Il totalitarismo e le sue varianti


9 Ago , 2021| and
| 2021 | Visioni

Il 6 agosto è entrato in vigore in Italia un sistema di discriminazione per l’accesso ai più basilari momenti di vitalità sociale. Dal primo settembre questo modello verrà esteso ai trasporti a lunga percorrenza, al personale scolastico e universitario, agli stessi studenti per i corsi accademici. Molti hanno sollevato dubbi su questa decisione. Con diciotto mesi di stato di emergenza, una campagna vaccinale che prosegue spedita, le terapie intensive al minimo, e con un vaccino di cui non conosciamo gli effetti a lungo termine né la capacità esatta di riduzione della diffusione del virus (oltre alla capacità di riduzione dei decorsi più gravi), introdurre un obbligo vaccinale de facto, legato a discriminazioni feroci anche per i più giovani e per gli studenti, senza un’adeguata preparazione logistica, ha tutta l’evidenza di una scelta frettolosa, irragionevole, preoccupante.

Molti hanno parlato di totalitarismo, di mancanza di democrazia. Altri al solo ascolto di queste parole sono inorriditi. Credo che per risolvere questa impasse dovremmo parlare del totalitarismo come parliamo del virus, con la sua capacità di resistere alle forze che lo contrastano mutando la propria forma. Conosciamo bene la discussione accademica circa il termine “totalitarismo”. Noi lo assumeremo nella sua accezione più comune: un’estremizzazione del potere sulle esistenze singole e collettive dei cittadini con l’effetto di riduzione del grado di pluralismo democratico.

Il totalitarismo è come il virus che cerchiamo di sconfiggere: ha le sue varianti. Il grande errore che abbiamo compiuto negli ultimi settant’anni è pensare di poter cristallizzare nelle nostre difese immunitarie collettive solo una specifica forma di totalitarismo. Nel caso dell’Europa, parliamo del nazi-fascismo e del comunismo sovietico. L’intero nostro immaginario è stato plasmato su quella determinata variante del totalitarismo: un progetto che si presenta come tale, esplicitamente violento, con un’ideologia forte, una volontà verticistica di trasformazione della società e un sistema di soppressione manifesta di qualunque realtà oppositiva.

Il punto è che il virus del totalitarismo non sta fermo, varia. E, anzi, è proprio perché abbiamo maturato molti anticorpi sociali contro quella specifica “variante” che il virus muta. La volontà di discriminare l’altro, alla fine ucciderlo se possibile, si incanala come un torrente verso un corso che non è bloccato da alcuna diga.   

La questione che dobbiamo forse capire è che il male nella storia non si presenta mai come tale. Forse, quelle migliaia di documentari su Hitler o Stalin hanno come impresso nella nostra memoria un’immagine del male come qualcosa di eccezionale, unico, assurdo. Lo abbiamo equiparato nel nostro inconscio collettivo più a un fenomeno cinematografico che ad un evento storico. Ma la verità è che il male nella storia non accade mai presentandosi come tale. Il male si presenta con la discrezionalità del contingente, di un’amministrazione efficiente di una situazione di crisi, convincendo le persone, passo dopo passo, della ragionevolezza delle sue proposte. Il male si presenta nella sua banalità, certo, ma soprattutto nella sua normalità, cioè nell’amministrazione di uno stato di eccezione con degli strumenti efficienti di organizzazione sociale. Come dice il poeta Hans Magnus Enzesberger, “ai tempi del fascismo non sapevamo di vivere ai tempi del fascismo”.

Per avere un esempio plastico di questa nostra difficoltà, cioè di scorgere il totalitarismo quando accade e non solo quando è terminato, basta riportarci alla mente questa bellissima frase che il presidente Mattarella utilizzò il 25 aprile 2019 nella commemorazione della Liberazione, e riattualizzarle nella situazione attuale.

“La storia insegna che quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva.”

Questo è esattamente vero, ma perché, mi chiedo, non abbiamo questa sensibilità per accorgerci che quanto giustamente denunciato dal Presidente si sta verificando di nuovo – fatte salve le dovute differenze – nel silenzio quasi assoluto? Il motivo è che questo rischio di riduzione delle libertà con la promessa di una maggiore tutela (sanitaria?) è mutato, non si presenta più nella forma virale del XX secolo. Sappiamo benissimo che danni fa, quali sono i suoi inganni, ci abbiamo tenuto lezioni, seminari, cerimonie. Ma non abbiamo la freddezza storica per scorgere questi stessi contenuti di odio nelle nuove forme che esso prende.

È anche ingenuo ritenere che poiché oggi avremmo uno stato di diritto garantito dalle nostre costituzioni, degli organi indipendenti di garanzia e un sistema mediatico così diramato tra i social non sarebbe possibile ricreare delle forme antidemocratiche. Certo, esse non avverrebbero come nel Novecento. Ma sarebbe opportuno ricordarsi che persino il Nazismo ha potuto fare ciò che ha fatto con la costituzione di Weimar ancora formalmente in vigore. Non basta quindi l’astrattezza di una norma o la garanzia formale di organi di controllo se il diritto non ha una presa vitale sulle coscienze di un popolo, sugli organi dello stato e sulla vita sostanziale di una società – direi ancora di più – se non c’è una sensibilità fisica, un’efficacia pratica, intuitiva, radicata nel pensiero collettivo di un popolo.

Oggi questi anticorpi ad ampio spettro sembrano essere pochi. Abbiamo delle difese contro una specifica forma di totalitarismo. Abbiamo anticorpi troppo novecenteschi. Non abbiamo una coscienza dei rischi che possono provenire dalle evoluzioni presenti, che sono principalmente legati ad una medicalizzazione pervasiva delle nostre vite, un controllo sociale vincolato a strumenti telematici, una digitalizzazione complessiva delle esistenze umane, l’esclusione di ogni pensiero critico sui Media ufficiali e una marginalizzazione, e progressivamente una condanna (anche penale?), di ogni visione alternativa sui social. È questa, mi sembra, la nuova variante di un progetto discriminatorio. E non è complottismo, ma le conclusioni del migliore pensiero filosofico degli ultimi decenni, per capirci, da Michel Foucault a Shoshana Zuboff.

Non si vuole qui proporre una somiglianza tra il fascismo e la gestione pandemica. Tutt’altro. Si vuole rimarcare una differenza che potrebbe tuttavia finire nell’originarsi dalla stessa tendenza antropica di schiacciare il prossimo servendosi di una legge dello stato. È lo stesso discorso che faceva Pasolini quando parlava del “nuovo fascismo”. Non intendeva dire che la società omologata di massa fosse uguale al fascismo. Ma proprio nella sua differenza, nel suo concedere tutto piuttosto che vietare qualcosa, si celava la stessa natura totalitaria del fascismo.

E, così, temo, siamo anche noi nel 2021: dinanzi a questa variante del virus la cultura democratica sembra essere sguarnita. Direi che siamo in ritardo di un totalitarismo. Pensiamo di contrastare la variante delta con le stesse armi della variante alfa. Ma i rischi contro la democrazia oggi sono altrove, certamente non in quegli sparuti gruppi di estremisti sfigati che tentano goffamente di replicare vecchie ideologie. Il rischio è vivo, è futuro, è nelle pieghe di una società dello spettacolo che riduce tutto a show, a fiction, a videogioco, che ci rimbambisce con la sua propaganda quotidiana, sempre incoerente e sempre fallace, proprio per stordirci e farci così digerire senza opposizione alcuna ogni riduzione dei diritti di libertà e dei diritti sociali (che nella verità sono intrinsecamente connessi).  

Per essere contemporanei contro i rischi contemporanei ritengo sia necessario sviluppare una centratura spirituale radicale. Come sempre, solamente chi sarà radicato molto più in profondità della chiacchiera che imbastiscono i potenti e i loro cerimonieri potrà non farsi influenzare dai loro venti di odio. Solamente chi sarà molto più giù rispetto alle correnti della superficie potrà organizzare una resistenza. Senza dualismi, senza odio, senza estremismi, ma con la compassione del poeta, dell’artista e del guerriero.

Da questa dolcezza incarnata si testimonierà un’alternativa.

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