις” (metis), una saggezza pragmatica, non astratta, che si manifesta nella capacità di valutare in un attimo i tempi e i modi, sapendo individuare il momento da cogliere, per agire o per aspettare, quell’attimo che i Greci chiamavano “καιρός” (kairòs).

Come altri, egli è orgoglioso, competitivo, partecipe dei valori aristocratici dell’onore e della pubblica stima ma è sua specifica prerogativa la capacità di piegare quei valori alle esigenze del momento: “Saremo giusti domani, oggi dobbiamo essere scaltri” si narra che abbia detto.

Già carico di gloria, deve ora misurarsi con situazioni e avversari nuovi e deve imparare ad adattarsi a eventi imprevedibili a fronte dei quali il valore non basta, qui occorrono davvero altre qualità per sopravvivere, qualità che certo non gli mancano. Le parole chiave per qualificare le sue virtù sono gli aggettivi “πολύτροπος” (polútropos: versatile, dal multiforme ingegno, ricco d’astuzie, capace di escogitare molteplici espedienti) e “πολυμεχανός” (polumekanós: uomo dai molti accorgimenti e dalle molte macchinazioni).

Accanto alla “metis”, l’intelligenza, la saggezza pragmatica, egli ha mostrato anche il desiderio di conoscere, ha dato prova di coraggio, di forza, di resistenza, di sopportazione, in particolar modo ha mostrato capacità di sopportare le ostilità >>.

E’ il ritratto di Mario Draghi? No, è il ritratto di Ulisse. Il testo riportato è tratto dai saggi di Giulio Guidorizzi e di Simone Beta raccolti nel volume “Ulisse. Il viaggio della ragione” (edizione Corriere della Sera, 2021).

Perché leggendo queste parole che tratteggiano il profilo di Ulisse sono stato indotto a pensare a Mario Draghi? Forse perché tutto ciò che riguarda l’Unione Europea e i personaggi protagonisti del suo agire si muovono sullo sfondo di un racconto mediatico, prodotto dell’immaginazione, volto ad alimentare un pensiero mitologico che si sovrappone al pensiero cosciente, lo sovrasta e lo anestetizza, lo rende miope. Un racconto che propone chiavi di lettura assolutorie delle difficoltà contingenti, un racconto rassicurante e pedagogico, proiettato in un tempo lontano e indefinito, come è tipico dei miti.  Un tempo lontano che, nella mitologia classica, si perde nel passato, in un tempo delle origini.

Anche la mitologia europea ci propone racconti riferiti ad un tempo lontano ma è un orizzonte che, al contrario, si perde nel futuro, un futuro nel quale si configurerebbe il nostro destino comune verso un mondo migliore, un futuro di mete da raggiungere, di traguardi epocali che ci introdurranno in una sorta di terra promessa, gli Stati Uniti d’Europa, condizione per conquistare un forte posizionamento nell’agone geopolitico mondiale dal quale saremmo altrimenti emarginati, presupposto per la definitiva pacificazione tra i paesi europei e anche premessa ineludibile per conseguire più elevate produttività e competitività, un più alto sviluppo economico e un conseguente più elevato e diffuso benessere sociale. 

Un pensiero mitologico che racconta un futuro ricco di prospettive catartiche presentandole come assiomi, come dogmi che, come tali, non necessitano di essere vagliati alla luce della ragione, non hanno bisogno di essere supportati da analisi, da verifiche e da dimostrazioni e non lasciano spazio al dubbio, sono veri in sé. Prospettive appaganti che distolgono dal contingente, rendono miopi in riferimento al presente e giustificano, dando loro un senso, i costi e i sacrifici attuali, patiti con sofferenza lungo il percorso di avvicinamento alla terra promessa: ma quale mitica terra promessa può essere raggiunta con una semplice e rilassante passeggiata? Come si può pensare di arrivare alla terra promessa senza incidenti di percorso, senza sofferenze che saranno ampiamente ripagate?

Si riconosce che oggi la costruzione europea e le sue regole sono insoddisfacenti e per molti aspetti disfunzionali, ma la rappresentazione mitologica ci invita a dare un senso all’austerità, alla svalutazione interna, ai sacrifici, al declino economico, alla disoccupazione, ci spinge ad alzare lo sguardo e ci indica le soluzioni future verso le quali stiamo procedendo; ci propone una rappresentazione degna di fede, capace di alimentare un credo collettivo. “Un mito funziona se creduto ed è creduto se funziona. Quando un mito non realizza ciò che ha promesso, viene scartato, fallisce. Quando un mito viene scartato, una società entra in crisi, perché non sa più spiegare se stessa” (G. Guzzi, Recovery Fund, la risposta europea all’austerity è un mito o funzionerà?). Il mito dà un senso alle difficoltà contingenti in ragione della visione che esso propone, “una visione del mondo che spiega l’origine di una situazione (ruolo cosmologico), la direzione regolativa del comportamento (ruolo morale) e offre un orizzonte di compimento per il futuro (ruolo escatologico)” (G. Guzzi, ibidem).

Come tutti i miti, anche il mito europeo ha bisogno di eroi, di uomini nobili e grandi, capaci di proteggerci dalle sventure, in grado di indicarci la strada, di guidarci verso un mondo migliore. In questo quadro, chi potrebbe essere più eroico dell’uomo che ha salvato l’euro? l’uomo che ha impedito che il sogno svanisse. Ha salvato l’euro e, assieme all’euro, ha salvato anche noi e il nostro futuro, e tanto basta; non c’è bisogno di domandarsi da chi o da che cosa l’abbia salvato, quali forze ostili al progetto abbia sconfitto con le sue virtù, con la sua saggezza.

Nel mito dell’eroe salvatore non c’è spazio per l’analisi razionale che porterebbe agevolmente a dimostrare che l’eroe non ha salvato l’euro sconfiggendo nemici agguerriti ma, semplicemente, ha salvato l’euro da se stesso, dalle sue carenze congenite, dai falsi dogmi sui quali è costruito, dall’incompletezza progettuale di un’architettura istituzionale che vacilla ad ogni crisi economica, che può reggere soltanto sconfessando via via i suoi principi costitutivi, un’istituzione che sopravvive soltanto se viola le sue stesse regole. E per salvare l’euro non ha dovuto ricorrere all’ausilio di ingegnosi stratagemmi, non ha dovuto avvalersi di virtù eroiche. Ha semplicemente utilizzato strumenti che sono nella cassetta degli attrezzi di ogni banchiere centrale e, piuttosto, lo ha fatto con un colpevole ritardo di sei anni rispetto agli analoghi interventi attivati dalla Federal Reserve e da altre banche centrali.

Non è certo una sorpresa che l’atipica architettura dell’eurozona, un assetto istituzionale che non ha precedenti nella storia, avrebbe alimentato crisi economiche avendo sottratto ai paesi membri la flessibilità assicurata dalla variazione dei cambi ed avendoli privati dei più efficaci strumenti della politica economica per la prevenzione ed il contrasto delle crisi. Ma c’è di più: non solo le crisi erano inevitabili e previste, ma erano considerate necessarie per determinare avanzamenti verso una più stretta integrazione: ”L’Europe se fera dans les crises et elle sera la somme des solutions apportées à ces crises” (Monnet J., 1976, Mémoires Paris: Fayard. Lo chiarisce molto bene Mario Monti: “non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, di gravi crisi, per fare passi avanti … [questi si fanno] quando il costo politico e psicologico del non fare le cessioni di sovranità diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile e conclamata”.

I benefici attesi hanno un valore incommensurabile e, rispetto ad essi, le crisi, i costi e i sacrifici attuali non reggono il confronto, non mettono conto di essere considerati e qualificano come posizioni di retroguardia, antistoriche, disfattiste, le analisi che richiamano al raffronto tra costi attuali, certi e quantificabili, in rapporto a benefici futuri che, al contrario, sono soltanto ipotizzati e appartengono alla dimensione del sogno. Un pensiero irrazionale, mitologico, che affascina, che ammalia, che incanta, che è piacevole da ascoltare, che ci parla di sogni destinati, in futuro, a tramutarsi in realtà.

Come? Quando? Non è data alcuna indicazione di un assetto istituzionale definito che sia l’obiettivo da raggiungere: come saranno strutturati gli Stati Uniti d’Europa? Non c’è l’espressione di alcuna concreta volontà consolidata in un progetto definito e nemmeno viene proposto il tracciamento di un percorso, di una rotta, di tappe intemedie; non è ancora, e non è mai, il tempo di parlarne. Non c’è alcun riferimento nei Trattati, non c’è alcun documento programmatico prodotto dagli organi dell’UE. Sono passati settanta anni e, ancora, il futuro si sposta sempre in avanti, il progetto si perde in un mitico tempo prospettico indefinito. “La prospettiva di giungere un giorno a uno Stato Europeo Federale simile agli Usa non è mai stata considerata dai Trattati, tantomeno inserita in alcun testo o dichiarazione politica europea dal 1955 (conferenza di Messina) ad oggi” (A. Bradanini, Il leviatano dell’Unione Europea e l’attacco alla democrazia). Al contrario, i Trattati vietano esplicitamente la transizione verso un assetto federale. La Germania ha preteso che questo divieto fosse consacrato nel Trattato di Maastricht, in caso contrario non avrebbe nemmeno avviato il negoziato. Per costituire gli Stati Uniti d’Europa bisognerebbe pertanto riscrivere i Trattati, ma prima ancora, bisognerebbe riscrivere la Legge Fondamentale tedesca. Lo argomenta molto efficacemente Luciano Barra Caracciolo, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, già sottosegretario nel primo Governo Monti.

E’ evidente che la retorica pro-Europa propone una mitica meta-realtà finalizzata a coprire, a velare la realtà vera, a celare i veri obiettivi di un assetto istituzionale figlio di una ideologia ordo-liberista che mira a plasmare, secondo i suoi dogmi, gli assetti politici, sociali, economici, odierni, non quelli del futuro. Il vero obiettivo non è quello indefinitamente indicato dal mito. Stiamo assistendo al lavoro di un muratore e siamo convinti che stia edificando una cattedrale e sta invece soltanto costruendo un muro. Un muro che ha lo scopo di schermare i vecchi principi del contratto sociale consacrato nelle costituzioni nate dalla sconfitta delle dittature, principi che sono in conflitto con i dogmi dell’ideologia liberista cui si vuole lasciare campo aperto. Il racconto ci induce a considerare l’UE non per quello che è, non per la realtà attuale che ci propone, di cui si evita accuratamente l’analisi critica, ma per una realtà futura che ci viene prospettata dal mito.

Ci sono validi motivi per considerare che la realtà proposta dal mito, non solo non è prevista in alcun programma, ma è anche fortemente osteggiata dagli stati membri, e probabilmente è impossibile. Un’altra Europa è impossibile, scrive Sergio Cesaratto: “Hayek lo disse chiaramente in un saggio del 1939 [The Economic Conditions of Interstate Federalism]: uno stato federale fra paesi culturalmente ed economicamente diversi e dotato di un cospicuo bilancio perequativo non sarebbe destinato a durare, e si lacererebbe presto sulla destinazione delle risorse (Jugoslavia docet). L’unico stato federale possibile è quello con uno Stato minimo, uno Stato ordo-liberista che detti le sole regole di mercato. Ma questo è lo Stato europeo che già abbiamo, e che la potenza dominante di cui parliamo oggi intende rafforzare. Quella che abbiamo è la sola Europa possibile, anzi potrebbe andar peggio.” Di fatto, la metamorfosi finalizzata ad affermare l’ordine ordo-liberista è già fra noi. Mentre siamo indotti a credere che gli Stati Uniti d’Europa nasceranno dal trasferimento delle vecchie sovranità nazionali a una sovranità superiore, sovranazionale, in realtà la sovranità progressivamente erosa sul piano nazionale non passa ad alcun nuovo soggetto. “La verità è che il potere sovrano, spostandosi, evapora. Scompare. I poteri sono trasferiti a livelli superiori senza che questi diventino sovrani” (Amato: all’Europa non serve un sovrano, La Stampa, 13 luglio 2000). Si costituisce, in questo modo, gradualmente, lo Stato minimo auspicato dal pensiero ordo-liberale che, come ha più volte rappresentato Alessandro Somma, ha il compito essenziale di “trasformare le leggi del mercato in leggi dello Stato”.

Secondo questa interpretazione l’assetto politico, economico e sociale attuale, e non un futuro stato federale, sarebbe il punto d’arrivo del progetto politico europeo, un progetto che è avanzato silenziosamente ed è stato realizzato senza proclami, un progetto la cui origine è essenzialmente politica ed è materia di studio della teologia politica. Scrive, a questo proposito, Carlo Galli  “con la teologia politica si può scoprire la grande decisione originaria che c’è dietro ogni potere, che di solito le stesse forme del potere cancellano perché non la vogliono esibire (in cinque anni di parlamento non ho mai sentito la parola neoliberismo)”. In questa logica, il mito sta svolgendo pienamente la sua funzione: “la funzione del mito è quella di svuotare il reale“ (Roland Barthes, Miti d’oggi). Nulla di nuovo: ogni società, ogni regime politico (così come il comunismo e il fascismo, anche l’ideologia liberista) si fonda su una determinata mitologia e da essa trae la capacità di sopravvivere offrendo un’interpretazione che dà un senso, che giustifica e rende sopportabili le difficoltà, le instabilità, le disuguaglianze, i traumi, le ingiustizie del vivere quotidiano. “Senza questa visione, nessuna società economica durerebbe, ma verrebbe spazzata via all’emergere delle prime difficoltà” (G. Guzzi, ibidem).

Di: